“Chi siete? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!”
Inizia così il nostro viaggio nel meraviglioso mondo dei dazi, con una delle scene più assurde (e geniali) della commedia italiana: quella in cui Troisi e Benigni cercano di passare la dogana in Non ci resta che piangere.
E non è solo un titolo. È proprio quello che viene da fare oggi, davanti a certi meccanismi economici tanto assurdi quanto reali. Non ci resta che piangere. Sul serio. Perché, come nel film, qualunque cosa tu dica o faccia, la risposta sarà la stessa: un fiorino.
Nel film, i protagonisti provano a cambiare tono, risposta, strategia. Ma niente. Il dazio arriva sempre, inesorabile, come una tassa divina: un fiorino. Ed è proprio questo il punto. Il dazio doganale, oggi come nel Quattrocento cinematografico, non sembra avere logica prevalentemente economica, ma soprattutto una logica fiscale. Non tanto a proteggere un’industria, a incoraggiare l’innovazione o a dissuadere la concorrenza sleale. Serve a fare cassa. Come il doganiere del film, lo Stato chiede un fiorino, sempre e comunque, qualunque cosa tu stia trasportando: un cavallo, una domanda, un silenzio… poco cambia.
È esattamente la filosofia che ha ispirato i dazi di Trump: l’importante non è cosa importi, ma da dove viene. Con qualche eccezione (tipo l’auto, dove guarda caso pare che la meno penalizzata sarà Tesla), i suoi dazi non colpiscono prodotti specifici, ma Paesi interi. È una dogana geopolitica, non economica. Se sei cinese o europeo, il tuo container paga. E qui arriva il capolavoro di ipocrisia economica: Trump dichiarava guerra commerciale alla Cina… ma a pagare il conto saranno i consumatori americani.
Sì, perché il dazio non lo paga la Cina. Non è che il produttore di tostatrici a Pechino versi il 34% del valore alla dogana di Washington. No. Quel 34% lo paga l’importatore americano quando fa entrare la merce. E ovviamente, per non rimetterci, lo scarica sul prezzo. Quindi, se prima un tostapane cinese costava 100 dollari, ora ne costa 134. Più tasse locali, se ci sono. E chi lo compra a quel prezzo maggiorato? L’americano medio, che magari ha pure votato per “America First”, pensando che avrebbe fatto pagare i cinesi.
Negli Stati Uniti però non esiste ’IVA doganale come la conosciamo noi nella UE, che è un altro bel trabocchetto: quando la merce entra, oltre al dazio, viene applicata l’IVA, calcolata anche sull’importo già aumentato dal dazio. Negli Stati Uniti la sales tax si paga solo quando il prodotto viene venduto al consumatore finale, in base alle leggi fiscali del singolo Stato
Altra cosa da sottolineare è il meccanismo con cui gli Stati Uniti hanno deciso l’entità dei dazi che ha tutta l’aria di essere arbitrario, opaco e pretestuoso. Si basa su criteri politici più che economici, con calcoli che sembrano usciti da un cappello magico: oggi a te 10%, domani a lui 25%, dopodomani vediamo. Non c’è una coerenza né un metodo oggettivo, ma piuttosto la sensazione che il dazio venga usato come strumento di pressione o ritorsione. Più che politica commerciale, sembra diplomazia con il manganello.
E a proposito di manganello, anche l’Italia fascista ci aveva preso gusto con i dazi. Mussolini, convinto sostenitore dell’autarchia, li utilizzò per rafforzare l’economia nazionale, o almeno così diceva. In realtà, si trattava spesso di misure punitive e propagandistiche, come nella celebre “battaglia del grano”, dove si alzavano i dazi sul grano estero per incentivare la produzione interna. Risultato? Prezzi più alti e colture redditizie abbandonate. Il fascismo estese poi i dazi a diversi settori industriali, ma più che rafforzare il Paese, contribuì ad indebolirlo economicamente, rallentando l’innovazione e penalizzando i consumatori. Anche in quel caso, come oggi, si usavano i dazi anche per mostrare i muscoli, e chi ci rimetteva erano le tasche della gente comune.
A questo punto, torna utile un altro film, quello in cui Totò diventa contrabbandiere suo malgrado: La legge è legge. Totò si ritrova a passare continuamente da Francia a Italia, con una frontiera che taglia in due il paese. E tra tentativi di nascondere il vino nella fontana e proposte di barattare la moglie per evitare dazi e imposte, ci mostra l’assurdità di molte delle barriere doganali. Una commedia, certo, ma mica tanto lontana dalla realtà.
Anzi, pare che J.D. Vance – quando rientrerà dall’Italia negli Stati Uniti – farà proprio come Totò: infilerà sotto il cappotto un paio di bottiglie di rosso, sperando che nessuno gliele trovi. Del resto, per un Brunello, l’unica alternativa è pagare il dazio. E ormai lo sappiamo: qualunque cosa porti, la risposta è sempre la stessa. Un fiorino.