Crisi delle democrazie e differenza di genere, qual è il rapporto, se esiste rapporto fra i due temi? E questo l’oggetto della riflessione della professoressa Anna Loretoni, docente ordinaria presso la Scuola di Studi Universitari e di Perfezionamento Sant’Anna di Pisa, preside dal 2019 della Classe Accademica di Scienze Sociali e componente permanente del Senato Accademico della Scuola.
Il rapporto non solo esiste, ma la differenza di genere e la tutela dei diritti delle donne rappresentano una spia importante per capire la salute di una democrazia. Del resto, è ormai dato di fatto l’ostilità crescente delle democrazie contemporanee verso le donne, un tratto che ha trovato, ricorda Loretoni, un esempio paradigmatico nella prima presidenza di Donald Trump. Ma che non riguarda solo gli USA.
“L’ostilità verso le donne ha una radice, secondo Martha Nussbaum, nella categoria della paura, paura che lei declina in una serie sottoinsiemi, come la paura verso le donne sfuggite di mano che si sottraggono al loro ruolo, la paura-disgusto legata alla conformità femminile, la paura invidia per il successo senza precedenti che stanno ottenendo e che taglia fuori una parte del mondo maschile”. Tre dinamiche che si intrecciano, che configurano la postura tipica dell ‘approccio conservatore. E che possono essere il fondamento di sessismo e misoginia. Due concetti però, spiega Loretoni, doversi fra loro. “Il sessismo è la convinzione che le donne siano inadatte a ricoprire certe funzioni, la misoginia è il disprezzo verso le donne. Spesso la misoginia si accompagna al paternalismo, ma combinandosi con il sessismo, configura la postura conservatrice, riassumibile nella frase “ci piacciono le cose come stanno, non permetteremo che cambino””.
A partire da queste considerazioni, l’analisi che propone Loretoni va nel senso di dimostrare l’aggancio fatale fra la significativa contrazione -negazione dei diritti politici , lo sbilanciamento dei poteri, ad esempio a favore di un eccessivo controllo del potere politico nei confronti di quello giudiziario e la negazione dei diritti sessuali e riproduttivi. “Per fare questo mi servo di alcune categorie, che hanno preso corpo negli ultimi anni nell’analisi delle scienze sociali”, dice Loretoni.
Prima categoria, la regressione. “Non significa riproporre semplicemente la contemporaneità del passato nel presente, banalizzandolo nel concetto della storia che ritorna, ma spiegare il principio, come proposto da Ernst Bloch, della contemporaneità del non-contemporaneo. Secondo Bloch, viviamo in una dimensione temporale che è data dalla compresenza di tempi storici, dalla sovrapposizione di elementi diversi”. Sintomatica la discussione cui assistiamo su fascismo e neofascismo, dove emergono profili inediti accanto a fatti consegnati al passato. Del resto, la possibilità che la marcia dell’umanità verso una progressiva civilizzazione possa venire interrotta da scivoloni all’indietro verso inquietanti profili di rientro e chiusura, è fenomeno contemplato e ben conosciuto dalla filosofia politica. La torsione della civilizzazione in barbarie era accettato e ben conosciuto da Kant ad Adorno. D’altro canto le riflessioni di Adorno sul nuovo radicalismo di destra, avvenute negli anni ’60 all’Università di Vienna, ricorda la professoressa, mettono in luce che molti degli elementi che compongono quel radicalismo, agiscono come se fossero fuori dal tempo. Ed è per questo che funzionano. “Nel nostro presente, potremmo dire che la forza delle posizioni omofobe e misogine che vengono espresse da tanti leader populisti, funzionano proprio grazie al fatto che si pongono così in contraddizione con i tempi”.
Un altro importante concetto, circa il tema trattato, è quello del backlash, del contraccolpo, termine introdotto negli anni ’90 in relazione all’emancipazione femminile, ricorda Loretoni, dal saggio best seller, Susan Faludi pubblicato nel 1991 dal titolo “Backlash: The Undeclared War Against American Women”.
