Dopo la geopolitica ecco la geodemografia. La demografia come importante pedina del gioco tra i paesi del mondo e dei possibili conflitti tra di loro. Osserviamo il nostro mondo, vediamo come rapidamente negli ultimi tempi le popolazioni siano numericamente cambiate e proiettiamo i nostri calcoli fino al 2050, visto che le transizioni demografiche con si consumano in pochi giorni ma sono un processo nel tempo abbastanza facilmente prevedibile perlomeno in un futuro ravvicinato: un essere e un divenire legato alla natalità, l’invecchiamento e la mortalità. Chi cresce e chi si assottiglia e questa non resta solo una curiosità ma riveste un’importanza notevole nei rapporti territoriali e politici, una variazione di peso tra i vari paesi nel tempo, che può determinare condizioni di competizione, di prevalenza degli uni sugli altri conclusa o tentata, di ascesa o discesa. Una variazione, però, perlopiù ignorata. Mentre le piroette della minore o maggiore natalità in questo o quell’altro stato non determinano solo cambiamenti interni ma hanno un peso rilevante anche nei rapporti tra stati, provocando spesso tensioni ingiustamente sottovalutate.
La tesi di cui sopra si basa sulla convinzione che il rapporto tra demografia e politica sia assai più stretto di quanto si pensi comunemente. Come spiega Massimo Livi Bacci, professore emerito di demografia all’Università di Firenze, presidente onorario della IUSSP (International Union for the Scientific Study of Population), socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, che è stato anche senatore della Repubblica e che ha recentemente spiegato i punti salienti del suo ultimo libro, “La Geodemografia – Il peso dei popoli e i rapporti tra Stati” (Il Mulino), al noto appuntamento fiorentino “Leggere per non dimenticare”. Dove un immancabile folto numero di persone riflette settimanalmente su “Un mondo nuovo”, come si chiama il ciclo di incontri, discutendo, tramite i libri via via presentati, di cambiamenti sociali, culturali, tecnologici del momento.
“Si tratta di guardare ai rapporti tra Stati con un occhio attento alla demografia considerando che lo spostamento di popolazione ha un grande peso” dice Livi Bacci che spiega nella sua introduzione come negli ultimi tempi si sia riscoperto qualcosa che in realtà l’umanità sapeva da molto tempo, ovvero che “il mondo è uno e quel che succede in un punto del globo echeggia altrove nel mondo”. Qui si tratta, spiega ancora, di “ esplorare le conseguenze dei mutamenti demografici nei rapporti tra regioni e paesi del mondo”.
In analisi, le dinamiche delle popolazioni “divise dalla profonda faglia che separa il Nord del mondo, ricco e avanzato, dal Sud del mondo, povero e con sviluppo tardivo”. Adesso la faglia sta muovendosi tumultuosamente, almeno dal punto della demografia, avendo il Nord “compiuto la transizione demografica” e essendo, il Sud, “a metà del guado”. Chi ha più popolazione smette di produrne altra e torna indietro, chi era indietro si lancia e cresce fino a oltrepassare chi è rimasto pingue e fermo.
Se ne 1950 l’Europa del sud aveva una popolazione più che doppia rispetto a quella del nord dell’Africa, ci rivela Livi Bacci, ora la demografia si è ribaltata e nel 2050 la popolazione nel mediterraneo del sud dalla parte della sponda europea sarà di quasi due terzi inferiore a quella della sponda africana. E ancora, sempre tenendo conto di questo arco di tempo, la Russia, che nel 1950 era di tre volte più popolosa del Pakistan, ne diventerà circa un terzo, peraltro come il Giappone nei confronti delle Filippine. Solo alcuni esempi per capire come adesso “alla faglia economica che da secoli separa il nord dal sud del mondo si sovrappone il dislivello crescente della massa umana che popola queste due parti del mondo”. E come non immaginare che tutto questo sommovimento non abbia esiti ancora difficili da prevedere ma sicuramente spiazzanti?
Per non dire dei “grandi competitori mondiali”: gli USA, prevede la scienza della demografia, cresceranno ancora fino al più 11% alla metà di questo secolo mentre la Russia scenderà dell’8%. E, ancora, tra Cina e India, dove quest’ultima sta già rubando alla prima il titolo di paese più affollato del mondo, il divario aumenterà ancora di più: visto che la Cina sta andando in giù sul binario del meno 8% e l’India sull’assai più dinamico percorso di crescita del 18%. E’un dato di fatto che lo spostamento demografico sposti di fatto i rapporti tra Stati , riflette Livi Bacci, anche se esistono eccezioni in cui non è vero che più popolazione corrisponda a più forza: ci sono pur sempre i David e i Golia come ci sono stati paesi di successo ma in discesa di popolazione che, pur piccoli, hanno continuato ad affermarsi a livello culturale, economico, tecnologico. Peraltro il mondo è sempre più connesso e in poco tempo anche i più sfavoriti possono impossessarsi dei saperi e dei poteri dei più forti ed emergere rapidamente. Tuttavia resta innegabile che un paese più popolato ha maggiore potenza e vantaggi, riflette il demografo, tanto che anche chi parte male quanto a sviluppo ma poi aumenta a livello demografico, una volta accresciuto il proprio grado di benessere, può superare gli altri paesi già affermati: essendo in grado di maneggiare maggiori masse critiche di capitale e dunque fare un maggiore salto in innovazione, produzione, influenza culturale sul resto del mondo.
