In Israele Trump re, eroe e messia, ma non dispensatore di grazia

Il presidente si fa in quattro per Netanyahu, ma mette solo in imbarazzo Herzog

In una calda mattina di ottobre Israele ha accolto Donald Trump da star, acclamato re, eroe o messia. A Tel Aviv le bandiere di Davide sventolavano accanto a quelle a stelle e strisce. Manifesti e cartelli con la scritta pace e grazie presidente Trump, in ebraico ed inglese. Dopo mesi di lacrime e rabbia è tornata la gioia nei volti. In un continuo di sorrisi, balli e canzoni. Festa. Quella stessa folla oceanica che sabato scorso aveva con un caloroso boato di applausi accolto il nome di Trump e riservato una bordata di fischi al solo menzionare quello di Netanyahu.

Rumorosa dissonanza di giudizio, tra i manifestanti che accusano il loro primo ministro, chiamandolo a rispondere delle proprie responsabilità, e l’amministrazione repubblicana statunitense, che lo vede in maniera diametralmente opposta. E che si è impegnata nel tentativo di riabilitazione agli occhi della nazione. Garanzia che deve aver chiesto Bibi per accettare la proposta di Trump, poco invitante dal suo punto di vista. Alla Knesset, l’unico posto dove il falco della destra è sovrano assoluto, Trump si è sperticato sia a glorificare i meriti del successo del suo piano “commerciale” di pace, che a lanciare il salvagente politico a Netanyahu. Per il quale chiede in diretta al presidente Isaac Herzog la grazia ai processi in tribunale. Mettendo la prima carica dello stato in evidente imbarazzo, istituzionale e diplomatico.

È parte dello show mediatico trumpiano, in formato spot per Bibi. Sul palco in scena il monologo presidenziale, a tratti scorretto nei toni, ironico e cinico, retorico e autocelebrativo, con la trovata della promessa di tanto “business per tutti”. A lui i presenti (sugli spalti numerosi indossavano capellini rossi MAGA) hanno dedicato ovazione dopo ovazione, ripetendo lo slogan “Trump presidente della pace”. Arando il campo per la prossima nomina al Nobel. Trump ricambia le lodi e serve il paracadute al leader del Likud: «Sapete, che piaccia o no, lui (Bibi) è stato uno dei più grandi leader in tempo di guerra». Trump ha dedicato spazio all’arringa di difesa, presentandosi in veste di navigato avvocato: «Basta polemiche per oggi». Offrendo a Netanyahu su un piatto d’argento il capitale di consenso di cui oggi gode tra il pubblico israeliano: «Israele, con il nostro aiuto, ha vinto tutto ciò che poteva raggiungere con la forza delle armi. (Bibi) Hai vinto. È il momento di tradurre queste vittorie contro i terroristi sul campo di battaglia nel premio finale della pace e della prosperità per l’intero Medio Oriente. È giunto il momento che tu possa goderti i frutti del tuo lavoro». Credito, sancito da un patto (politico ed economico) che ormai è palese: «E io gli ho detto: “Bibi, sarai ricordato per questo molto più che se avessi continuato ad andare avanti, uccidere”… E voglio solo congratularmi con te (Bibi) per aver avuto il coraggio di dire: “Abbiamo vinto, e ora godiamoci la vita”, ricostruiamo Israele e rendiamolo più forte, più grande e migliore di quanto non sia mai stato prima».

Quando l’applauso ininterrotto del parlamento israeliano accompagnava l’uscita di scena di Trump il dito del presidente indica Bibi seduto proprio difronte a lui invece, di essere al fianco degli ostaggi e alle loro famiglie. Nel gesto di Trump c’è tutto, e molto di più. È l’endorsement elettorale. La piazza non ha gradito molto, ha preferito perdonare il presidente e non assolvere Netanyahu. In attesa della commissione d’inchiesta e le urne, dove punirlo. Comunque, se Trump voleva ricucire la profonda frattura della società israeliana con uno spettacolo pro Bibi non c’è riuscito. Ma se il punto era legittimare la prossima candidatura di Netanyahu, e farla propria, beh è stato chiarissimo ed esaustivo.

Intanto a qualche chilometro di distanza, sotto lo stesso cielo e bagnati dallo stesso mare, la gente di Gaza a fatica fa ritorno a quello che aveva abbandonato, fuggiti per salvarsi dai bombardamenti. Tra le montagne di macerie che si perdono a vista d’occhio anche in questo caso la realtà ha due facce. La felicità dei gazawi, palpabile, per la fine delle ostilità e il ritorno dei prigionieri scambiati per gli ostaggi, abbracciati da un corteo di familiari e amici. Festa nella festa. Su cui incombe il rischio di caos imminente, con una nuova tornata di violenza, interna. La resa dei conti, il primo segno di implosione del potere di Hamas. La rivolta delle fazioni palestinesi che si sono ribellate al regime fondamentalista. Bande armate, gruppi locali, i potenti clan della Striscia che, armati e supportati militarmente da Israele, si scontrano con i miliziani di Hamas per il controllo di Gaza. Hamas reagisce con esecuzioni in piazza. Da tempo Rafah, Beit Lahiya, Beit Hanun, Khan Yunis e i quartieri di Gaza City sono oggetto di violenze e tensione tra i contendenti. Hamas come Netanyahu è assillata dal problema di mantenere una qualche forma di potere. La prospettiva è poca. Mentre, l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen se la tregua tiene, aspetta il momento propizio per riprendersi in mano Gaza, e trattare gli affari che gireranno intorno alla ricostruzione. Con la quasi certezza che gli ostacoli Hamas e Marwan Barghouti non sono sul suo cammino. E che Israele fara di tutto per impedire la nascita di uno Stato palestinese.

Infine, forse sarà sfuggito, ma la giornata di lunedì 13 ottobre è stata scritta anche da qualcuno altro che non fosse Trump. Oltre al gotha dei paesi musulmani sunniti abbiamo la croce rossa internazionale, che dopo due anni sul campo in prima linea, ha portato in libertà sia gli ostaggi che i prigionieri palestinesi rilasciati. Per il loro encomiabile lavoro meritano un premio. 

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