Il concetto è stato ripreso da due scienziati della politica, Inglehart e Norris , che provano a leggere il conservatorismo contemporaneo in termini di backlash, nel senso di vedere nell’odierno ordine valoriale tradizionalista un elemento portante, da anteporre anche agli effetti economici (ad esempio, al ruolo delle diseguaglianze). Tirando le fila, possiamo affermare che abbiamo strumenti e analisi in abbondanza per non ricadere nell’illusione di un continuo e ordinato allargamento della democrazia e dei diritti, sentimento invalso a partire dalla caduta del Muro di Berlino.
“Il caso statunitense risulta particolarmente significativo rispetto al percorso delineato – continua Loretoni – mi riferisco in particolare a Donald Trump e alla sua prima presidenza, dove la sua politica si è progressivamente allineata agli estremisti religiosi. Da questo punto di vista, il suo impegno a nominare tutti giudici politicamente orientati nell’alveo della Corte Suprema, è stato finalizzato a ribaltare la sentenza del 1973 (“Roe contro Wade”) che costituzionalizzava il diritto all’aborto come parte del diritto alla privacy protetto dal XV° emendamento. La “Dobbs versus Jackson Women’s Health Organization” che abolisce di fatto il diritto all’aborto, si basa su una particolare interpretazione della Costituzione, ma è sicuramente un attacco diretto verso la libertà riproduttiva delle donne”.
La tutela dei diritti si conferma dunque come relegata in una dimensione fragile, esposta al contrattacco, che ci deve far rimanere vigili, proprio perché la volontà politica di nuove e vecchie maggioranze può lesionarli in modo significativo e pesante. “Si può tornare indietro, secondo appunto la modalità della regressione, e la scelta relativa alla limitazione della libertà delle donne nella sfera riproduttiva potrebbe estendersi, ci dicono alcuni studiosi statunitensi, al matrimonio consensuale, a quello interrazziale, alla delegittimazione nei confronti della contraccezione e della fecondazione assistita. Insomma, la Corte Suprema avrebbe solo iniziato il suo lavoro a favore di un’alleanza non dichiarata fra antiabortismo, suprematismo bianco e cospirazionismo” che non potrebbe che colonizzare completamente la società americana.
In altre parole, l’attacco alla libertà dei diritti riproduttivi delle donne non sarebbe che la componente fondamentale di un progetto politico illiberale che proprio sui corpi delle donne e sui diritti riproduttivi costruirebbe la sua strategia. “Questo attacco ai diritti sessuali e riproduttivi così evidente negli USA non è tuttavia isolato – continua Loretoni – lo troviamo ad esempio in Polonia, nell’Ungheria di Orbàn e nella Russia di Putin”.
Al di là della democrazia illiberale di Orbàn, dichiarata tale da lui stesso , o della democrazia sovrana di Putin, il vero nocciolo è la questione dell’attacco alla libertà femminile che ad oggi non è più comprensivo di un certo paternalismo benevolo verso l’essere umano femminile, bensì, come ricorda Loretoni, è mirato, voluto, intenzionalmente e direttamente rivolto contro le donne. Del resto, basti ricordare, per il nostro Paese, il congresso mondiale sulla famiglia che si tenne a Verona nel 2019, “che ha fatto emergere chiaramente una volontà antigender ed omofoba, riproponendo come unico modello la tradizionale famiglia eterosessuale, stigmatizzando chi a questo modello non si conforma. La stessa formula della nostra premier, Dio Patria e Famiglia, ripropone l’identità femminile pienamente nel solco di questa rappresentazione”. Si tratta di un programma politico che si muove “in una dimensione regressiva, in un’orizzonte nazionalista e patriarcale in cui la donna è vista come soggetto di riproduzione della specie nazionale”.
