La “quota salari” è il vero problema che tiene basse le retribuzioni in Italia

La parte di reddito che va ai lavoratori era il 70% negli anni ’60, oggi il 50%

Aumento dell’occupazione, crescita del Pil. Eppure, i salari italiani restano da fame e i lavoratori spesso devono scegliere se pagare l’affitto o le bollette. E in molti casi, la cinghia si stringe anche per la spesa alimentare. Tutto ciò dà l’impressione di qualcosa di distorto e che, al di là dei numeri sciorinati con fare trionfale, la realtà resti sconosciuta e tutto si stemperi in un generico “le cose vanno bene”. Abbiamo deciso di porre alcune domande sul tema a Matteo Gaddi del Centro Studi Fiom-Cgil, e Nadia Garbellini, professore associato presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali, dove è responsabile di insegnamenti nell’ambito dell’Economia Politica.

Le fonti governative stanno rendendo noti numeri positivi per l’economia italiana, in particolare per quanto riguarda l’occupazione, ma anche la crescita del Pil. Eppure, ai lavoratori di tutto ciò sembra non arrivare nulla, dal momento che i nostri salari sono fra i più bassi d’Europa. Cosa sta succedendo?

“È vero, le statistiche parlano di una crescita del PIL e di un aumento dell’occupazione. Ma per capire cosa sta davvero succedendo, bisogna guardare meglio dentro questi numeri. Partiamo dal mercato del lavoro. I dati sull’occupazione, spesso esibiti come segnale di ripresa, vanno presi con molta cautela. I problemi qui sono di due ordini diversi.Il primo riguarda il modo in cui viene misurata l’occupazione: la Rilevazione sulle forze di lavoro (RFL) rileva gli occupati in migliaia di persone, distinguendo tra tempo pieno e part time, ma senza alcuna informazione sul numero effettivo di ore lavorate. Questo è un limite sostanziale. Per capire davvero quanta attività lavorativa viene svolta, bisogna guardare ai dati della contabilità nazionale, che includono non solo il numero di occupati, ma anche le ore lavorate complessive. Quando confrontiamo le due serie, vediamo che l’occupazione in teste cresce più rapidamente di quella in ore. Il divario tra le due serie tende ad allargarsi soprattutto nei periodi di recessione, suggerendo che la crescita occupazionale registrata nei dati può in realtà riflettere un aumento dei contratti con impegno orario ridotto o molto variabile. Il secondo problema riguarda le definizioni adottate dalla RFL. Secondo la classificazione ufficiale dell’Istat, viene considerato occupato chi, nella settimana di riferimento “ha svolto almeno un’ora di lavoro a fini di retribuzione o di profitto, compresi i coadiuvanti familiari non retribuiti; […] è un lavoratore stagionale che continua a svolgere mansioni o compiti necessari all’attività”. Questa definizione estremamente ampia implica che si possa risultare “occupati” anche avendo lavorato solo un’ora nella settimana di riferimento, e persino senza retribuzione formale, nel caso dei coadiuvanti familiari. In queste condizioni, è evidente che il dato aggregato sull’occupazione non ci dice molto né sulla qualità né sulla stabilità del lavoro”.

Ma per quanto riguarda il trend spesso richiamato della progressiva stabilizzazione del lavoro?

“Anche le dichiarazioni trionfanti sulla stabilizzazione dei precari andrebbero ridimensionate. Dopo l’abolizione dell’articolo 18, infatti, anche il contratto a tempo indeterminato ha perso gran parte della sua capacità protettiva: la stabilità formale non coincide più con una reale tutela. A questo proposito, vale la pena ricordare l’importanza dei referendum promossi dalla CGIL, che mirano proprio a ripristinare diritti fondamentali nel mondo del lavoro. È importante che tutti vadano a votare”.

E per quanto riguarda la crescita del Prodotto interno lordo?

“Veniamo alla crescita del PIL. Le statistiche sulla crescita fanno riferimento al PIL reale, cioè alla crescita in termini di volume. Questo indicatore, però, non è indipendente dalla variazione dei prezzi: al contrario, ne è fortemente influenzato. In particolare, se la composizione del paniere di riferimento per l’indice dei prezzi al consumo varia in favore delle merci il cui prezzo è aumentato più della media, il tasso di crescita del PIL reale sarà sovrastimato; se prevalgono invece beni con aumenti inferiori alla media, sarà sottostimato. Quello che davvero conta, però, è la variazione del valore aggiunto, e soprattutto la sua distribuzione tra salari e profitti. In presenza di inflazione, il PIL nominale tende a crescere, ma se i salari nominali restano invariati – o crescono meno dell’inflazione –allora la distribuzione del reddito si modifica a favore dei profitti. I percettori di salario vengono penalizzati due volte: da un lato perché la loro quota di reddito sul totale diminuisce, dall’altro perché subiscono una perdita in termini reali a causa dell’aumento dei prezzi”.

