La nuova proposta di legge elettorale, già ribattezzata “Stabilicum” (che ha rimpiazzato il meno elegante Melonellum) non incontra com’è noto le simpatie dell’opposizione e, a ben vedere, neppure di parte della maggioranza. Tuttavia, dopo il “serrate le fila” della premier, ecco che il 15 settembre il disegno di legge passa al Senato con 113 sì e si avvia verso la terza presentazione alla Camera, dove si voterà con voto segreto.
Perché si parla di legge truffa? Il senso lo spiega il presidente Valdo Spini, nel corso del convegno che si è tenuto venerdì 12 settembre nella sede fiorentina della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli. “Parlare della storica legge truffa del 1953 paragonandola alla attuale, è come parlare di caramelle per i bambini. La legge del ’53 prevedeva che se una coalizione riscuoteva il 50% dei voti più uno, aveva diritto al premio di maggioranza. Nella proposta attuale la soglia è del 42%. Ciò mette in discussione uno dei principi costituzionali sul voto: la Carta dice che il voto è personale, uguale, libero e segreto. Quando un premio di maggioranza giunge a questo tipo di dimensioni, secondo me lede il principio di uguaglianza”. Un secondo aspetto, incalza Spini, è quello che riguarda il rapporto fra eletto ed elettori. “O si torna ai collegi uninominali, oppure si mettono sì le preferenze, ma sul serio. In ogni caso, dobbiamo tenere a mente che queste elezioni sono fatte non per eleggere il governo, ma per eleggere il Parlamento. Invece, sia con l’introduzione del concetto di coalizione, sia con quella del concetto di indicazione di un candidato primo ministro che la coalizione fa propria in caso di vittoria, è evidente che in qualche modo si cerca di spostare il baricentro sul governo. Questo meccanismo avrebbe bisogno di una modifica costituzionale, in quanto la nostra Costituzione dice che i cittadini sono chiamati a eleggere il Parlamento. Ribadisco che dovrebbe finalmente ripristinarsi sul territorio un rapporto per cui il cittadino sappia chi è il suo eletto, e non si trovi di fronte a una lista bloccata. Questo scoraggia, evidentemente, la tenuta della democrazia”.
Perciò, l’accusa di “premierato strisciante” che viene fatta al disegno di legge elettorale ha buoni motivi. Il professor Giovanni Tarli Barbieri, ordinario di diritto costituzionale e prorettore dell’Università di Firenze, sostiene che il concetto di “premierato strisciante” sottintende all’intera impostazione della proposta di legge, e “non possiamo dimenticare che spesso questo tipo di leggi si sono caratterizzate per avere anticipato le nuove forme assunte poi dalle istituzioni” .
Altro nodo, l’astensionismo, di cui i meccanismi premiali previsti nella legge dovrebbero tenere conto. “La sentenza 35/2017 della Corte Costituzionale non imponeva, ma consentiva al legislatore anche di condizionare il premio al fatto che fosse andata a votare una soglia minima degli elettori”. Al terzo punto, il concetto di coalizione. “La legge prevede che il premio scatta se la coalizione ottiene il 42% alla Camera e al Senato; ma dice semplicemente che, per avere il premio, occorre che una lista singola o liste collegate si colleghino a liste singole o liste collegate anche al Senato. Ma non dice se sono le stesse. Teoricamente, si potrebbe anche dare il caso che il campo largo alla Camera si colleghi col centrodestra al Senato. Ma se ci fosse davvero un risultato per cui un gruppo arrivasse al 42% in un ramo del Parlamento grazie a una lista che c’è alla Camera ma non c’è al Senato, è la stessa coalizione che ha vinto? Occorrerebbe quindi un procedimento elettorale che unifichi l’offerta elettorale nei due rami del Parlamento”. Sempre dato per pacifico che i due procedimenti elettorali, in Camera e Senato, possano essere unificati e non siano invece indipendenti e distinti. Punto che al momento non è affatto pacifico. “Se non fosse così, si potrebbe dire che ha vinto una formazione che potrebbe vincere in un formato diverso rispetto a come si è presentata al voto. Allora si può dire che ha vinto?”.
