L’uomo e il mare. L’uomo è un fotografo, David Doubilet. Il mare sono gli oceani, profondità oscure e misteriose che nell’obiettivo di Doubilet diventano fondali fiabeschi, geografie leggendarie e immaginarie, popolate da creature fantastiche che vengono a galla come attratte dal clic di questo pifferaio magico. Che si immerge onda su onda e cattura sensazionali atmosfere, sconfinate distese colorate di accecante stupore, un mondo che non c’è ma che esiste, nascosto ai nostri occhi ma che non possiamo ignorare e di cui dobbiamo aver cura, perché dall’equilibrio del suo ecosistema dipende la vita che lo sovrasta, come a dire la nostra stessa sopravvivenza.
Di questa pianeta terra fatto di acqua (il 70 per cento del globo) e recondite armonie sono testimoni le foto di Doubilet, pioniere dell’esplorazione sottomarina e massimo esponente della fotografia subacquea. Ottanta di esse compongono la tavolozza dal titolo “Oceani” che fino al 12 aprile è visibile a Villa Bardini, la prima esposizione in Italia che ne celebra il lavoro e la straordinaria tecnica, promossa da Fondazione CR Firenze e Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, in collaborazione con National Geographic. “Questa mostra – sottolinea Carlo Cattaneo, curatore della mostra e direttore National Geographic Italia – al di là della stupefacente bellezza delle immagini ci ricorda la fragilità del nostro pianeta. Doubilet ha iniziato a praticare la fotografia subacquea quando era appena agli albori e dunque ne rappresenta a tutti gli effetti la storia. Il suo impegno per la tutela degli oceani è la testimonianza di una vita consacrata alla scoperta, all’esplorazione, alla conservazione.
Secondo le ipotesi più accreditate è sul fondo marino che è nata la vita sulla terra, più di tre miliardi di anni fa. I ritrovamenti archeologici testimoniano che gli esseri umani hanno costruito le prime imbarcazioni almeno diecimila anni fa. Poi abbiamo cominciato a solcare gli oceani ma è soltanto dalla metà del Novecento che abbiamo cominciato a esplorare ciò che si trova sotto la loro superficie”. David Doubilet, nato e cresciuto a NewYork (“non esattamente il posto ideale per un fotografo subacqueo” ci scherza su David presente a Firenze per l’inaugurazione) sulle tracce del suo idolo Jacques-Yves Cousteau, per oltre mezzo secolo ha percorso i mari di tutto il mondo documentandone la seduzione visiva e e il fascino metafisico, raggiungendo i luoghi più incontaminati e enigmatici del globo.
Entrato nel 1971 a far parte della scuderia del National Geographic, per il quale ha prodotto decine di campagne, ho firmato 12 libri e vinto numerosi premi. Doubilet è stato tra i primi a usare la tecnica dell’over/under, quella speciale procedura che permette di catturare simultaneamente ciò che accade sotto e sopra la superficie dell’acqua. Gli spazi di Villa Bardini solcano i mari di tutto il mondo, dai Caraibi alle Filippine, dall’Indonesia all’Australia, fino all’Antartide. Ispirandosi alla fotografia over/under, di cui Doubilet è il più celebre interprete, il percorso della mostra si sviluppa su un gioco di opposti: warm/cold, close/far, scary/cute, bright/dark, threat/care e many/few, in un’emozionante alternanza di ambienti e di situazioni.
Tra gli scatti più iconici e spettacolari, ma anche più problematici e “scandalosi”, una visione della Grande barriera corallina australiana sorvolato da aereo monoelica; un piccolo di tartaruga verde che nuota verso il mare aperto nelle acque cristalline della laguna di Nengo Nengo, atollo nella Polinesia Francese; il ghigno clownesco di un pesce pappagallo arcobaleno al largo del Queensland, in Australia; le fauci spalancate di un enorme squalo; una medusa con un gambero prigioniero dei suoi tentacoli; la mattanza dei delfini nel porto di Futo, in Giappone; la distesa dei rifiuti di plastica lungo la costa delle Filippine; l’immagine che ritrae la subacquea Dinah Halstead circondata da un anello di barracuda nelle acque di Papua Nuova Guinea nel 1987, la foto che ha fatto il giro del mondo e che lo stesso Doubilet considera l’immagine simbolo della sua opera.
“L’oceano – afferma Doubilet – è il termometro più evidente del cambiamento climatico e dell’inquinamento ambientale: insomma ci stiamo mangiando l’oceano che però resta un luogo bizzarro e meraviglioso perché quando siamo sott’acqua abbiamo una raggio limitato, un arco visivo di soli trenta metri. Tutto ciò che sta fuori da quel cerchio, a livello fotografico, semplicemente non esiste. La mostra è sostenuta da un catalogo edito da Allemandi. Info 055 2989816