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Riflessioni sul libro “La capitale dell’anima” di Marino Niola

La Capitale dell’Anima, il libro di Marino Niola, per Cortina Editore, nasce quasi per caso, da un incontro con alcuni giornalisti stranieri ai quali l’antropologo fu invitato a fare da cicerone per la sua città.

Niola è nato alla Sanità, uno dei quartieri più antichi e caratteristici di Napoli, essere di lì, si dice, equivale a essere “due volte napoletani”. Mettendo ordine tra pensieri sparsi, l’autore costruisce una narrazione della napoletanità, parola onnicomprensiva per descrivere una città e la sua gente, vivace,colorata e caotica , che va però oltre stereotipi e luoghi comuni.

Scavando tra tradizioni e miti antichissimi, Niola svela quella che Eduardo De Filippo chiamava “Napoli teatro antico”: un palcoscenico sempre aperto, sotto il cielo, dove scompare la distinzione tra attore e spettatore e dove vita quotidiana, mercati e balconi diventano rappresentazione spontanea. Solo Napoli,può definirsi un vero edificio teatrale: le strade sono la platea, i balconi affacciati sui vicoli sono i palchi, e i panieri calati dall’alto, con la scritta “Chi può dia, chi ha bisogno prenda”, raccontano da soli la filosofia della Città Teatro, fatta di mimica, uso espressivo della voce e ironia, che rende ogni interazione sociale una performance.

Camminare per Spaccanapoli, il lunghissimo rettifilo che divide in due il centro storico, per via Toledo o per i Quartieri Spagnoli, significa per Niola immergersi in una scenografia di panni stesi, botteghe e voci sovrapposte. Echi di oggi appartenuti agli attori della Commedia dell’Arte, divenuti nel corso dei secoli le celebri maschere di Pulcinella, Sciosciammocca, Totò.

Un teatro in continuo divenire, assai diverso dal teatro immobile della Sceneggiata, con il suo triangolo eterno «Isso, Essa e ‘o Malamente», in cui il pubblico partecipava manifestando assenso o dissenso anche fisicamente rispetto a quanto accadeva sulla scena.

E diverso ancora dal teatro sospeso che si apre nel mistero dei presepi di San Gregorio Armeno. Dove sacro e profano si incontrano e si mescolano in perfetto equilibrio, nella lotta tra bene e male, tra tradizione cristiana e pagana. Perché qui il maestro presepiale racconta la nascita del Bambin Gesù,quale unanime respiro di anime di strada e di storia, volti vecchi e nuovi, testimoni in egual misura della lieta novella.

È uno dei modi con i quali i napoletani sublimano la vita che trae forza dall’antica parlata romanza di nobili e plebei del Regno delle Due Sicilie: un ampio vocabolario di parole di straordinaria immagine visiva, onomatopeica e metaforica a cui hanno attinto grandi scrittori, dal Seicento barocco di Giambattista Basile al Novecento di Raffaele Viviani, fino a Domenico Rea, che in «Ninfa Plebea» ha ritratto la frattura urbana di una Napoli sospesa tra tradizione e modernità.

Diverso è lo sguardo del pratese Curzio Malaparte, che nel discusso romanzo “La Pelle” servì Napoli “in tavola su un piatto d’argento”: la sirena Partenope, mito fondatore della città, diventa cibo per i liberatori americani giunti dopo le Quattro Giornate. Se per Malaparte cucinare il pesce-sirena è la personificazione di una città devastata dalla guerra, non più madre ma pietanza, città vittima e corpo mangiato, per Niola vale l’opposto: conoscere a fondo una città significa prima di tutto mangiarla, mettersela in corpo. Il cibo diventa così non simbolo di distruzione ma strumento di conoscenza, atto di incorporazione sacra e insieme divina.

Cibo e cultura, a Napoli, sono un binomio indissolubile: basta andare nei mercati, parlare con la gente, scoprire cosa mangiano, con chi e a che ora, per entrare lentamente nello spirito di una città che riesce a mettere a tavola ricchi e poveri per il prezzo democratico dei suoi piatti d’eccellenza.

È la magia che emerge dal libro e che descrive come in un affresco la quotidianità popolare impregnata di fatalismo e resilienza, che per Niola ha «l’esagerazione nel genoma», capace di unire il disincanto negli occhi all’iperbole sulle labbra, perennemente in bilico tra immanenza e trascendenza, in trepidante attesa del miracolo, tre volte l’anno, del sangue di San Gennaro, il dio di Napoli che salvò la città dall’eruzione del Vesuvio del 1631. Un ruolo che in epoca pagana apparteneva a Virgilio, poeta e mago, a cui si deve la leggenda secondo cui Napoli sarebbe crollata se si fosse rotto l’uovo posto dal poeta nelle fondamenta di Castel dell’Ovo. Superstizione? Qualcosa di più: è l’arte autentica di vivere esorcizzando le avversità, sperando magari in una giocata al lotto, come nel celebre film di De Filippo Non ti pago.

Un posto a parte merita l’amore, a Napoli scritto con due “emme”, esperienza carnale, viscerale e poetica, reso universale dalle liriche e dalle canzoni senza tempo di compositori come Salvatore Di Giacomo, Mario Costa, Eduardo Di Capua, Giovanni Capurro, Ernesto Murolo, Ernesto De Curtis, Libero Bovio, Renato Carosone. Canzoni portate nel mondo da interpreti leggendari come Enrico Caruso, che un giorno si mise a mangiare gli spaghetti con le mani in un ristorante di New York, come raccontò il pianista Arthur Rubinstein, esasperato dagli sguardi che scrutavano ogni suo gesto a tavola, accompagnando il tutto con la celebre frase: “La vita mi procura molte sofferenze. Quelli che non hanno mai provato niente non possono cantare”.

Note antiche che rimandano al genio musicale del compositore tedesco Mozart che, visitando giovanissimo la città, scrisse al padre: “Un’esecuzione a Napoli, anche se pagano poco, vale cento volte in Germania” e che arrivano contemporanee fino a Pino Daniele, che insieme a Massimo Troisi e Diego Armando Maradona, incarna per Niola la “Trinità laica” amata tanto dai cinquantenni quanto dalla Generazione Z.

Assai diversa da quella di Totò, dei De Filippo e di De Sica, «nati vecchi», esponenti di una società di grandi artisti che dettava le regole. Forse perché, un tempo, non troppo lontano, ci svela Niola “non si vedeva l’ora di diventare grandi; oggi, invece, i grandi fanno di tutto per restare forever young”.

In foto Marino Niola da FB

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