Dopo aver ricordato che il cittadino avrebbe il diritto di andare a votare con un sistema chiaro, lineare e comprensibile, e che l’Italia soffre di un “riformismo compulsivo”, in particolare per quanto riguarda la legge elettorale, Tarli Barbieri sottolinea che “siamo anche a fine legislatura“. Non un dato irrilevante, dal momento che il Consiglio d’Europa indica che non dovrebbe tenersi un cambiamento così significativo delle regole del gioco proprio alla fine di una sessione del gioco stesso. Inoltre, il professore rileva nessuna attenzione per la legislazione di contorno, quella che non riguarda la trasformazione dei voti in seggi, come il contenzioso elettorale, che prevede un giudice e un giudizio, secondo il dettato della Corte Costituzionale, “elementi che ad ora non ci sono”. Altro tema critico, la presentazione delle liste, dove si parla della raccolta di 6mila firme per le liste non rappresentate in Parlamento, e infine il voto ai fuorisede, che nasconde una bizzarria, ovvero, si può votare solo se ci si iscrive entro il 31 dicembre dell’anno precedente.
Per quanto riguarda la legislazione elettorale, insiste Tarli Barbieri, siamo all’anno zero. “La Consulta ha tenuto un comportamento prudente: le leggi elettorali sono legittime se non “manifestamente irragionevoli”. Tant’è vero che la bocciatura ha investito il Porcellum e l’Italicum e la nuova legge potrebbe fare la stessa fine. Il problema però, dopo tre leggi bocciate , diventa quello della “credibilità complessiva” del sistema. Inoltre, la Corte ha anche chiarito che essendo ovviamente legittimo l’obiettivo della stabilità e della governabilità, è tuttavia prevalente quello della rappresentatività. Per quanto riguarda il premio di maggioranza, è ammesso se non dà luogo a problemi di torsività, ovvero non deve essere eccessivo, rischiando così di distorcere il significato politico del voto dei cittadini. Infine, per quanto riguarda le liste boccate, sì della Corte a patto che non siano “eccessivamente lunghe”. Questi paletti imposti dalla Corte Costituzionale non possono essere lesi; ma nella legge alle Camere il listone dei “bloccati” è costituito da 70 senatori e 35 deputati. Pochi?
Infine, al di là della questione tuttora aperta se il 42% di soglia per aggiudicarsi il premio debba essere raggiunto in entrambi i rami del Parlamento e con la stessa “squadra”, si aggiunge un altro dubbio, quello che riguarda da dove provengano i voti per arrivare al 42%. Nella versione precedente della legge, passata in Senato il 15 settembre con 113 sì (ora deve tornare alla Camera il 28 settembre) non si teneva conto delle liste sottosoglia (3%), creando un problema risolto poi con l’accettazione dei voti di tutte le liste per arrivare al fatidico 42% che permette di ottenere il premio di governabilità (e al listone dei nominati di entrare in blocco). Per riequilibrare, è aumentato il numero di firme per la presentazione delle liste non rappresentate in Parlamento, come già accennato poco sopra. Sorvolando su temi già in parte trattati, giungiamo al punto più critico dell’intero Stabilicum, ovvero alla imperatività da parte delle liste di indicare il nome del premier qualora vincessero le elezioni. Un problema reale ed enorme, come sottolinea Tarli Barbieri, in quanto di fatto va a incidere sulla libertà costituzionale del presidente della Repubblica di incaricare il Primo ministro, sentite le forze politiche. Ovvero, si tratta di una strisciante riforma costituzionale? “In Italia le riforme elettorali sono sempre pensate per le riforme costituzionali. In questo caso, la riforma delle riforme era quella del premierato. Tramontata questa, è rimasta in piedi la legge elettorale”.
La vicecapogruppo del PD alla Camera Simona Bonafè mette in luce un interessante meccanismo della nuova legge, che riguarda le liste dei collegi plurinominali: nel caso in esame, esiste un capolista bloccato seguito da 5 nomi fra cui si possono distribuire le preferenze degli elettori secondo un’alternanza di genere, requisito che non c’è nei capolista. Meccanismo di “falsa preferenza”, lo chiama la parlamentare del PD, dal momento che di fatto, “si elegge meno di un terzo dei deputati e senatori, per cui la quota è davvero residuale e dai calcoli fatti dovrebbero essere solo i partiti che superano il 10% ad avere la possibilità di nominare più parlamentari rispetto alla quota formata dal capolista bloccato. Per questo è di tutta evidenza che non è un sistema che permette agli elettori di scegliersi i propri rappresentanti, anche perché ci saranno situazioni in cui un candidato che risulterà il primo della lista plurinominale più votato, tuttavia non entrerà in Parlamento, perché magari in quel collegio scatta solo il capolista, non il secondo della lista pur con la sua valanga di voti”.
