Musica e poesia, il potere dei suoni e il potere della lingua

Lo stretto rapporto fra le due arti: un’iniziativa della Fondazione Bacon

Poesia e musica a Pistoia è l’evento che si svolge a Pistoia fra il 27 e il 29 settembre, organizzato dalla Fondazione Francis Bacon presieduta da Alessandro Pagnini e
promossa e sostenuta da una community internazionale di studiosi e di operatori impegnati nel management della ricerca e dell’alta cultura, aperta alla cittadinanza, alla scuola,
all’università, al mondo delle imprese e del lavoro. Tra i relatori Alessandro Carrera,  filosofo, musicologo e poeta, direttore del Dipartimento di Lingue Classiche e
Moderne alla University of Houston di cui pubblichiamo una riflessione sull’iniziativa di Pistoia.

La musica è un linguaggio che capiamo benissimo anche se non riusciamo a tradurlo. È emozione allo stato puro, senza che si debba incarnare in questa o quella passione. Ma ha effetti concreti, ci fa agire, ci fa marciare in un esercito, ci fa innamorare, ci intristisce e ci manda in estasi. Possiamo ridurla a matematica dei suoni – dopotutto anche la matematica non esprime nulla, eppure ci può affascinare; possiamo considerarla una lingua che ci viene passata non sappiamo da chi, come nel famoso esperimento mentale della “stanza cinese”, e alla quale dobbiamo rispondere come se l’avessimo capita, finché in un giorno lontano come l’infinito la capiremo – ma soltanto per accorgerci che l’avevamo già capita fin dall’inizio.

Possiamo trovare tutte le analogie e le omologie che la fanno camminare in parallelo con la musica degli alfabeti, elaborando a tal scopo ingegnose strategie strutturaliste e semiotiche, psicanalitiche e affettive che vengono costantemente elaborate, accettate, criticate e dimenticate solo per essere riscoperte dalla prossima generazione.

Chi sostiene che la musica non significa nulla troverà studiosi agguerritissimi pronti a spiegare come la musica abbia una grammatica, una logica, una sintassi, e dunque anche uno scrigno di significati che aspetta solo di essere aperto.

Chi sostiene che la musica è un libro aperto, basta solo imparare a leggerlo, troverà sulla sua strada musicisti che alla musica come costruzione matematica hanno dedicato la vita e che pure saranno i primi a sostenere che è proprio lo scrigno del non-significato il tesoro più prezioso che la musica deve difendere da chi la vorrebbe ridurre a un manuale di istruzioni per l’uso.

Oggi non sarebbe difficile sostenere che la musica sia un castello di algoritmi, di procedure da seguire o più spesso da inventare, per raggiungere uno scopo. Ma prima di essere affettivo, sociale, politico, mercantile, quello scopo deve essere musicale.

Possiamo concepire una figura ascendente o discendente come una funzione ricorsiva, ad ogni transizione attraverso il circolo delle quinte è come se assistessimo alla creazione di un mondo parallelo, o possiamo decidere di usciamo dal sistema tonale per addentrarci negli ordini del suono di altri continenti, nelle intricate modalità del jazz o nel serialismo che oltrepassa d’un balzo le sette note delle scale maggiori e minori, ma la questione rimane la stessa: che cosa vogliamo dalla musica, e che cosa vuole la musica da noi?

C’è una poesia di Roberto Carifi intitolata Ora scelgono…, tratta da Amorosa sempre. Poesie 1980-2018, che si conclude con due versi inaspettati. Mentre l’argomento sembra essere che nel giorno di Santo Stefano arrivano infermieri a porre malati o vittime, non si sa dove e non si sa bene perché, su lettighe per portarli via in ambulanze, subito dopo l’immagine di una “ferocia / negli occhi dei fratelli” viene l’inattesa conclusione: “la senti questa musica, è un comando / l’universo che ti risparmia”.

Meglio lasciare la più ampia gamma di interpretazioni: la musica è un compito che l’universo non ti vuole imporre, la musica è un ordine, imposto all’universo, di risparmiarti; oppure, con più semplicità, la musica è lo stesso universo nel suo risparmiarti, nel suo trattenerti come cosa preziosa.

Mai come nel rapporto tra poesia e musica troviamo la geografia dei confini che uniscono, e insieme separano, il potere della lingua e il potere dei suoni. Un Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, nel 1965 ha detto: “una canzone è qualunque cosa che cammini da sola …. una poesia è una persona nuda… ”.

