Manovra da 18,7 miliardi: approccio alla tedesca del ministro Giorgetti

Obbiettivo primario, non superare il 3% di indebitamento. A che prezzo.

Ironia, sorrisi , ma piglio inflessibile e postura draghiana. Così il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sta portando avanti la manovra di bilancio 2026. Con qualche giorno di ritardo per cercare di placare i ministri insoddisfatti, Palazzo Chigi ha licenziato la bozza, 137 articoli che ancora ballano e accendono gli animi. L’iter parlamentare parte dal Senato e la navigazione si fa più perigliosa, con le opposizioni che remano contro. Ma Giorgetti, ormai alla sua quarta esperienza di legge di bilancio, sa tenere ben stretto il timone, concedendo poco o niente, a partire dall’importo complessivo della manovra, 18,7 miliardi, modesto secondo i più, ma da cui non ci si discosterà neanche di un millimetro. “Voi non credete ai miracoli, io invece ci credo”, ha ironizzato il ministro per mettere subito in chiaro la difficoltà di far quadrare i conti in un Paese con un debito pubblico che ha raggiunto nel 2024 il 135,30 per cento sul Pil e in un contesto di strettissimi vincoli europei sottoscritti da Giorgetti stesso nel 2024 quando ha firmato il Piano strutturale di bilancio, in vigore fino al 2029. Si lavora quindi dentro una impalcatura rigida che consente solo piccoli interventi a margine.  E poi c’è il contesto internazionale instabile, con crisi economiche generalizzate, le guerre, anche commerciali, con i dazi impazziti a cura dello sceriffo Donald Trump e la minaccia della recessione, che non è da escludersi quando finisce la panacea del Pnrr.

L’Italia resiste bene, vantando una stabilità politica festeggiata con toni trionfanti in settimana (‘siamo il terzo governo più duraturo della storia repubblicana’), che agevola l’immagine di un paese affidabile sui conti pubblici. E’ stata la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, presentandosi a sorpresa in conferenza stampa a Palazzo Chigi, a definire la legge di bilancio 2026 “una manovra seria, equilibrata e responsabile”. Giorgetti ha lavorato con l’obiettivo fermo di restare sotto al fatidico 3% e ha preso anche buoni voti in Europa: “Se l’Italia nel 2025 scende sotto il 3% del rapporto fra deficit e Pil, nel prossimo semestre la rimuoveremo dalla procedura d’infrazione”, ha fatto sapere il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis.

Ma che prezzo si è pagato per questo? Il ministro taglia, aggiunge, lavora di fino, con perizia ispirata alla Prudenza, la dea che lo guida da quando si è seduto alla scrivania di Quintino Sella, ma il respiro delle sue manovre sembra corto – sottolineano i più critici – deprime visione e crescita, stressando i numeri come “un qualunque ragioniere di Bruxelles” avrebbe detto Giorgia Meloni quando stava sulle barricate dell’opposizione.  E la Cgil, già pronta a scendere in piazza se non cambia il quadro, ricorda che la finanziaria è un importante “atto politico, non un compitino di contabilità” e con il meccanismo del fiscal drag, senza l’indicizzazione automatica all’inflazione dell’Irpef, “con una mano si dà qualcosa, poco, a chi vive di reddito fisso, con l’altra si prende molto di più”. Più aulico il costituzionalista Sabino Cassese che invita ad aggiungere ai numeri le idee e a “governare non con il misurino del contabile ma con il metro dello statista”.

Del resto, lo stesso ministero dell’Economia e l’Istat concordano che la manovra per il 2026 non avrà un impatto significativo sulla crescita del PIL, che rimarrà modesta, con previsioni intorno allo 0,5-0,7% nel 2025 e nel 2026. E’ la natura di questa legge di bilancio, che non prevede misure espansive ma è basata perlopiù su tagli alla spesa.

In generale il ‘miracolo’ di Giorgetti punta a recuperare, per le coperture più consistenti,  4.972 milioni di euro dalla rimodulazione del Pnrr, 4.294 dalle misure su banche e assicurazioni, 2260 dai ministeri. I capitoli di spesa più rilevanti sono i 2.938 milioni per le imprese e i 2712 per le nuove aliquote Irpef. Altri 2034 sono destinati alla Sanità e 1582 alle politiche per la famiglia e spese sociali. Per il resto interventi più modesti e le solite spolverate di bonus un po’ ovunque. Pacchetto banche e affitti brevi i capitoli più caldi che scatenano i leader della maggioranza.

