Il mistero della creazione nell’alchimia magica fra arte, moda e danza

La performance di Crystal Pite negli spazi della Collezione Maramotti

I corpi che danzano, i manichini che prendono vita, i gesti di una sarta esperta che confeziona abiti, celebrano in Alchimia di Crystal Pite «l’arte del fare», presupposto dell’arte del creare, e riempiono di artistica artigianalità gli ampi spazi della Collezione Maramotti.

Progetto site specific, Alchimia nasce per la Collezione Maramotti ed è commissionato e coprodotto da Festival Aperto/Fondazione I Teatri – Reggio Emilia in collaborazione con Collezione Maramotti e Max Mara. Firmato dalla pluripremiata coreografa canadese, questo evento coinvolge sei danzatori, alcuni della Kidd Pivot, la compagnia della Pite, altri del Nederlands Dans Theatre, di cui Crystal è Artista Associata, e la couturière MonicaSalsi.

Presentato in prima assoluta nell’ambito del Festival Aperto, questo ‘artificio alchemico’ tra moda e danza è una novità rispetto alle altre ospitalità coreografiche della Maramotti, la cui collezione museale permanente contra oltre duecento opere realizzate da artisti visivi e creativi dal 1950 ad oggi.

In particolare l’edificio negli anni ha aperto le porte della vecchia sede aziendale a maestri della danza contemporanea del secondo Novecento: Trisha Brown, Shen Wei, Wayne McGregor, Hofesh Shecther, Dimitri Papaioannou, Peeing Tom, Anne Teresa De Keersmaeker ma questa volta l’originalità risiede nel singolare approccio di Pite. Una delle figure più interessanti e innovative della danza contemporanea, apprezzata per  la sua militanza coreutica che affronta temi scottanti come la dipendenza, le conflittualità ideologiche, le violenze, e conosciuta per una visione mai scontata dell’accadimento coreografico che lei radica nella realtà odierna.

In Alchimia Crystal si ispira alla funzione originaria della Maromotti come fabbrica Max Mara e rende omaggio, attraverso l’arte del movimento, all’arte del cucito e della moda. Ovvero ai sarti e alle sarte che dagli anni Cinaquanta, con le loro sapienti mani e la loro acuta vista, producevano quei capi  che avrebbero fatto grande il nome della Maison reggiana. Uno patrimonio vestiario che Pite ambisce a recuperare idealmente in un connubio tra arte reale e visionarietà artigianale, tra fantasmi del passato ed esseri viventi del presente.

La performance è itinerante e il pubblico, su invito, è chiamato a seguirla come se assistesse alla presentazione di una collezione sui generis realizzata da Crystal Pite in collaborazione con Spencer Dickhaus, Gregory Lau della Kidd Pivot e con i danzatori del NDT.

Si comincia nella prima sala dove, sotto l’installazione di un’enorme scultura e forma di nave del reggiano Claudio Parmiggiani del 1989, intitolata Caspar David Friederich, un ballerino e una ballerina, in italiano e in inglese, introducono Alchimia e invitano gli spettatori a percepire nella presenza fisica dei loro gesti, dei loro respiri e delle loro parole, l’assenza dello spirito creativo degli operai.

La seconda parte del lavoro su scenografia di Jay Gower Taylor, si sviluppa nell’atrio dove le persone si aggirano tra i modelli di carta appesi ai porta abiti, la macchina da cucire Singer, l’asse con il ferro da stiro industriale, il grande tavolo rettangolare con sopra stoffe, righelli, rocchetti e metri. Un laboratorio in piena regola che sotto la luce bassa si anima con Monica Salsi intenta a cucire mentre la radiocronaca calcistica di Paolo Valenti, conduttore di 90° minuto, le fa compagnia e ci trasporta nelle atmosfere di tanto tempo fa.

Ecco che arriva una modella e su di lei inizia la fase della creazione da parte della modista che le misura spalle, vita, fianchi, petto spalle e braccia e prende nota della sua altezza. Un accurato lavoro seguito da due esperti del taglio delle stoffe che, con un originalissimo movimento sincrono, mimano con il busto, le braccia e le mani, la stesura del panno e i tagli da effettuare per farlo diventare un abito o un cappotto di alta sartoria.

A quel punto diventa necessario utilizzare un manichino che viene steso sul tavolo dove viene manipolato dai tagliatori come fosse sopra un tavolo anatomico. Questo automa, incarnato da una stupenda danzatrice, prende vita ricordando il Frankenstein dell’omonimo film di Guillermo del Toro, e si erge in tutta la sua possente e mostruosa bellezza grazie ad un linguaggio e uno stile contemporaneo bello, potente e materico.

Da lì è un divenire di figure immaginifiche che nascono dalla compresenza di dinoccolati puppets, ideati da Nancy Bryant ideatrice anche dei costumi, che vengono animati dai danzatori e la loro danza trova nelle sonorità di Owen Belton, nella musica di Mozart e in quella di Nat King Cole la giusta colonna sonora.

In chiusura, a fine giornata lavorativa, la sarta indossa un morbido cardigan modello Max Mara, spegne la luce e in silenzio lascia il laboratorio mentre il pubblico torna nella prima sala dove ritrova nel corpo dei danzatori e nei manichini da loro indossati quella arte del fare che è prodromica all’arte del creare e viceversa.

Alchimia è senza dubbio un progetto speciale, unico nel suo genere e più che meritati sono gli applausi degli spettatori.

In foto Crystal Pyte (photo©MichaelSlobodian)

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