Sono ragazzi arrivati da soli in Italia, i cosiddetti minori non accompagnati. Senza nessun parente con loro, senza i vecchi amici e, nella maggior parte dei casi, senza ancora essere riusciti a vincere la difficoltà di farsene di nuovi, poiché giocano su un terreno a loro sconosciuto.Vengono da Senegal, Gambia, Tunisia, Marocco, Egitto, Afganistan, Colombia, Albania, Africa, tanto per citare alcuni dei tanti paesi di partenza. Non sanno l’italiano o lo masticano male, hanno lasciato una vita evidentemente così dura da spingerli a affrontare le più difficili peripezie pur di trovarne una nuova, non conoscono le abitudini della nuova vita ma sono giovani e le captano con rapidità.
Soprattutto “hanno un sogno, come lo hanno i loro coetanei italiani”, dice Andrew Geddes, direttore del Migration Policy Center dell’ European University Institute (EUI), l’Università europea di Firenze che insieme all’Unicef, in collaborazione con il Comune di Firenze, ha lanciato U-LEAD, un programma di dodici settimane che riunisce minori stranieri non accompagnati, studenti delle scuole superiori italiane e membri del mondo accademico “per promuovere abilità di leadership, empatia e partecipazione civica”. Convinti, Università europea e Unicef, che di fronte a 17.000 minori non accompagnati che si trovano in questo momento in Italia, siano sempre più necessari incontri non formali e soprattutto inclusivi e sostenibili.
È quel sogno da coetanei , dice Geddes, che unisce ragazzi che frequentano la scuola regolare e ragazzi migranti che magari a scuola non ci sono mai andati. In 27, di cui 16 stranieri, si stanno incontrando ogni giovedì dalle 15,30 alle 18,30 nella sede EUI della storica Villa Schifanoia sulle colline fiorentine per elaborare insieme un progetto da presentare in pubblico il 16 dicembre. L’esperienza è nuova, si tratta di “un progetto pilota concordato tra EUI e Unicef, l’unico in Italia”, spiega ancora il direttore del Migration Policy Center dell’Eui. Tra i ragazzi, gli uni non sanno la lingua degli altri e non conoscono il modo di vita degli altri. Eppure dopo qualche ora di giochi nel giardino della villa, iniziano a intendersi “ Non chiediamo ai giovani migranti come sono arrivati, non vogliamo risvegliare traumi – spiega Geddes – Ma capiamo immediatamente che possono fare amicizia con i ragazzi italiani perché sia gli uni che gli altri condividono un sogno, un’ambizione, una ricerca di futuro”.
Una prima prova per testare e sviluppare il progetto EUI e Unicef, era stata fatta, sempre a Villa Schifanoia, lo scorso giugno: allora tra gli stranieri c’erano solo ragazzi, non fosse altro perché tra i minori non accompagnati sono la larga maggioranza, ma adesso sono arrivate anche le ragazze. La prova ha dimostrato il forte potenziale del programma nel promuovere l’inclusione e la partecipazione civica dei giovani provenienti da contesti diversi. E così adesso eccoci alla partenza ufficiale .
Al centro, i diritti e come i ragazzi – diversi per origine e storia eppure sostanzialmente uguali – li percepiscono. “Il progetto offre a giovani provenienti da contesti diversi lo spazio e gli strumenti per connettersi, progettare e guidare azioni a beneficio della comunità. Ogni settimana un gruppo misto di ragazzi e ragazze affrontano domande come: quali diritti sono più importanti per noi? Come possiamo tutelarli? In che modo possiamo contribuire ai luoghi che oggi chiamiamo casa?”, racconta Geddes spiegando che “U-LEAD è stato costruito attraverso mesi di consultazioni con oltre 50 realtà locali, centri di accoglienza, Ong ed autorità territoriali: una base che assicura come il progetto sia rilevante a livello locale, ma al tempo stesso orientato verso soluzioni europee.”
Sviluppato congiuntamente dal Migration Policy Centre dell’EUI e dall’Ufficio Regionale UNICEF per l’Europa e l’Asia Centrale (ECARO) e con il sostegno del Comune di Firenze, U-LEAD trasforma Firenze in un vero e proprio laboratorio di innovazione civica. Trattandosi di un progetto concreto che fin dalla prima prova di giugno ha dimostrato il suo forte potenziale nel promuovere l’inclusione e la partecipazione civica dei giovani provenienti da contesti diversi, è replicabile e scalabile in altre città e, grazie a metodi consolidati e lezioni condivise, può offrire un modello pratico per partner municipali e regionali in tutta Europa, si spiega all’ EUI.
“All’inizio ci concentriamo sui diritti e su quale ognuno percepisce più importante secondo le proprie idee – spiega Geddes – Dopodiché i ragazzi vengono divisi in gruppi di quattro o cinque e portano avanti la loro ricerca insieme, ogni gruppo, al proprio coach. I diritti che sottoponiamo loro sono quelli stilati tramite la competenza di Unicef e basati principalmente sui diritti dei bambini e dei ragazzi promossi dalle Nazioni Unite: dal diritto di giocare ai diritti fondamentali dei giovani. È per ora risultato che tutte queste ragazze e tutti questi ragazzi, pur diversi per origine e formazione, vedono come diritto più importante quello di avere un’educazione, andare a scuola e non subire nessuna discriminazione”.
Come si procede in pratica? “Una volta che ogni gruppo ha scelto il diritto che giudica fondamentale lo elabora e lo sviluppa al proprio interno con il sostegno di noi coach. Una ricerca che non deve mai essere di stampo accademico, ma partecipativo, comprensibile anche per chi non è mai andato a scuola, visibile anche nella propria realtà territoriale, secondo un modello concreto e partecipativo. Loro decidono e si confrontano, noi diamo una mano. Per esempio, se parlano di diritti dell’integrazione noi offriamo un quadro in cui inserirli” , spiega Andrew Geddes che racconta anche come i ragazzi fossero orgogliosi ed emozionati nel presentare in pubblico per la prima volta nella loro vita i risultati della loro esperienza alla fine del test di giugno.
I ragazzi hanno tutti tra i 17 e 19 anni, vivono bene un progetto come questo, molto legato a un processo di integrazione nella società, e alla possibilità di trovare un lavoro e un futuro. “C’è molto futuro in questo tratto di cammino comune tra giovani locali e giovani venuti da lontano, noi lavoriamo intensamente sul futuro e ci accorgiamo che i giovani stranieri hanno ambizioni e speranze identiche a quelle degli italiani”, riflette Geddes.
L’altro vantaggio è che questa convivenza, pur sporadica che sia, si dimostra per i ragazzi stranieri, desiderosi e divertiti di comunicare con i loro coetanei, come un tuffo in quello che è il primo passo dell’integrazione, ossia la familiarizzazione con la lingua italiana. I loro coach peraltro, 14 EUI e 18 contando anche quelli di Unicef, parlano non solo italiano, ma francese, arabo, inglese, e possono fare anche un po’ di lavoro di mediazione. “I nostri collaboratori Unicef sono preziosi, hanno molta esperienza, ci hanno molto aiutato – riconosce Geddes – Siamo felici di lavorare con loro. È una buona combinazione, loro hanno l’esperienza di progetti di questo tipo, noi le risorse”.