Il totalitarismo ha bisogno di una massa di individui isolati

Secondo passo, la disumanizzazione di chi non fa parte del gruppo eletto

Una vera e propria lectio magistralis sul totalitrismo, in particolare quello legato alla shoah, ovvero al nazismo, è stato il tema di un’appassionata lezione dell’on. Vittoria Franco, nella serie di incontri dedicati alla democrazia che si tengono presso la Biblioteca di Villa Bandini nel Q3.

Dopo aver indagato sul primo passo necessario per qualsiasi totalitarismo, ovvero quello di staccare gli individui gli uni dagli altri isolandoli, ottenendo così una massa di persone non capaci di condivisione, ma che, al contrario, si pensano come una galassia di monadi, il totalitarismo appare costruito si due pilastri , ideologia e terrore. “Il primo pilastro, ovvero l’ideologia – spiega Vittoria Franco – serve a identificare il fine ultimo, fornendo giustificazioni ideali e di conseguenza morali , alla violenza”. Una sorta di filtro che ha la capacità di trasformare ciò che è sbagliato in ciò che è giusto. Così, nello specifico, il meccanismo identificava l’uccisione degli ebrei nel sistema di azioni “giuste”.

“Uccidere gli ebrei significava raggiungere l’obiettivo prioritario di affermare una razza superiore in una società pacificata che annulla, annienta, tutto ciò che la contraddice – spiega Franco – L’ideologia contribuisce a confondere ciò che è bene e ciò che è male, creando una realtà artefatta, che potremmo anche definire, secondo i nostri tempi, virtuale.  Ma il meccanismo può agganciare le coscienze solo se gli individui sono isolati, se la massa è formata da monadi senza comunicazioni. Una volta stabilito il punto di partenza, l’ideologia rifiuta i legami con la realtà, si emancipa da essa. Il suddito ideale per il sistema, non è il nazista convinto, ma l’individuo per il quale la divisione fra vero e falso non esiste più“. In altre parole, il totalitarismo per reggere il proprio dominio, ristruttura il sistema di valori e l’unità di misura del vero-falso, affrancandosi dalla realtà e inducendo le monadi che compongono la massa a vivere in questa super realtà creata, invasiva di ogni aspetto della vita.

Se questa è una sponda, l’altra, necessaria, è costituita dal terrore. Il meccanismo della paura colpisce tanto più forte quanto più l’individuo è isolato. Questo principio vale per tutti i sistemi assolutistici ed è la classica veste di tutte le tirannidi, anche di memoria classica. L’individuo isolato non ha strumenti contro l’organizzazione statale, può solo pensarsi come parte funzionale alla realtà ristrutturata su nuovi parametri dettati dal leader carismatico, mentre la coralità della comunità viene meno. Da questa osservazione nasce la conseguenza che il totalitarismo è l’unica forma di governo, secondo la lezione di Hannah Arendt, in cui la convivenza fra società e potere è impossibile, dal momento che il potere non consente il minimo spazio per la libertà individuale, intesa, secondo la storica, filosofa e politologa tedesca naturalizzata americana , come la facoltà di “poter dare inizio a qualcosa di nuovo”.

I capi di accusa di sterminio, in particolare nel processo Eichmann (“La banalità del male”) diventano il simbolo del male radicale, assoluto, “dove assoluto sta per ab-solutus, ovvero impossibile da ricondurre a limiti comprensibili, dal momento che è slacciato dalla realtà. E’ sciolto da ogni vincolo, svincolato da ogni legge, tutto diventa possibile. La shoah introduce una nuova specie di male nel mondo. Ciò che è successo non si può né punire né perdonare, perché rovescia i valori che ha creato, nei secoli, l’umanità”.

Ciò che è successo è l’indicibile. “Primo Levi è un testimone eccezionale – richiama Vittoria Franco – perché non solo ha dato la sua testimonianza sulla vita del lager, ma ha analizzato il male, riflessioni che ci aiutano a tirare il filo degli eventi. La lingua manca di parole per esprimere la notizia: la disgregazione dell’uomo. L’incubo di Levi era quello di tornare a casa e raccontare, ma non essere creduto. Ovvero, mentre lui racconta, gli astanti, pur suoi familiari, si distraggono, perché quello che racconta sembra impossibile. Peggio, non credibile. Ancora peggio, sembra non credibile non perché non sia successo, ma perché indicibile: “il tentativo era quello di sradicare dal mondo il concetto stesso di uomo, dì umanità. E’ la volontà di dominio completo sull’uomo. Il nazismo distrugge non solo l’ordine sociale, economico e politico, ma anche l’umanità stessa nell’uomo”, dice ancora Franco. .