Insomma anche se la demografia non è tutto, contiene in sé il seme di un cambiamento radicale ancora poco compreso e che invece può scuotere gli equilibri del mondo, come suggerisce Livi Bacci che ci addita una serie di elementi potenzialmente destabilizzanti su cui giova riflettere. Ovvero il vertiginoso recente mutamento di rapporto di peso umano nei vari paesi, l’esplosione di popolazione nel sud del mondo, la profonda rivoluzione dei flussi migratori, l’addensamento costiero. Fenomeno, quest’ultimo, che rende ancora più fragile un’area del pianeta già particolarmente battuta dal climate change. “Non è la demografia la causa dei conflitti ma può provocare tensioni che non sono da sottovalutare”, è il commento.
Portato come esempio da “scuola” di demografia è il caso Palestina – Israele, che titola un capitolo del libro. Cent’anni fa nello stato di Israele e quello palestinese (Striscia di Gaza e Cisgiordania) c’erano circa 750 mila abitanti in tutto, in grande maggioranza arabi con una minoranza di circa 80 mila ebrei. Nel 1948 gli ebrei diventarono, secondo il censimento, 650 mila, tra qualche anno si prevede che saranno 8 milioni. Un secolo fa la popolazione della regione era per nove decimi araba, ora gli ebrei sono 7,2 milioni in Israele e i musulmani sono 5 milioni nello stato palestinese e 2 in Israele: fanno più o meno pari, con una popolazione globale venti volte più numerosa di cento anni fa: caso esemplare, per la demografia, di rapidissima crescita, oltretutto disuguale, in un luogo piccolo e avaro di risorse naturali dove sono scoppiati grossi conflitti. Sostiene Livi Bacci che “il fattore demografico ha avuto e ha una grande importanza nelle vicende sia interne che esterne della regione”. Interne, aggiunge, per l’altissimo tasso di riproduttività degli ebrei haredim (ortodossi) poco inclini a rispettare la laicità dello Stato, conservatori, ostili alla modernità, i più conflittuali nei confronti dei palestinesi. Esterne, a causa della più rapida e dinamica di crescita della popolazione araba rispetto a quella israeliana, adesso un po’ in discesa, ma fino a dieci anni fa considerata tale da minacciare un sorpasso. Come peraltro, aggiunge Livi Bacci, a Erdogan non piace per niente che le regioni turche dove ci sono i curdi siano più rapidamente popolate delle altre.
Né va sottovalutata la lettura politica dei fatti demografici. Il più fragoroso di tutti, spiega ancora il demografo, è quello delle migrazioni e di come cambiano i flussi delle medesime. Le migrazioni sono “la componente più instabile dei sistemi demografici e quella più manipolabile dalla politica”. In modo tale da rappresentare presso le popolazioni l’effetto più immediatamente percepibile dei cambiamenti prodotti dalla demografia in movimento. Finendo per assumere un grosso peso non solo nelle dinamiche interne di paesi i cui dirigenti vogliano puntare a una politica di chiusura, ma anche nei rapporti tra stato e stato. La manipolazione politica più fragorosa è lo “spettro della sostituzione etnica” che Livi Bacci liquida in due parole con l’evidenza della comprensione delle cose piuttosto dell’ottusità della strumentalizzazione spiegando che chi viene ha l’urgenza di assimilare il nostro modo di vita e non di imporre il proprio: “Non vogliono sostituirci ma essere simili”.
La chiusura ai migranti vagheggiata dai paesi più ricchi appare nociva soprattutto a questi ultimi. Negli stati ricchi ed evoluti, sottolinea il demografo, diminuiscono i nati e aumentano i vecchi, dunque i migranti potrebbero ripopolare paesi svuotati di energie mentre la tendenza a chiudersi rischia di trasformare i paesi sviluppati del mondo ma in via di svuotamento demografico in “mele secche” che non producono sviluppo e non hanno mano d’opera. Al massimo si andrà verso un’epoca in cui l’immigrazione sarà sempre meno irregolare e più regolare. “Ma non basta, sul fenomeno bisogna investire – e investirci significa scuole, strutture, lavoro – per facilitare, anziché ostacolare, l’immigrazione”.
Investire sui migranti per tamponare lo svuotamento. E’ l’unica soluzione secondo Livi Bacci, assai scettico sulla possibilità di invertire il percorso di denatalità attraverso quelle che giudica pur meritevoli, ma non tali da spostare sostanzialmente il problema, pratiche per accrescere il numero dei nuovi nati dando più servizi, asili, congedi parentali paritetici, “qualche soldino in più alle madri”. Ci sono, sottolinea, paesi più avanti dell’Italia in questo senso che si impegnano seriamente a spendere e darsi da fare perché i provvedimenti di cui sopra si realizzino e “fanno bene” in quanto, ammette, ne aumenterà la libertà delle donne, il non dover scegliere tra figli e lavoro e successo, la tranquillità familiare, una civiltà avanzata e accogliente . Ma, “come abbiamo già visto”, prosegue, l’asticella delle nascite si sposterà di poco. La tendenza a fare pochi figli sta, secondo lui, “nello spirito del tempo”. Spirito, insiste Livi Bacci, che, come vediamo dall’esempio cinese, contamina ogni paese appena varchi la soglia del benessere e approdi alla contraccezione.
Il vuoto si colma davvero solo rimescolando le carte e mettendo nel conto di casa propria i migranti. “Chiudere le frontiere è una politica di corto periodo, la grande politica dell’Europa sarebbe investire sull’immigrazione, solo questo renderebbe il processo demografico meno conflittuale”, è la convinzione di Livi Bacci.
In foto: Massimo Livi Bacci