Nuovi diritti nell’era digitale: conciliare Umanità e Agenti IA

L’Associazione EDHU presenta un progetto di Costituzione Digitale Europea

Umanesimo e Intelligenza Artificiale, due concetti che sembrano stare su due opposte sponde del fiume, almeno fino a quando non ci si imbatte in Federico D’Annunzio, scenarista, uno degli esponenti dell’EDHU, acronimo che sta per  European Digital Humanism, un’associazione europea che ha, fra i suoi scopi principali, quello di costruire e proporre un nuovo regolamento europeo denominato “Eu Edhu Act”. Obiettivo, una nuova architettura dei diritti nell’era digitale 2.0, capace di tutelare la persona anche nella sua dimensione digitale e di disciplinare l’azione degli agenti di intelligenza artificiale. Un’impresa titanica, che però gode di due motori molto robusti: intanto, l’idea dell’Umanesimo come patrimonio europeo inalienabile che può fondare una visione in grado di contenere al suo interno anche una presenza disturbante come l’IA; un bagaglio ideale, valoriale e culturale capace non solo di mettere l’IA al servizio dell’umanità, ma anche di accoglierla facendola soggetto di un riconoscimento giuridico seppure “condizionato”; inoltre, l’inevitabilità di questo percorso, il solo (forse) che consente di , secondo le parole di D’Annunzio, “tutelare la fragilità umana”, sottolineando allo stesso tempo il valore che sostanzia una dote così ambigua e potente. Un punto che trova appoggio anche nell’enciclica di Papa Leone XIV, che ha scatenato un dibattito molto partecipato non solo fra gli addetti ai lavori ma anche nella società civile.

Nel corso di un evento organizzato presso la sede fiorentina della Fondazione Spadolini, organizzato da Fondazione I Medici F3 – Friends for Florence, dal Movimento Repubblicani Europei e dalla stessa EDHU, cui ha partecipato l’avvocato Alessandra Fusi (anch’essa del gruppo EDHU) con una relazione giuridica estremamente interessante in cui è stata illustrata la profonda trasformazione che investirà in pieno un campo sensibile come la Giustizia, sono state messe sul tavolo alcune delle premesse sulla cui base si dipanerà la società “con l’IA”. In altre parole, esiste un salto nella storia umana che non è più possibile far finta di non vedere, ovvero la storia prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale e dopo. Un salto che sarà esplosivo con la messa a punto del computer quantistico.

Riavvolgendo il filo del discorso, l’elemento chiave della nuova visione che si sta creando sopra un grande impianto tecnologico ma anche umanistico, è il nuovo corpo dell’essere umano, che non è solo il corpo fisico invocato dal giudice del 1200 dove nasce l’Habeas Corpus, quel corpo che, attraverso le sue evoluzioni, giunge, nel diritto internazionale moderno, a sovrapporre perfettamente il corpo fisico ai diritti dell’uomo, tant’è vero che l’Habeas Corpus moderno diventa la definizione tout court di questi diritti fondamentali e irrinunciabili dell’essere umano. E’ questo il primo mattone di cui si serve D’Annunzio per la sua presentazione, la cui logica conseguenza è che questi diritti definiti nell’Habeas Corpus moderno, non possono prescindere, vista la rivoluzione tecnologica in corso, dall’Uomo nuovo, che risulta costituito sia dal proprio corpo fisico che dal proprio corpo digitale. In altre parole, il corpo digitale diventa la nuova carne dell’uomo. Un nuovo corpo “esteso” sulla cui base diventa necessario ripensare (e ricreare) i nuovi diritti dell’umanità.

Semplice a dirsi, molto complesso a farsi, dal momento che il nuovo attore che siede al tavolo è qualcosa di assolutamente mai visto prima nella storia dell’umanità, ovvero l’intelligenza artificiale. E i nuovi diritti della nuova umanità portatrice di un corpo esteso, non possono essere prefigurati prescindendo dalla necessità di dare diritti all’intelligenza artificiale. Ma perché mai dovremmo riconoscere diritti a questo nuovo soggetto? Perché l’agente IA ha dalla sua, per la prima volta nella storia, una capacità che si chiama “autonomia”. Ed è perciò che si pone la questione, necessaria, della responsabilità e della sua attribuzione. Accettando per il momento questo punto, quali diritti possono mai essere posti in capo all’agente IA? Diritti condizionati, dice D’Annunzio, non equivalenti a quelli dell’umanità, che vanno comunque normati all’interno di una governance molto chiara della nuova architettura sociale, politica ed economica del nuovo mondo verso il quale ci stiamo dirigendo.