Una poesia è “una persona nuda” perché mostra sempre il suo autore. La migliore recitazione non le aggiunge né le toglie nulla. Non è nemmeno necessario che l’autore sia conosciuto, perché ciò che conta di una poesia, in ogni cultura alfabetica, è che sia scritta. Una poesia non è mai completamente anonima, neanche se la troviamo tra i frammenti dell’Antologia Palatina. Il ritmo e l’alfabeto sono i suoi genitori. Irraggia da un solo punto, come una stella fissa. Configurandosi come scrittura, infatti, ha perso l’accidentalità della voce empirica.

Anche l’epica classica? Anche Omero? Ma di Omero conosciamo solo le trascrizioni. La voce dei bardi omerici è rimasta nella scrittura, nel ritmo e nel suo suono, ma come perduta e in quanto perduta. Certo, c’è anche una voce che nasce dalla scrittura. Se non ci fosse la scrittura, che universalizza i contenuti, noi non sapremmo che c’è “la” voce, l’idea di voce che non appartiene a nessuno in particolare; sapremmo solo che ci sono “le” voci singole, che appartengono sempre a qualcuno.

Questa voce, che W.H. Auden ha chiamato “una bocca” (“a mouth”), è la soglia della poesia. Perché la poesia è scritta ma, insieme, è sempre un poco più che scritta, senza mai tornare a essere orale. Una poesia musicata, al contrario, come anche una canzone, si ritrova ad essere un poco meno che scritta, smarrisce l’identificazione con il testo e abbandona colui che l’ha composta nel momento in cui passa attraverso la voce che la esegue, anche quando autore ed esecutore sono la stessa persona. Dopo la prima volta che è stata consegnata all’aria, chiunque la raccolga e la canti la può fare propria. O si illude di farla propria. Può modificarla, ritoccarla, riarrangiarla quanto vuole. Anche così resuscitata la canzone riprenderà il suo cammino, in cerca di un’altra voce e di un’altra incarnazione.

È un paradosso, e non si può fare nulla per renderlo meno stridente: la poesia, che è universale, genera l’autore individuale, anzi l’individuo tout court; il canto, che è sempre di qualcuno, perché è necessaria la voce di qualcuno che lo canti, sottrae l’individualità al suo autore, rendendolo accidente di una catena potenzialmente infinita di voci uniche e contingenti. Quando ascoltiamo una voce che canta, ne ascoltiamo il paradosso, ed è questo paradosso che ci in-canta.

Alessandro Carrera

In foto Bob Dylan (1991)

Poesia e musica a Pistoia

Sabato 27 settembre, ore 16.30 – Chiesa dello Spirito Santo, Pistoia

Presentazione-concerto di Lingua e musica (ETS) di Marcello Pagnini a cura di Maurizio Biondi (Cherubini Conservatorio di Musica, Firenze), con Ensemble musicale del Conservatorio Cherubini: Martino Noferi (flauto e oboe barocco), Paolo Cantamessa e Amedeo Scorcelletti (violino barocco), Valeria Brunelli (violoncello barocco), Vera Alcalay (Clavicembalo), Elena Casaglia (soprano). Introducono Franco Marucci (Università di Venezia) e Enrico Reggiani (Università Cattolica “Sacro Cuore”, Milano). Segue una performance di Davide Biagini (pianista) e Margherita Cavaciocchi (vocalist) su poesia e musica di Alessandro Carrera (University of Houston), introdotta da Franco Nasi (Unimore). Chiesa dello Spirito Santo, Pistoia.

Domenica 28 settembre, ore 10.30 – Sala Maggiore del Comune di Pistoia.

50 anni di poesia italiana. Dedicato a Roberto Carifi. Presentazione del numero del cinquantenario della rivista “Gradiva. International Journal of Italian Poetry” (Olschki) con Giovanni Capecchi (Università per stranieri, Perugia), Alessandro Carrera (editor della rivista), Lina Bolzoni (SNS, Pisa), Sergio Givone (Università di Firenze), Alberto Casadei (Università di Pisa). Segue la lettura di poesie di Carifi musicate dal maestro Paolo Zampini con la voce di Francesca Della Monica. Sala Maggiore del Comune di Pistoia.

lunedì 29 settembre, ore 18Kent State University, Firenze

Conferenza di Alessandro Carrera (University of Houston),  Not Quite a Complete Unknown: Bob Dylan’s Controversy, 1965-1966. Presenta Fabrizio Ricciardelli (Director, Kent State University Florence Center).

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