Le ultime vicende legate alla politica estera statunitense sembrano senz’altro altrettanti atti di dismissione di un mondo ormai lontano, legato a un sistema di norme internazionali, che, almeno nella vulgata comune europea che ha rimosso le tante contraddizioni verificatesi in questi ultimi 80 anni, è stato tradito dal campione della liberal democrazia per eccellenza, ovvero, gli Usa. Una lettura tutto sommato facile, che, relegando la figura di Donald Trump a quella di un outsider un po’ svitato, deresponsabilizza un intero sistema. D’altro canto, anche una lettura tutta mirata a cercare un filo complottista che legherebbe insieme il presidente Usa, Vladimir Putin e Xi Jin Ping, è un modo estremo per semplificare qualcosa che invece è estremamente complesso. Ne parliamo col professor Roberto Lampa, docente di Storia del Pensiero Economico dell’Università di Macerata, economista, esperto in particolare delle questioni latino-americane.
In mezzo alle continue “sorprese” del presidente Trump, è inutile negare che il Vecchio Mondo dia l’impressione di rimanere un po’ frastornato. Lei come interpreta l’azione contro il Venezuela e il ritorno di quello che appare il principio dell’America Latina come “cortile” degli Usa?
“In questa fase ritengo necessario rifuggire da due estremi: uno, la cosiddetta fallacia ad hominem, ovvero, Trump è un matto e i matti fanno cose da matti, che purtroppo constato essere la posizione più diffusa; l’altra, meno diffusa ma forse un po’ troppo sovra rappresentata nel mondo accademico, quella dell’eccessiva ricerca di una ratio. Venendo alla risposta, quando si parla di ipotesi del qui ed oggi, credo che quella di Trump sia invece un doloroso riassestamento nel breve periodo, cui sottende però un obiettivo chiaro nel medio e lungo, che è quello della riconferma dell’egemonia statunitense. Per quanto banale possa sembrare questa affermazione, se andiamo a declinarla per esteso, quali sono i suoi nemici, in fondo? Ad ora è rimasto in sordina, ma il Canada è un altro degli Stati oggetto di invettive al pari della Groenlandia. Come mai? E’ sufficiente viaggiare in Canada, per vedere l’enorme mole di interessi cinesi presenti in quel Paese. E non mi riferisco solo a Vancouver e alla costa pacifica, che qualcuno potrebbe giustificare per evidenti ragioni geografiche come naturale porta verso l’Asia, ma ovunque, da Toronto alle grandi città canadesi. Del resto, cosa dice Trump della Groenlandia? Parla del fatto che “là attorno” è pieno di navi russe e cinesi, che fanno “i loro comodi”. Parlando del Venezuela, non dobbiamo dimenticare che era l’avamposto della presenza russo-cinese, dopo le sanzioni del 2017, che in realtà precedono di poco il primo Trump. E’ Obama a mettere le sanzioni al Venezuela, che fanno entrare il Paese in una fase caotica, rafforzando allo stesso tempo i suoi legami con Cina e Russia. E’ evidente, secondo me, che sia in corso una ridefinizione feroce delle aree di influenza degli Stati Uniti: laddove io (Trump-Usa) dico che non vola una mosca, non deve volare una mosca. Ciò non sempre è compatibile strettamente con la ricerca di una razionalità economica, ammesso che esista un principio di questo genere”.
Il dato economico sarebbe quindi meno significativo di quanto si pensi rispetto all’analisi del mutamento in termini di aggressività della politica americana?
“A mio parere, dal momento che gli Usa sono la prima potenza mondiale (faccio notare, è il Paese che emette la valuta internazionale di riserva, il dollaro) potrebbe tranquillamente avere ampi margini di manovra perfino per accettare, a partire dall’oggi, per uno, due , x anni, performance economiche modeste, ma, mi sembra di capire, e questa non è una buona notizia, in vista di un obiettivo più ambizioso: la ricreazione è finita, ora tutti buoni e tutti zitti, il professore rientra in cattedra. Non so poi quanto ogni singolo popolo lo accetti. In specie quando parliamo di potenze nucleari, come la Russia, o la Cina”.
Nessun accordo sotterraneo con Putin, insomma, come qualcuno ha adombrato e adombra, per la spartizione del mondo?