E’ il professor Antonio Floridia a spiegare le ricadute concrete sul meccanismo rappresentativo del sistema elettorale Stabilicum. Essendo pacifico il fatto che ogni riforma del sistema elettorale non è completamente esente da interessi di parte, lo Stabilicum non fa certamente eccezione, e soccorre, almeno negli intenti, i dubbi che la squadra di governo nutre su una rielezione nella prossima tornata elettorale. Si tratta, dice Floridia, né più né meno di rimettere in piedi una sorta di Porcellum , dal momento che la nuova legge si fonda su un sistema di premio di maggioranza simile a quello del Porcellum. Questo è dovuto al fatto che è plausibile pensare che il centrodestra, pur avendo due o tre punti di vantaggio sugli avversari, “poteva in questo modo governare col 55-60% dei seggi rendendo così ininfluente il fatto che la distanza fra i due poli si fosse ulteriormente ridotta”.
Tuttavia, i manuali sono pieni di casi di eterogenesi dei fini, in particolare per quanto riguarda i sistemi elettorali. In questo caso, ricorda Floridia, è “intervenuta la “variabile Vannacci”; che non è una variabile casuale, ma che corrisponde a un tema politico europeo che sta creando forti tensioni fra le Destre conservatrici tradizionali e le nuove Destre radicali xenofobe e nazionaliste. E la tenuta unitaria di questi pezzi di destra è sempre più difficile. Tornando all’Italia, tutti i sondaggi mostrano che senza Vannacci la destra è in minoranza. E qui si apre un panorama interessante: saranno in grado queste destre di mettersi d’accordo, e che prezzi politici è disposta a pagare la Meloni per un accordo elettorale con Vannacci?”.
Emerge, spiega Floridia, “l’assurdità dei sistemi elettorali a premio di maggioranza, che creano un vantaggio competitivo per le forze marginali decisive. E’ questo che rende ridicolo parlare di governabilità col sistema del premio di maggioranza, perché si crea un meccanismo che enfatizza il ruolo del piccolo partito e di chi ha “la golden share” di una coalizione, per usare un termine borsistico. La Meloni è in grado di consegnare la golden share a Vannacci? La Lega può accettare una cosa del genere, mentre si sta facendo spolpare da questa vicenda?”.
Un elemento importante della riforma è l’abolizione della cosiddetta “norma anticespugli”. Che vuol dire? “In una coalizione , vengono ammesse alla ripartizione dei seggi le liste che hanno ottenuto più del 3%, oltre la lista “miglior perdente”. In un primo tempo, era stato deciso che tutte le altre liste escluso quella “miglior perdente”, andavano a perdere i loro voti. Questo meccanismo era stato pensato per mettere in difficoltà il centrosinistra, dove si sta discutendo su due possibili situazioni che non sono alternative fra loro ma che, messe assieme, possono contribuire a incidere sul risultato. Una è la ricomposizione in qualche modo di tutta la galassia centrista; l’altra riguarda l’estrema sinistra, con uno scontro congressuale molto forte in Rifondazione Comunista sul fatto che il segretario propone un’Alleanza repubblicana antifascista con tutto il resto del centrosinistra. L’abolizione avvenuta in settimana della norma anticespugli fa in modo che tutti i voti contano, anche, poniamo, l1% di Rfc. Perciò è scattata la taglia dell’aumento delle firme per le liste non rappresentate in Parlamento: migliaia di firme cartacee da raccogliere, una modalità che va a mettere in difficoltà i piccoli partiti ”.
Altra riflessione: “Se nessuna delle coalizioni arrivasse al 42% nei due rami del Parlamento, si arriverebbe alla distribuzione dei seggi con il proporzionale puro”. Ovvero, frammentazione del quadro politico e instabilità? “Affatto, perché un sistema proporzionale con la soglia al 4%, in primis toglierebbe ai partiti maggiori il ricatto delle forze minori, cui sono sottoposti ora per creare coalizioni ampi, anzi, scatterebbe l’incentivo opposto per i partiti più grandi; i partiti piccoli sarebbero incentivati a creare relazioni serie in un cartello elettorale; viene influenzato il comportamento di voto degli elettori, che possono votare per partiti in cui si riconoscono, o valutare un voto tattico e via dicendo”.
In sintesi, le valutazioni con cui l’elettore si reca al voto sono completamente diverse rispetto a quelle che mette in campo col voto secondo la modalità “Porcellum” o “Stabilicum”, in cui, in buona sostanza, si vota contro, o meglio, “per evitare che vinca l’altro”. Con buona pace della rappresentatività..