La leva del fisco lavora su gran parte delle misure in manovra. La più rilevante o almeno la più sbandierata è la riduzione dell’aliquota Irpef dal 35 al 33%  sui redditi tra i 28 e i 50 mila euro. E’ la bandiera di Forza Italia fatta sventolare sul ceto medio.  Riguarda circa 10 milioni di contribuenti che, secondo le stime del ministero dell’Economia, risparmieranno da 40 a 440 euro l’anno, a seconda del livello di reddito. Ben poca cosa, solo tre euro al mese – fa i calcoli la Cgil – per chi guadagna 30mila euro l’anno.

L’altro piatto forte è la rottamazione ‘quinquies’, vietato chiamarlo condono anzi, negli slanci più ecumenici, diventa addirittura ‘pace fiscale’. Comunque la si chiami, si possono regolarizzare i debiti con il fisco per le cartelle esattoriali notificate entro il 31 dicembre 2023, in un’unica soluzione o in 54 rate bimestrali. Esclusi i tributi locali (Imu e Tari) per i quali decideranno i Comuni. La rottamazione sarà aperta a tutti coloro che hanno dichiarato e non versato, cosa sottolineata dal ministro Giorgetti per allontanare da sé l’immagine del ‘condonista’: non c’è dolo, quindi non si tratta di evasori incalliti ma di cittadini in difficoltà. Restano fuori quelli che avevano aderito alla quarta rottamazione. Raddoppia anche il tasso di interesse, stavolta applicato al 4%. 

Le misure sul lavoro sono sbandierate come importante contributo per sostenere i salari. Niente a che vedere col salario minimo, questo governo non ne vuole sapere e fa a modo suo agendo ancora sul cuneo fiscale. Viene introdotta una flat tax al 5% sui rinnovi dei contratti 2025-2026 per i redditi fino a 28mila euro lordi. Sulle nuove assunzioni c’è una superdeduzione del 120% del costo del lavoro che sale fino al 130% per i soggetti più fragili. Ancora, si detassano dal 5 all’1% i premi di produttività e al 15% i compensi per gli straordinari, i festivi e notturni. Previsto poi il fondo per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego.

Per le imprese, oltre alla riduzione del cuneo fiscale, c’è una nuova ‘Transizione 5.0’ per sostenere l’innovazione digitale ed energetica, con un superammortamento del 180% per chi acquista beni strumentali fino a 2,5 milioni di euro e del 220% per gli investimenti green. Previsto anche il credito d’imposta per le imprese ubicate nelle zone economiche speciali (Zes). Infine, come misura sociale, si prevede una decontribuzione di ottomila euro per i datori di lavoro privati che assumono madri con almeno tre figli minorenni e senza lavoro da almeno sei mesi.

Il capitolo pensioni ha note dolenti, con opposizioni e sindacati pronti a dare battaglia: “A ridatece la Fornero”, ironizzano. Il governo ha comunque confermato la sterilizzazione dell’aumento di tre mesi dell’età pensionabile per il 2026, ma scatterà nel 2027 per un mese e fino a tre nel 2028, esclusi i lavori usuranti. L’aumento delle pensioni minime è di 20 euro al mese, ma solo per chi ha 70 anni o più. Poca roba, considerata l’inflazione che si mangia quasi tutto. Sulle pensioni anticipate, viene prorogata solo l’Ape sociale, stoppati invece Quota 103 e Opzione Donna.

Le misure sulla casa hanno il vero imprinting di questo governo. “Per noi è sacra”, ha detto la presidente Meloni annunciando che la prima casa esce dal calcolo Isee fino a un tetto catastale di 92mila euro. Si ripristinano poi le agevolazioni al 50% sempre sulla prima casa, per le ristrutturazioni. Il 36% resta solo per le seconde. Giorgetti ha però voluto battere cassa sugli affitti brevi, portando l’aliquota dal 21 al 26% e scatenando così il putiferio in maggioranza, con un’inedita alleanza fra Fi e Lega, i primi che si dicono sconcertati perché non erano neanche stati messi al corrente e Tajani giura: “Non voteremo mai questa norma”. Alla Lega viene intanto offerto come bandierina “un contributo” fiscale a favore dei genitori separati che hanno difficoltà con la casa. Il putiferio scatenato sugli affitti brevi fa intravedere una rimodulazione o cancellazione della misura, considerata anche la sua modesta entità, 100 milioni di euro, per cui il gioco non varrebbe la candela.