Il percorso non è scevro da minacce. Una, molto insidiosa, è la cosiddetta cognitive surrender, ovvero resa cognitiva: le persone in questo momento, tutte ma in particolare le persone più fragili che mancano di una architettura di pensiero incapace di astrazione, sono soggette alla delega quasi completa della decisione. L’IA viene investita di funzioni decisionali. Un passaggio reso possibile anche perché si è sgretolato quello che era un principio emerso negli anni ’60, il principio dell’Uncanny Valley, letteralmente “valle perturbante”: una valle in cui l’umanità riconosce un umanoide, o qualcosa che si avvicina all’umano, e normalmente lo repelle. E’ ciò che è successo fino ad oggi. Ma per la prima volta nella storia, l’uomo riconosce nell’intelligenza artificiale non un altro da sé potenzialmente pericoloso, ma come sé. Cosa comporta ciò? Che l’essere umano passa per la prima volta improvvisamente dal ruolo di osservante a quello di osservato. Si sta costruendo intorno all’uomo una sorta di gate, un recinto di “osservatori” dell’essere umano. Ciò comporta dei rischi, il primo fra tutti , quello rischio dell’autoestinzione del genere umano. Non per mano dell’IA beninteso. Ma per una regola fondamentale: il prevalere dell’eccesso provocato dalle azioni funzionali dell’IA, ad esempio a livello di produttività, rispetto alla scarsità, che è la base dello sviluppo umano, un elemento fondante e fondamentale per definire e qualificare l’umanità , che diventerà al contrario sempre meno importante per la gestione dell’identità dell’essere umano.

L’uomo rischia così di perdere, se non interamente in buona parte, il proprio ruolo. Il lavoro, la capacità di mettersi in relazione con altri soggetti umani per raggiungere un fine, che è la modalità per combattere il limite e consente un approccio deterministico, rischia di essere spazzato via. Viene a mancare così la ragione di esistere. Il rischio però è ancora più grave, perché l’IA può dotarsi di metodi per cominciare ad essere uomo.

In questo scenario che si sta rapidamente evolvendo, l’Europa ha cercato di mettere in piedi tante normative, ma sono normative di tipo difensivo, dalla tutela della privacy alla governance dell’IA. Qualsiasi pur importante normativa che riguardi la gestione dei dati, le piattaforme per le aziende che hanno particolare potere nella gestione del dato, sono risposte difensive e configurano un sistema frammentato. Il regolatore porta la società a un fallimento inevitabile e prevedibile. Perché? Abbiamo da una parte la blockchain, una tecnologia che rende i dati immutabili, l’Identità digitale, una tecnologia che permette di rendere il dato integrato sulla persona; dall’altra, la già accennata autonomia dell’IA. Quest’ultima diventa il vero e proprio momento critico che spezza l’equilibrio, facendo saltare la catena della responsabilità. Chiede D’Annunzio: “Se un Agente IA autonomo crea un wallet, fa una transazione e genera un valore, il tutto senza intervento umano, a chi va ascritta la responsabilità?”.

“Ricordiamoci inoltre che in futuro la maggior parte delle nostre attività saranno gestite da agenti IA. Tutti noi avremo i nostri agenti IA, che costruiremo, diventando tutti architetti IA, i più bravi diventeranno orchestratori IA. Perciò, tutti coloro che conoscono un po’ di tecnologia avranno queste possibilità rispetto ai laggers o ritardatari, il che costruirà un digital divide ancora più accentuato rispetto a quello economico. Immaginiamo allora un’identità sintetica di qualsiasi tipo, che pubblichi contenuti illeciti: come facciamo a toglierli ? Di chi sarà la responsabilità?”.

Sono le ricadute ascrivibili a una società non normata. L’IA decide sui dati sanitari e su tutti gli altri dati sensibili. Senza prove di provenienza verificabili è molto difficile ritornare a tracciare la responsabilità.” Sono necessarie norme giuridiche molto chiare, che abbiano ad oggetto i nuovi diritti dell’Uomo; un EU Act che riguarda sia l’Uomo che le Intelligenze Artificiali.  Le voragini sistemiche riguardano il corpo che non viene riconosciuto come Corpo esteso, comprensivo della sua sfera digitale; l’identità, dal momento che gli avatar sono ad ora disponibili e clonabili; in altre parole, in questo momento l’IA si muove con la massima libertà”.

Un altro profilo storicamente trascurato è quello della relazione con la verità. Il dato che nasce ad ora è corrompibile, vale a dire, modificabile. Questa fragilità del mondo digitale è una fragilità sistemica che ci portiamo avanti dagli anni ’50. Tutti sappiamo che il dato può essere corrotto; e questo impedisce una costruzione della verità che poggi sul dato. Per questo EDHU, spiega ancora D’Annunzio, “prevede un cambiamento tecnologico che predisponga una sorta di impianto immunitario, con anticorpi che la stessa tecnologia costruisce per difendersi dalle sue stesse difficoltà”. I mattoni di base sono le blockchain che insieme a diverse tecnologie (il cosiddetto mosaico digitale) consentono al dato di divenire immodificabile. Immutabile. La responsabilità di quel dato immodificabile è così incardinata all’individuo, all’azienda, allo Stato che lo emette. In un certo senso, sottolinea D’Annunzio , la funzione di EDHU è fungere da architettura connettiva per ridurre la complessità, mettendo insieme tecnologie convergenti su una solida base di principi umanistici.

