L’allarme è ripreso dalla Carovana dei Ghiacciai di Legambiente, la campagna internazionale realizzata con la partnership scientifica della Fondazione Glaciologica Italiana e la collaborazione di CIPRA Italia allo scopo di monitorare e tutelare i giganti bianchi, e riguarda il ghiacciaio dei Forni, il secondo più grande d’Italia. La diagnosi è spietata: il grande ghiacciaio sta lentamente morendo per cause riconducibili alla crisi climatica e a (spesso conseguenti) eventi meteo estremi. La Carovana dei Ghiacciai, giunta alla sua terza tappa, è salita in quota accompagnata dagli esperti del Servizio Glaciologico Lombardo, dell’Università Statale di Milano e del Parco Nazionale dello Stelvio. E ciò che raccontano è la storia di un ghiacciaio sempre più sofferente.
Se ci si sofferma sulla cronologia, i dati sono impressionanti, soprattutto riguardo alla velocità di degrado del gigante di ghiaccio. Dall’inizio del secolo ad oggi, come ricordano gli esperti, è arretrato di 3 km., mentre, nelle giornate più calde, arriva a perdere 10 cm di spessore in un giorno. “Preoccupa il ritmo della fusione, ma anche il suo annerimento, così come l’aumento della copertura detritica e la disgregazione della fronte”, dicono dalla Carovana. In particolare, dal 2014 al 2022, stando ai dati dell’Università di Milano, la fronte del ghiacciaio si è ritirato di oltre 400 metri mentre la perdita di spessore è stata di 70 metri in alcuni punti, pari all’altezza di un palazzo di venti piani. Emblema della sua sofferenza, come si legge nelal nota diffusa da Legambiente, “la sua lingua inferiore tagliata dalle rocce che fino a qualche anno fa erano coperte dal ghiaccio”.
Su questo gigante malato si accaniscono con effetti deflagranti gli eventi estremi, a partire dalle piogge intense e torrenziali sempre più frequenti anche sopra i 3000 metri di quota.
“Le ultime piogge, quelle agostane di pochi giorni fa che hanno colpito le Orobie Valtellinesi e i territori limitrofi delle Orobie con 200mm di acqua caduti in soli due giorni e la Valfurva con 60 mm in 1 giorno (24h), hanno causato la parziale esondazione del torrente Frodolfo e danneggiato un tratto del sentiero che dal Rifugio Forni porta al ghiacciaio, come ha potuto constatare Carovana dei ghiacciai durante l’escursione in quota insieme al Servizio Glaciologico Lombardo e agli esperti”. Ulteriori ferite per il ghiacciaio, tanto più vista la sua estrema fragilità.
La questione degli eventi estremi e della loro intensità sull’arco alpino viene tenuta monitorata dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente, i cui dati sono stti diffusi in un incontro con la stampa del 26 agosto, in occasione della Carovana dei Ghiacciai: nei primi otto mesi del 2026, dal 1° gennaio al 23 agosto 2026, sono 72 gli eventi meteo estremi che hanno colpito le regioni dell’arco alpino. La Lombardia con 23 eventi meteo estremi è quella più colpita, seguita da Veneto (21) e Piemonte (13). Danni da vento, allegamenti da piogge intense, siccità e temperature record la tipologia degli eventi meteo più ricorrenti in questi primi otto mesi 2026.
Ma la sofferenza dei grandi ghiacciai europei è diffusa e trasversale, come dimostra il percorso della Carovana dei Ghiacciai, che nella sua seconda tappa si era fermata, dopo la prima tappa francese, sul versante italiano del tetto d’Europa, ovvero Il Monte Bianco e i suoi ghiacciai, che sono sempre più fragili e sofferenti. I dati in questo caso riguardano il ghiacciaio del Miage e quello di Planpincieux.
Nel cuore della Val Veny, il ghiacciaio del Miage negli ultimi sei anni si è abbassato mediamente di 15 metri, un’altezza pari ad un edifico di cinque piani, perdendo progressivamente volume in tutto il settore terminale. Nell’area circostante, come si legge nel report, “ aumentano le colate detritiche e i crolli, le morene si deformano, diversi larici vengono giù, mentre si formano nuovi laghi”.
Per quanto riguarda il ghiacciaio di Planpincieux, che domina la Val Ferret, si tratta di un ghiacciaio in continuo movimento, che raggiunge una velocità massima di due metri al giorno, in particolare nei periodi estivi quando si innescano le fasi di maggiore criticità dovute all’innalzarsi delle temperature. Lo scivolamento del ghiacciaio innesca naturalmente instabilità e rischi di crolli improvvisi, per cui Planpincieux è sotto costante osservazione dalla Fondazione Montagna sicura e dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta e grazie ad una tecnologia all’avanguardia che utilizza due radar. In questi ultimi otto anni, dal 2019 ad oggi, la strada della Val Ferret è stata chiusa alcune volte per rischio del distacco della massa glaciale. Planpincieux è un caso emblematico delle Alpi che cambiano e del rischio.
In definitiva, se si volesse tentare un bilancio sullo stato dell’arte nella questione dei ghiacciai, tutto lascia presupporre che, senza un cambiamento deciso, e forse anche questo sarebbe ormai inutile, i giganti bianchi sembrerebbero ormai avviati verso l’estinzione. Tuttavia, è necessario prendersi cura anche delle comunità che storicamente sono presenti accanto a questi grandi protagonisti della montagna. Per cui, come si legge nell’appello lanciato dalla Carovana insieme alla Fondazione Montagna sicura, ciò che serve sono “ monitoraggi costanti, più finanziamenti alla ricerca scientifica, maggiori politiche di mitigazione e adattamento, ed è fondamentale coinvolgere, informare e sensibilizzare la comunità locali sulla gestione e la convivenza con il rischio, come chiesto già con il “Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse” e la piattaforma politica culturale “Governare le Alpi che cambiano” nata in Italia per i ghiacciai, entrambe promosse da Legambiente, CAI, CIPRA e Fondazione Glaciologica Italiana”. Sperando che non si tratti di voci che gridano nel deserto.