Era il 30 aprile di quarant’anni fa, quando alle 18 circa un ping mutò la storia dell’Italia, anche se probabilmente la consapevolezza di cosa volesse dire tutto ciò cominciò a prendere effettiva consistenza qualche anno dopo. Il ping partì dalla sede del CNUCE-CNR (acronimo di Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico) di Pisa, e la risposta giunse da Roaring Creek, in California. Era un ok. Così l’Italia divenne la quarta nazione europea ad entrare in Internet, preceduta da Norvegia, Regno Unito e Germania. In ricordo di quel momento e della storia che condusse a quel ping, l’Università di Pisa ha organizzato un incontro presso l’Auditorium del Cnr di Pisa. Una storia che è ricordata dalla targa apposta in via Santa Maria, a poca distanza da Piazza dei Miracoli.
Per raccontarla, bisogna risalire al 1954, ovvero a un finanziamento di 150 milioni di lire che era stato assegnato all’Ateneo pisano. Fu Enrico Fermi a suggerire al rettore dell’Università pisana, Luigi Avanzi, di utilizzare quelle risorse, che provenivano dalle province e comuni di Pisa, Lucca e Livorno, per costruire una macchina calcolatrice elettronica. La richiesta prese piede e condusse alla nascita della Calcolatrice Elettronica Pisana, conosciuta con l’acronimo CEP, che vide l’inaugurazione, nel 1961, del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.
La ricaduta della costruzione di uno dei più grandi calcolatori europei, che si può ad oggi contemplare al Museo degli Strumenti per il Calcolo dell’Ateneo, fu anche l’assemblare, attorno al progetto, un team straordinario, che, proseguendo nella ricerca, si trasformò, nel 1965, nel Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico (CNUCE) tenuto a battesimo sempre da un presidente della Repubblica, che questa volta era Giuseppe Saragat. Il CNUCE, che aveva ricevuto la donazione di un IBM 7090, diventò il motore dello sviluppo informatico pisano, tanto che nel 1969 fu istituito il primo corso di laurea in Ingegneria dell’Informazione in Italia, mentre nel 1974 il Centro passò al CNR.
A questo punto della storia, è necessario citare due scienziati che furono, nella comunità scientifica, fondamentali per il percorso che porterà al famoso ping. Si tratta del professor Luciano Lenzini, docente del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione e di Maurizio Davini, docente dell’Università di Pisa e coordinatore del Green Data Center. Il professor Lenzini aveva iniziato a lavorare sul progetto già nel 1970, stringendo rapporti con Robert Kahn, uno dei padri di Internet, ma soprattutto convincendo della validità del progetto i vertici del CNR. D’altro canto, un viaggio che lo aveva portato a soggiornare al centro scientifico IBM di Cambridge in Massachusetts, lo aveva reso del tutto consapevole delle enormi potenzialità della ricerca.
Torniamo al ping. Gli ostacoli per giungere al successo, ovvero portare l’Italia su Internet, furono tecnico-burocratici e riguardavano il gateway operativo fino ad allora utilizzato dal gruppo pisano per lavorare al progetto. Questo ostacolo era conseguente alla decisione della DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency, agenzia governativa del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie) che tutti i nodi europei dovessero utilizzare il nuovo Butterfly Gateway. Si trattava di un router sperimentale con 256 processori collegati con uno schema a farfalla che si rifletteva sul nome, il cui costo era assolutamente proibitivo per il CNUCE. Un ostacolo insormontabile. Lenzini era pronto a lasciare. Illustrò le sue ragioni nel corso di una riunione dell’ICB (International Cooperation Board) e alla fine, dalla bocca di Kahn, giunse la soluzione: il Butterfly sarebbe stato finanziato direttamente dal Dipartimento della Difesa USA. La sostituzione con il vecchio gateway operativo fino ad allora utilizzato avvenne con l’arrivo dello strumento a Pisa.
Ora, tutto era pronto. E siamo al 30 aprile 1986, verso le 18. A premere il comando fu il ricercatore del CNUCE Antonio Blasco Bonito, presenti Luciano Lenzini e Stefano Trumpy, il direttore del CNUCE, attualmente Presidente Onorario della Internet Society italiana.
Ed ecco cosa successe. Il segnale, invece di viaggiare via cavo transatlantico, partendo dal Centro, passò attraverso una linea terrestre fino in Abruzzo, alla Piana del Fucino, dove l’antenna parabolica di Telespazio lo rimbalzò sul satellite Intelsat IV da dove venne lanciato a Roaring Creek. La velocità era di 64 Kbps, il protocollo utilizzato era il TCP/IP. Quello che, ad oggi, sostiene la rete globale. L’Italia aveva aperto le porte a internet. In questa fase si colloca un altro protagonista della vicenda, il professor Maurizio Davini, docente dell’Unipi e coordinatore del Green Data Center, all’epoca studente di fisica al CERN, dove ebbe modo di conoscere Tim Berners-Lee, l’informatico britannico che ha inventato il World Wide Web. Berners-Lee, dopo avergli illustrato il progetto cui lavorava, gli dette il codice per provarlo sui sistemi Unix, a Pisa. Risultato, la prima pagina web italiana divenne quella dell’Università di Pisa: www.unipi.it.
L’evento era enorme, ma la stampa nazionale non dette segno di accorgersene. A onor del vero, qualcosa di altrettanto importante ed estremamente drammatico era accaduto da qualche giorno, ovvero era avvenuto il disastro di Chernobyl. L’importanza di quel “salto in rete” fu tuttavia sostanziale, per il Paese e per tutte le persone, che videro cambiare le regole della comunicazione, dell’economia, della cultura.
Una vera rivoluzione che non s’arresta, dal momento che un prossimo capitolo è già aperto. Intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e sovranità digitale ridisegnano qualcosa di nuovo, una nuova fase che comporta enormi possibilità e nuove applicazioni, foriere tuttavia di inquietanti rischi.
E’ dunque l’internet quantistico il segnale della nuova rivoluzione. “Il paradigma cambia radicalmente rispetto all’internet classico – spiega Lenzini – i parla di entanglement e teletrasporto: concetti che, dal punto di vista della ricerca, hanno ancora qualcosa di fantascientifico”.
Secondo la comunità scientifica, l’internet quantistico non sostituirà quello attuale, ma lo affiancherà, rendendo possibili applicazioni oggi impensabili, come la condivisione di informazioni crittografate in modo intrinsecamente sicuro. “Esiste già un’infrastruttura europea sviluppata dalla Quantum Internet Alliance con alcuni funzionamenti di base, che necessitano ulteriori sviluppi soprattutto per le memorie quantistiche – osserva Marilù Chiofalo, docente dell’Università di Pisa e tra le firmatarie del manifesto internazionale Women for Quantum – gli investimenti sono rilevanti, ma è necessario prestare attenzione al contesto geopolitico”. Si tratta di tecnologie con possibili applicazioni anche militari. Per questo, conclude Chiofalo, “è essenziale che il loro sviluppo sia accompagnato da consapevolezza, trasparenza e cooperazione internazionale”.
In foto la macchina calcolatrice del CNUCE (Archivio fotografico Università di Pisa)