In conseguenza del mostruoso meccanismo di travisamento e ribaltamento, slacciamento dalla realtà, nella nuova realtà virtuale sembra del tutto normale l’affermazione della categoria delle persone non degne di vivere. Una categoria in cui, qualsiasi fosse il motivo razziale che ve le costringeva, le persone cessavano di essere considerate appartenenti all’umanità. Erano altro, bestie, o peggio ancora, qualcosa di immorale a metà fra animale e umano. Perciò, non essendo parte dell’umanità, potevano essere uccise senza che fosse reato, tutto nel nome della purezza della razza. Insomma, il famoso detto “ucciso come un cane”, al di là del diritto dei cani o di qualsiasi essere vivente a non trovare la morte per mano di un altro essere vivente, era orrendamente reale. M soprattutto considerata, dentro la super realtà costruita dal totalitarismo, “bene”. Chi era considerato impuro, che poteva compromettere la purezza della razza ariana, entrava nella categoria degli “uccidibili” . Semplicemente.  Non per un caso, proprio per mettere una fine a questo assurdo male che trae dall’assolutezza la propria legittimazione, la dignità dell’umano, la dignità e la sacralità dell’essere umano in se stesso, viene messa in luce in tutte le carte costituzinali del dopoguerra.

Un altro passo, dopo Arendt, lo fa Baumann, noto sociologo, filosofo e saggista polacco naturalizzato inglese, in un famoso saggio che stabilisce una relazione stretta fra il totalitarismo nazista e la modernità, Shoa e modernità, logica industriale e prodotto, la morte, frutto del meccanismo della “tanatologia nazista”. Si tratta, secondo Baumann e riprende la relatrice, di “un’estensione del moderno concetto di fabbrica. Del resto, i campi di concentramento furono realizzati da ingegneri che li rendevano funzionali ed efficaci”. Ma la domanda più urgente e sbigottita rimane: com’è stato possibile? Necessitano, spiega Franco seguendo il sociologo polacco, tre condizioni: quando la violenza è autorizzata dalle istituzioni; quando le vittime della violenza vengono disumanizzate, quando le azioni violente passano attraverso norme e regole previse. In altre parole, è la burocratizzazione che crea una catena di comando per cui, quando si obbedisce un ordine superiore, la coscienza individuale affievolisce. Responsabilità individuale e responsabilità pubblica si divaricano. “Al centro del sistema di potere non c’è più la responsabilità individuale, ma la virtù dell’obbedienza. La burocratizzazione sostituisce alla coscienza l’obbedienza. La burocrazia crea anche una distanza fra l’atto e le sue conseguenze, tendendo a creare indifferenza. La burocrazia deresponsabilizza l’individuo, il concetto di ordine e disciplina diventa dominante. Si serve la norma, non l’umanità, così la norma burocratica uccide l’umanità”.

La specificità della shoah è senz’altro peculiare, sovrastando, secondo Franco, altri genocidi che ci sono stati nella storia. Pur essendo in parte d’accordo, tuttavia sono forse le modalità dello sterminio, più che il meccanismo, a cambiare. E le modalità sono forse debitrici proprio a quello stretto legame che Baumann puntualizza quando parla di connessione fra totalitarismo e modernità. Tanto più inquietante se allarghiamo lo sguardo e arriviamo a pensare quale sarebbe l’esito della riduzione in schiavi e eletti dell’umanità con l’ausilio di una ideologia capace di avvalersi delle odierne opportunità strumentali, dai computer, ai social, e non ultima, l’intelligenza artificiale.

Questo scenario fa scattare, secondo noi del tutto legittimamente, il dubbio che alle radici del totalitarismo, che è frantumazione dello spirito di connessione dell’umanità, sieda il concetto, valido in tutte le latitudini, del popolo eletto e del suo diritto-dovere di potenza e predominio assoluti. Un concetto che erigendo un particolare gruppo umano a unico detentore di umanità, fatalmente porta a considerare tutto il resto non-umanità. Nel meccanismo già esplorato di confondere il bene col male, questo seme malvagio ammanta crimini come sterminio, genocidio, esecuzioni di massa, uniti alla cancellazione financo della lingua, della cultura, delle credenze, dell’aura di atti gloriosi di cui rendere merito a chi li compie, nella finalità della sconfitta del male e dell’avvento del bene sulla Terra. Toni escatologici ormai purtroppo e di nuovo, molto diffusi, persino in un Paese ritenuto per molto tempo la patria del laicismo, precorritore della Grande Rivoluzione francese, ovvero gli USA. .

In foto Vittoria Franco

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