La mattina del 7 ottobre 2023 le comunità israeliane lungo il confine con Gaza sono state oggetto di una macelleria da parte dei miliziani di Hamas. Le varie cooperative agricole strutturate nella forma del kibbutz o del moshav furono investite dalla violenza assassina e dalla caccia all’ostaggio. Quel giorno morirono oltre 1200 persone, centinaia i residenti di quelle comunità. Molti dei 251 che furono rapiti e portati nella Striscia provenivano da lì.
Da allora ha inizio lo sterminio di oltre settantamila palestinesi a Gaza. Assedio, occupazione e distruzione della Striscia, ridotta ad un cumulo di macerie. Mentre, in Cisgiordania la legge della prepotenza è imposta da gruppi criminali di coloni ai villaggi palestinesi. Vendetta ed ingiustizia che hanno passato ogni limite.
Un reportage della Bbc ha raccolto il contenuto di decine di messaggi scambiati tra i residenti del Kibbutz di Be’eri in quelle ore infernali. Richieste di aiuto disperato. Domande. “Dov’è l’esercito? Perché il soccorso tarda così tanto? Qualcuno può cercare mia madre, per favore? Come faccio a chiudere la stanza blindata? Dobbiamo aprire la porta ad un uomo che dice di essere un soldato?” Michal Pinyan e il marito sono riusciti a barricarsi in casa, per circa 19 ore di terrore. Mentre fuori il suono di granate e colpi d’arma da fuoco imperversava. La chiamata telefonica alla madre Mati Weiss. Che sussurra: “Sono qui, hanno sparato a papà, non sta bene”. La madre continua a scrivere nella chat di famiglia: “Aiuto. Aiuto”. L’orda di Hamas sfonda l’ingresso crivellando Amir padre di Michal. Poi hanno lanciato le granate nella stanza. Uccidendo Mati. Questa è una delle tante storie, documentate, degli ultimi istanti di vita delle vittime della ferocia barbarica. Scene che il 7 ottobre si sono ripetute in luoghi come Kfar Aza, Re’im, Holit, Nir Oz, Netiv HaAsara, Kissufim.
Kibbutz e moshav sono parte integrante della storia dello stato di Israele. Fondati e difesi dai pionieri dell’ideale sionista, attuando: insediamento della terra, assorbimento di ebrei immigrati, agricoltura, controllo e difesa delle aree di confine. Svolgendo un ruolo strategico nella Nakba palestinese dal ’47 al ’49. Pagine poco analizzate dalla storiografia contemporanea. Con l’interrogativo dibattuto di quali siano le differenze tra il kibbutz di inizio scorso secolo e l’odierno colonialismo in Cisgiordania.
Se la caratteristica distintiva del kibbutz è stata per anni basata sul modello di proprietà collettiva, dalla casa alle risorse, quella del moshav è stata concepita sulla famiglia, lasciando spazio sia alla proprietà privata che alla gestione cooperativa, per ridurre costi e migliorare l’efficienza. Oggi nella maggior parte dei kibbutzim è previsto e concesso privatizzare. Anche i moshavim hanno abbandonato approcci cooperativi nel credito e capitale. Inoltre, è un dato di fatto che degli attuali membri molti lavorano esternamente e la produzione agricola è affidata a manodopera, in larga parte palestinese o migrante. Il sogno di tanti giovani socialisti che negli anni ’50 e ’60 da tutto il mondo aderirono volontariamente è sfumato, nel ricordo. Ciononostante pur se la struttura si è modificata, resta intrinseco nella loro cultura il concetto di aiuto reciproco, che rafforza e mantiene il senso e il valore di comunità. Pilastri centrali sono solidarietà, responsabilità condivisa e scelte democratiche: le decisioni vengono prese attraverso assemblee generali. Perso o reso praticamente inconsistente quello che era il peso specifico che avevano nell’agenda politica. Distacco amplificato da due decenni di governo Netanyahu.
La giornalista Sarah Ben-Nun scrive nel Jerusalem Post: “Quella del kibbutz non è una semplice storia di declino… Comunità che hanno rinunciato a molte delle strutture che un tempo le definivano hanno mantenuto sufficiente coesione sociale, spaziale e culturale da rimanere distinte. Questa potrebbe essere la più rivelatrice eredità del vecchio esperimento sionista. Anche se l’ideologia si indebolisce, le istituzioni formali sono smantellate o privatizzate, i movimenti politici si confondono tra loro e la gente è diversificata, quando sopraggiunge la catastrofe, le comunità continuano a comportarsi come tali”.
Immediatamente dopo la mattanza di Hamas, kibbutznik e moshavnik hanno organizzato rapidamente evacuazioni, assistenza, spento incendi. Stretti assieme. Uniti dal dolore. L’inizio del trauma collettivo. Profondo. Tanto che tre anni dopo la strage ricostruire diventa allo stesso tempo difficile e doloroso.
Alfredo De Girolamo Enrico Catassi