“Questa è la fallacia ad hominem cui accennavo, che gli anglosassoni traducono inesattamente ma in modo più carino, con strawman fallacy, che si esplica così: qui ed oggi, dire è stato Putin o dire Trump è matto, è la maniera migliore per continuare a reiterare, come spiegano gli psicologi sociali grazie a una sorta di conferma selettiva di ciò che accade, il proprio sistema di valori, secondo un modello proprio degli esseri umani. Il dire che Trump è un matto non ci porta però molto lontano; il pensare che un Paese in via di sviluppo come la Russia, che appartiene al gruppo di Paesi che gli economisti un po’ generosamente chiamano midd incoming, ovvero a reddito medio-basso, possa essere una minaccia globale, è francamente ridicolo. Semmai, vedo sullo sfondo la grande forza ma anche la grande debolezza cinese come minaccia per Trump. Credo, come ho avuto modo di scrivere in diversi lavori scientifici, che la fine della ricreazione coincida col fatto che, pur essendo assurdo pensare ad oggi a una vera minaccia all’egemonia del dollaro, questo movimento di erosione continua, accelerato dalle sanzioni al Venezuela illo tempore e dalla Russia soprattutto, a partire dal 2014, configuri una preoccupante fuga dal dollaro. In soldoni, diventa pericoloso avere dollari, mentre si era sempre pensato che fosse l’asset più sicuro; invece, si scopre improvvisamente che, una mattina, l’asset “sicuro” è stato sequestrato con un click. Ciò succede sia al Venezuela che alla Russia, senza parlare dell’Afghanistan, che è imprigionato nel XVIII secolo grazie alle sanzioni; di conseguenza, si sta registrando un movimento che definirei carsico di allontanamento dal dollaro. Trump con i suoi consiglieri economici l’ha ribadito molte volte, “dobbiamo riaffermare la centralità del dollaro” con una serie di strategie ad hoc. In questo senso dunque è semmai la Cina, ad essere il nemico reale che rimane sullo sfondo”.
Riferendosi alla Cina, lei ha parlato di grande forza e grande debolezza. Cosa intendeva?
“La grande forza della Cina è saper guardare al lungo periodo. La grande debolezza, da Mao Tse Tung in poi, è una classe operaia cinese posta al centro dell’agenda del Partito Comunista cinese. L’internazionalismo è un concetto completamente estraneo ai cinesi, e sotto questo aspetto si vede la loro difficoltà o ritrosia, che non è cinismo, ma piuttosto un elemento culturale sedimentato nel corso dei decenni, a battere un colpo. Pensiamo al Venezuela: se quello è un alleato strategico, materializzati. L’aggressività di Trump trova in questo momento non la debolezza, ma la tradizionale ritrosia dei cinesi a non immischiarsi in fatti altrui”.
Tornando alla situazione in America Latina, ritiene che la prontezza con cui le compagnie petrolifere americane si sono preparate a entrare nel Paese per mettere mano ai giacimenti venezuelani vada al di là di un calcolo puramente economico, ma prevalgano ragioni di strategia politica?
“Si tratta di uno snodo più complesso. Gli scenari possibili sono due: o sono tornati i corsari (pirateria legalizzata dal committente statale come Sir Francis Drake, ndr) e mi auguro che quei tempi siano superati, oppure ciò che sta succedendo è un po’ più sottile. Prudenza d’obbligo, dal momento che il contesto è estremamente fluido, non però dal punto di vista della situazione interna del Venezuela che è monolitica e non è stata scalfita di un graffio da questa azione clamorosa. Questo elemento rende la situazione così fluida e rischia di confondere le idee. Forse si puntava su una sollevazione popolare, che non c’è perché non può esserci, qui parla la persona che ha vissuto un quarto della sua vita in Sudamerica sia pure non in Venezuela, ma si tratta di società molto omogenee. Il punto che rende fluida la situazione è capire come questa cooperazione con un eventuale governo chavista che non sembra essere cambiato di una virgola, possa concretizzarsi. Tornando alla domanda, quando noi si parla di compagnie americane che vengono in Venezuela dobbiamo fare attenzione, perché questo, non notato da nessuno, significa fine delle sanzioni per il Venezuela. Lo capiamo che tecnicamente significa questo? Se consento a capitali americani di entrare e uscire liberamente dal Venezuela, sto dicendo “fine delle sanzioni”. Anche in questo caso Trump realizza un discorso pubblico aggressivo, del resto chi lo vota vuole la testa di Maduro (i latinos che vanno negli Stati Uniti sono alla destra della parete, per intendersi), ma allo stesso tempo mette in mostra un pragmatismo grazie al quale, come ai tempi dell’Impero Romano, se tu obbedisci, sei ricompensato con dei vantaggi. In altre parole: caro Venezuela, tu non mi dai fastidio con i cinesi o con i russi e così dentro casa tua continui a fare quello che ti pare”.
E l’opposizione?
“Clamoroso. Il modo con cui Trump scarica Corina Machado, con parole molto dure, “A Corina manca il consenso e il rispetto”, la dice lunga. Dicendo poi che a Corina manca “il consenso”, sta dicendo che le elezioni di Maduro erano legittime, che non ci sono state frodi. Sta dicendo una cosa enorme. E’ un’apertura di credito forte, che legittima a chiedersi in cambio di cosa, visto che in parte viene recepita dal governo del Venezuela. Tant’è vero che, posta l’ovvia protesta per il metodo e l’altrettanto ovvia richiesta di liberare Maduro, il governo venezuelano dice: parliamo. Ma perché dovrebbe voler parlare un governo aggredito in quel modo? Perché sul tavolo c’è la fine delle sanzioni. A meno di non pensare che rientrino i corsari nell’orizzonte della storia”.
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