Sulla famiglia invece niente dissidi ad oggi. E’ il settore più identitario per questo governo, il suo fiore all’occhiello . A questo giro si estende il quoziente familiare anche ai nuclei con almeno due figli. Confermato poi il congedo parentale facoltativo all’80% dello stipendio ed esteso fino ai 14 anni dei figli. Aumenta inoltre da 40 a 60 euro al mese il bonus per le mamme lavoratrici che hanno un tetto Isee a 40mila euro e con almeno due figli. E viene rifinanziata per due anni la carta ‘Dedicata a te’ per chi ha l’Isee non superiore a 15mila euro.

La Sanità è un altro capitolo consistente, con un incremento del finanziamento del Fondo sanitario nazionale per l’anno 2026 di 2,4 miliardi di euro. Le misure più rilevanti riguardano le nuove assunzioni, 6300 infermieri e 1000 medici e aumenti di stipendi di 230 euro al mese lordi per i primi e 125 per i secondi. Altri fondi sarebbero stanziati per estendere gli screening tumorali, aumentare i livelli di assistenza legati alla tutela della salute mentale e del sistema di cure palliative.

Ma ecco le misure più incendiarie, verso banche e assicurazioni. Il governo vorrebbe drenare da qui 11 miliardi in tre anni, 4,5 nel 2026, con una imposta sostitutiva sulle riserve non distribuite al 27,5%, e altri interventi, tutti su base volontaria. Di obbligatorio da pagare invece, ci sarebbe l’incremento di due punti dell’Irap, per il triennio 2026-2028, ma l’intero pacchetto potrebbe subire modifiche per le forti reazioni e anche dopo l’atteso parere della Bce. Senza dire della possibilità che le banche poi si rifacciano sui correntisti. Intanto litigano i vicepremier, con Salvini che battezza la misura come ‘Robin Hood Tax’ e attacca: “Tutti possono piangere tranne le banche italiane, è una cosa che non si può sentire”, minacciando: “Se si lamentano ancora non saranno cinque ma sei o sette” i miliardi di contributo delle banche. Dall’altra parte punta i piedi Tajani a difesa del settore, magari con un pensiero alla Mediolanum dell’amico Berlusconi:  “Il concetto di extraprofitto è di stampo sovietico, non credo si debba avere un atteggiamento punitivo”, dice.  

Fronte aperto anche quello del comparto Difesa e Sicurezza, con i sindacati militari, della Polizia e dei Vigili del fuoco che definiscono “vergognosa” e “inaccettabile” la bozza della manovra che non prevede per il settore alcuna risorsa né assunzioni, nonostante le numerose promesse del governo. Gli autotrasportatori a loro volta scalpitano per l’aumento delle accise sul gasolio. Rassegnati invece fumatori e tabaccai per l’aumento delle sigarette.

Un classico di ogni manovra, che stavolta ha scatenato più reazioni del solito, è la spending review ai ministeri, per otto miliardi. La novità è il metodo scelto, non si taglia a scelta libera, politica, ma si devono tagliare i fondi non usati: “Dovevano fare i compiti”, ironizza Meloni che, da parte sua, dà il buon esempio sottraendo alla Presidenza del Consiglio 50 milioni fra consulenze, auto blu e spese di rappresentanza. Ma i suoi ministri non ci stanno. Alessandro Giuli, rivolto ai tecnici: “Noi diamo sangue volentieri a una manovra dall’alto contenuto sociale ma serve più attenzione per la cultura”.  Falcidiata questa, soprattutto al capitolo cinema e audiovisivo, con i fondi tagliati di 190 milioni nel 2026 e 240 nel 2027. E qui si è scatenata la sottosegretaria alla Cultura, la leghista Lucia Borgonzoni, con una lettera accorata a Giorgetti e Meloni per salvare il cinema italiano.

Al momento il quadro sulla manovra è questo ed è mobile, un work in progress, un cantiere aperto dove si cerca di comporre come prima cosa i dissidi interni alla maggioranza, mentre le opposizioni già scalpitano e preparano il terreno di guerra in Parlamento, con le ormai tradizionali cariolate di emendamenti e le maratone ostruzionistiche . Ma i travagli delle manovre hanno tutte il gong finale al 31 dicembre e si risolvono spesso in maxiemendamento e fiducia. Così, fine dei giochi

In foto: Giancarlo Giorgetti

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