Il dato passerebbe così dall’essere frammentato e ingestibile, ad avere natura irrevocabile. Da quel momento, il dato diventa un oggetto giuridico standardizzato, inconfutabile, dove l’identità, l’identità crittografica, la catena di autorizzazioni, i processi, i meccanismi di verifica, diventano tracciabili e acquistano accountability, diventano strumento di fiducia. “Le tecnologie per realizzare tutto ciò ci sono – dice ancora D’Annunzio – ma finora non sono state né normate né utilizzate per dare alla nuova civiltà che l’umanità sta costruendo una nuova governance; per quanto ci riguarda, stiamo semplicemente coprendo un vuoto tra la tecnologia più avanzata e la governance”.

L’IA è passata dall’essere considerata e gestita più o meno come un prodotto, a divenire un’azione funzionale, un attore, dal momento che i dati stessi sono cambiati di natura: ante IA, informazione, dopo IA, estensione del corpo. In altre parole, sono gli Alias. “non dobbiamo avere paura degli alias – dice lo scenarista – anzi dobbiamo riconoscere loro una responsabilità, pur se condizionata. Torniamo al diritto romano: c’era il civis con il suo patrimonio di diritti e poi gli alleati, con altri tipi di diritti. La stessa cosa si può proporre con gli alias, dal momento che sono attori economici, giuridici, che vanno costruiti con dei diritti che li identifichino come autonomi e anche funzionali. Quindi, diventano attori funzionali”.  Tutto ciò mette in crisi e cambia punti fondamentali dell’assetto occidentale: il concetto di fiducia, ad esempio, o il sistema giuridico, che è destinato a mutare totalmente.

Per avanzare in questo cambiamento di civiltà senza distruggere l’umanità, è necessario dunque mettere alla base del sistema la cultura occidentale europea, ovvero le radici più salde e produttive, quelle dell’Umanesimo. Del resto, riconoscere la nuova identità del corpo, rendere immodificabili i dati e attribuire le responsabilità in modo trasparente, sono tutte modalità che riprendono il grande humus europeo del diritto romano, permettendo di salvaguardare l’umanità. I passaggi sono tutto sommato semplici, e partono dal riconoscimento del nuovo corpo dell’uomo. E dell’immodificabilità dell’identità (o meglio dei dati che la definiscono). Ma c’è un terzo punto molto inquietante.

“L’IA lavora in modo probabilistico e possiamo dire euristico – continua l’implacabile D’Annunzio – la nostra intelligenza lavora in modo deterministico, i computer che conosciamo lavorano in modo deterministico, dal momento che è la modalità funzionale a controbattere una scarsità. Il computer quantistico non ha questo approccio, ma è di tipo stocastico. Ciò comporta che la fusione di un’incalcolabile capacità di calcolo con l’intelligenza federata (ovvero l’IA addestrata con l’apprendimento federato, ndr) arriva alla creazione di nuove cellule, nuove molecole, alla simulazione di nuovi corpi”. E siamo giunti all’estremo limite dell’IA: costruire il corpo fisico. Ma se si dà un limite all’intelligenza artificiale, significa renderla competitiva. Competitiva con chi? Con l’umanità, ovviamente.

Il percorso per rallentare, se non annullare, questo finale, è, secondo D’Annunzio, quello che sta dipanando, con grandi competenze tecniche e ottima base umanistica, il progetto di proporre e rendere attiva la Costituzione digitale europea. Che si basi sui punti chiave del discorso, appunto: identità digitale verificabile, anti deepfake, senza dare dati in più rispetto a quelli che vuoi dare, che comporta anche il diritto a non essere profilati. Secondo passaggio chiave, ciascun nuovo dato, in questa architettura, è come se fosse criptato. L’essere umano deve essere sempre al centro, dal momento che abbiamo l’Ego, ovvero l’ente di garanzia originario, la persona fisica o giuridica che garantisce per l’alias. Alla fine, il responsabile vero è l’uomo. E’ vero che esistono le full-stack company, aziende interamente gestite dalle intelligenze artificiali, che utilizzano l’umano per fare cose che l’IA non può fare, affittando gli esseri umani. In USA già esistono. Se non si mette l’Uomo in mezzo a questo ingranaggio, questa è la direzione della nuova società. L’altro passo, è la macchina con il suo grado di autonomia, con la propria capacità giuridica condizionata. In tutto ciò, c’è un muro che non si può abbattere: da un parte il codice, dall’altra la biologia e la mente. Ci si può fermare qui, all’estremo presidio della netta divisione fra umanità e IA. Peccato che a riecheggiare nella nostra, di mente, nostra ovvero di profani che ascoltano quasi increduli, riecheggia un’osservazione: “E’ come fermare il vento con le mani. Ma è necessario farlo, se vogliamo costruire davvero il Digital Humanism”. Ovvero, in accordo con l’Enciclica di Leone XIV, salvare la nostra preziosa, fragile umanità. Insieme alla funzionale, eccitante e troppo simile a noi , IA.

In foto, un momento del Convegno

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