Apre con Sant’Agostino e Papa Francesco, chiude con la ‘Rerum Novarum’ di Leone XIII. E c’è già tutto lui, Robert Francis Prevost, Papa Leone XIV. In mezzo, il suo programma pontificale concentrato nell’omelia di insediamento, il suo modo di porsi, sereno e riflessivo, la capacità di commuoversi, la grande cultura, teologica e non solo. Davanti a lui, la Piazza San Pietro delle grandi occasioni, con 200mila persone e 156 delegazioni venute a sentirlo da tutto il mondo.
Niente è lasciato al caso nella cerimonia che inaugura il Pontificato di Leone XIV, niente improvvisazioni, niente discorsi a braccio cui ci aveva abituato Papa Francesco, Prevost legge un testo scritto fino alla virgola e celebra la messa in quattro lingue, latino, italiano, spagnolo e inglese, con il Vangelo cantato in greco. C’è poi la solennità del rito di ogni ‘intronizzazione’ di Papa, dove vengono consegnati i simboli del Pontificato: il pallio – la fascia che il protodiacono pone sulle spalle del Papa – e l’anello del pescatore. Il pallio è di lana di agnello, per evocare il ruolo del pastore ed è decorato con tre spille, i tre chiodi della croce di Gesù. L’anello del pescatore, che il Papa in carica tiene al dito fino alla sua morte, è il simbolo del pontificato. Quando lo ha ricevuto, Leone XIV, alzando gli occhi al cielo, si è commosso.
Prevost comincia l’omelia rendendo subito omaggio a Sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, [Signore] e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te” (le ‘Confessioni’ (1,1.1). Poi il pensiero al suo predecessore: “In questi ultimi giorni, abbiamo vissuto un tempo particolarmente intenso. La morte di Papa Francesco ha riempito di tristezza il nostro cuore e, in quelle ore difficili, ci siamo sentiti come quelle folle di cui il Vangelo dice che erano ‘come pecore senza pastore’”.

Nelle parole e nell’immagine di Papa Leone c’è l’uomo di curia, che rende onore alla liturgia tradizionale fin nell’ultimo dettaglio e c’è il pastore che si contamina con gli uomini e le loro inquietudini, in una felice convivenza. Ci sono i testi sacri e l’esortazione all’amore, espressa con grande slancio: “Questa è l’ora dell’amore”. C’è poi il Papa che si mostra uomo umile e fragile: “Sono stato scelto senza alcun merito e, con timore e tremore, vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo della vostra fede e della vostra gioia, camminando con voi sulla via dell’amore di Dio, che ci vuole tutti uniti in un’unica famiglia”. Un’unica famiglia in “una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato”. E una Chiesa corale perché il Papa “deve pascere il gregge senza cedere mai alla tentazione di essere un condottiero solitario o un capo posto al di sopra degli altri”.
Amore e unità. Sono le parole chiave che Leone XIV pone a guida del suo pontificato. Lo ha spiegato lui stesso perché: “Amore e unità: queste sono le due dimensioni della missione affidata a Pietro da Gesù”, ha detto nell’omelia, argomentando a lungo con le citazioni dei testi evangelici, per poi concludere che “a Pietro è affidato il compito di ‘amare di più’ e di donare la sua vita per il gregge”. E alla fine indica esattamente come declinarlo questo amore: “Non si tratta mai di catturare gli altri con la sopraffazione, con la propaganda religiosa o con i mezzi del potere, ma si tratta sempre e solo di amare come ha fatto Gesù”.
Poi, rivolto ai fedeli, ha richiamato all’unione contro il male del mondo: “In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità. Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo”.
“Un piccolo lievito di unità” da condividere anche con “le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace”. Quella pace più e più volte richiamata fin dalle prime dichiarazioni di Prevost e di nuovo invocata, con sguardo allargato, alla fine della celebrazione eucaristica: “Nella gioia della fede e della comunione non possiamo dimenticare i fratelli e le sorelle che soffrono a causa delle guerre. A Gaza i bambini, le famiglie, gli anziani sopravvissuti sono ridotti alla fame. Nel Myanmar nuove ostilità hanno spezzato giovani vite innocenti. La martoriata Ucraina attende finalmente negoziati per una pace giusta e duratura”.

Con l’amore Papa Prevost chiude la sua omelia, citando Leone XIII e rendendo chiaro ancora una volta perché ha voluto sceglierne il nome: “Fratelli, sorelle, questa è l’ora dell’amore! La carità di Dio che ci rende fratelli tra di noi è il cuore del Vangelo e, con il mio predecessore Leone XIII, oggi possiamo chiederci: se questo criterio ‘prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace?’ (Rerum novarum, 21). Con la luce e la forza dello Spirito Santo, costruiamo una Chiesa fondata sull’amore di Dio e segno di unità, una Chiesa missionaria, che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola, che si lascia inquietare dalla storia, e che diventa lievito di concordia per l’umanità. Insieme, come unico popolo, come fratelli tutti, camminiamo incontro a Dio e amiamoci a vicenda tra di noi”.
C’è anche tanto Bergoglio in queste parole. Francesco amava i ‘fratelli tutti’, le folle, e il giorno prima di morire aveva strappato ai medici la concessione del suo ultimo giro fra i fedeli in Papamobile. Leone XIV lo stesso giro lo ha voluto fare prima ancora di celebrare la messa di insediamento. Alla fine della celebrazione poi, nel corso del saluto alle delegazioni nella Basilica di San Pietro, si è concesso un’uscita dal protocollo, andando incontro al fratello maggiore Louis Prevost, per abbracciarlo, come avrebbe fatto Francesco, cui i protocolli sono sempre stati stretti.

Il gioco di trovare similitudini e differenze fra i Papi appassiona tanto, ma rischia un eccesso di semplificazione. Leone XIV appare formalmente molto distante da Francesco, a partire dal dettaglio della scelta della residenza che sarà nel Palazzo apostolico e non a Santa Marta, come aveva deciso Bergoglio. Ma le sintonie di sostanza sono altrettanto evidenti nei primi passi della predicazione di Prevost. Una per tutte, la questione della pace, che sta molto a cuore al nuovo Pontefice. Nello stesso pomeriggio dell’intronizzazione, per due ore si è intrattenuto con il presidente dell’Ucraina Zelenskij e, il giorno dopo, ha ricevuto il vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance in Vaticano per “uno scambio di vedute”, come ha riferito la Santa Sede, con l’auspicio del “rispetto del diritto umanitario e del diritto internazionale” per le aree di conflitto e di “una soluzione negoziale tra le parti coinvolte”.
E’ questa la Chiesa “che si lascia inquietare dalla storia e che diventa lievito di concordia per l’umanità”, la Chiesa che vuole Leone XIV, la Chiesa che aveva voluto fortemente Francesco.
Foto di Luca Grillandini