“Occorre prendere atto che ad oggi l’Occidente non rappresenta più un modello da emulare e verso cui tendere, e la democrazia nella sua forma liberal democratica non costituisce più un traguardo cui arrivare. Oggi troviamo sul campo a competere diversi modelli di democrazia alcuni dei quali appunto, regressivi. E uno dei punti cui la democrazia regressiva ha a che fare è appunto l’attacco e la limitazione dei diritti sessuali e riproduttivi, alimentando in questo modo anche un atteggiamento antipluralista”. Quindi, in gioco è il pluralismo, elemento fondamentale della dialettica democratica.
Tutto ciò va senza dubbio a ledere i pilastri della democrazia liberale, in particolare il processo deliberativo, la discussione, l’incontro fra identità diverse, diverse visioni del mondo, “che diventa ininfluente a favore di uno slittamento verso il decisionismo e verso un atteggiamento di disprezzo verso la politica parlamentare come luogo della discussione e del compromesso”.
Scusa Stefania, ma non ho mai letto cosį tsnte sciocchezze. La verita sulle donne ė questa.
MALEDETTO PATRIARCATO
Dato che in Italia domina il patriarcato, trovo corretto che il premier sia una donna, di nome Meloni Giorgia, in modo da riportare un po’ di equilibrio almeno nella disparità di genere. È sarà per questo stesso motivo che il leader dell’opposizione è anch’esso femmina, tale Elly Schlein, senza contare che tra le più alte cariche dello stato troviamo anche la presidente della cassazione Margherita Cassano. Mica poco. E certamente, se non fosse per il patriarcato, chissà quant’altro potremmo dire.
Ora che mi viene in mente, però, in realtà c’è una maggioranza di donne tra gli insegnati e in magistratura, tra medici, avvocati e ormai anche nel giornalismo.
Chi dirige davvero il traffico a Firenze? “Siamo tutte qui in prima linea per dire no al patriarcato che ci sovrasta”, ha gridato la sindaca alla piazza affollata di donne incazzatissime, “Con me ci sono la prefetta Ferrandino, la rettrice dell’università Petrucci, la vicepresidente della Regione Toscana Saccardi, la console generale americana Ballard”. Patriarcato, appunto. Non una di meno.
Va comunque detto che anche in Europa le donne sono messe male, oppresse nel loro naturale desiderio di realizzarsi socialmente. Per quanto fatichino, devono infatti limitarsi ad alcuni incarichi marginali e per lo più invisibili. Cose che non aiutano le donne a crescere. A cominciare dalla tapina presidente della commissione UE Ursula von der Lyen, oppure da Roberta Mensola, che fino a pochi giorni fa presiedeva il parlamento di Strasburgo.
Di Angela Merkel cancelliera decennale della locomotiva tedesca si è ormai persa la memoria insieme alla locomotiva. Ma qua e là l’attuale premierato porta nomi curiosamente femminili. Cito a memoria, ma non vorrei sbagliare: in Serbia governa Ana Brnabic, in Lituania Ingrida Simonyte, in Estonia Kaya kallas, in Danimarca Mette Frederiksen, in Moldavia Natalia Gavrilica, in Slovacchia Zuzana Kaputova. Da poco hanno lasciato l’incarico di premier in Finlandia Sannna Marin, in Islanda Katrin Jakobdotstir, in Francia Elisabeth Borne.
In Grecia, Moldavia e Slovenia sono donne anche i presidenti della repubblica: rispettivamente Katerina Sakellaropoulou, Maria Sandu e Natascia Pirc Musar. La giovane capa di stato ungherese si chiama Katalina Eva Novak, quella del Kosovo Vjosa Osmani Sandriu. In Bosnia Erzegovina Zelika Zvijanovic fa parte della triade presidenziale.
Toh, stavo per dimenticare proprio la prima donna del Cern, l’italiana Fabiola Gianotti, alla testa del più imponente centro scientifico europeo, che sta rivoluzionando le frontiere della fisica.
Povere donne. Vale proprio la pena di dirlo: maledetto patriarcato.