La responsabile dunque dello schiacciamento dei salari verso il basso è l’inflazione?

“Non esattamente. L’inflazione, come già diceva tra gli altri Kalecki, è un fenomeno redistributivo: si risolve solo quando una delle due classi – in genere quella meno forte, cioè la classe lavoratrice – rinuncia alle proprie rivendicazioni e cede quota sul reddito. Ecco perché i lavoratori non traggono beneficio dalla crescita del PIL: quella crescita si traduce immediatamente in nuovi profitti, a scapito dei salari.Il vero problema è la quota salari, cioè la parte del reddito nazionale che va ai lavoratori:se negli anni ’60 sfiorava il 70%, oggi si aggira appena sopra il 50%. La concentrazione del capitale cresce: questo significa che i profitti si distribuiscono tra un numero sempre più ristretto di soggetti, mentre il numero dei lavoratori aumenta, ampliando ulteriormente la disuguaglianza. A questo si aggiunge il continuo deterioramento del potere d’acquisto dei salari, eroso da un lato dall’inflazione (anche il cosiddetto “basso” livello del 2% rappresenta comunque un costante aumento dei prezzi), e dall’altro dalla riduzione dei servizi pubblici. Il quadro complessivo è, a dir poco, allarmante”

Il meccanismo che schiaccia i salari verso il basso ha qualche connessione col debito pubblico italiano? E in ogni modo, quanto influisce il nostro debito pubblico sulla stabilità del sistema economico nazionale?

“Sì, il debito pubblico ha un ruolo importante nel meccanismo che schiaccia i salari verso il basso, ma non nel senso che viene veicolato dal pensiero dominante. Il legame passa soprattutto attraverso le politiche di austerità che, con il pretesto di “tenere sotto controllo”il debito, impongono tagli alla spesa pubblica. Questi tagli non solo si rivelano inefficaci – finiscono infatti per peggiorare il rapporto debito/PIL anziché migliorarlo – ma hanno anche effetti profondamente regressivi: riducono il perimetro dei servizi pubblici e spostano sempre più costi sui cittadini. Il risultato è che le persone devono pagare di tasca propria per servizi che prima erano garantiti dallo Stato: questo si traduce in un’ulteriore erosione del salario reale. In altre parole, anche se il salario nominale resta fermo, il suo potere d’acquisto cala perché bisogna impiegarne una quota crescente per coprire bisogni fondamentali, dalla salute all’istruzione. E le prospettive future non sembrano migliori. Il recente rapporto Draghi, con la sua enfasi sulla “mobilitazione del risparmio privato”, lascia intravedere una ulteriore finanziarizzazione dei servizi pubblici”.

In pratica, quale sarà il futuro che si sta delineando?

“Si sta preparando il terreno per sostituire il welfare universale con strumenti privati: assicurazioni sanitarie al posto della sanità pubblica, prestiti universitari per accedere agli studi, fondi pensione integrativi in sostituzione del sistema previdenziale pubblico. Tutto ciò non farà che aggravare le condizioni economiche di chi vive di salario. Oltre a subire un’erosione diretta del reddito disponibile, i lavoratori si troveranno a fronteggiare maggiori incertezze e nuovi oneri individuali per accedere a diritti che dovrebbero essere collettivi. La logica che trasforma i diritti in merci è esattamente quella che alimenta la compressione salariale, e il debito pubblico viene spesso utilizzato come giustificazione ideologica di questo processo”.

Qualcuno dice che il turismo come forma di “produzione economica” salva e ha salvato l’Italia. Per qualcun altro, è un sistema che desertifica i territori accentuando la rendita. Cosa ne pensate?

“Su questo tema ci sarebbe davvero molto da dire. Di certo, non si può considerare il turismo come un’“industria” su cui puntare per lo sviluppo economico del Paese, né tantomeno affermare che abbia “salvato” l’Italia. Al contrario, è un settore che presenta molte criticità strutturali, a cominciare dalle condizioni di lavoro: contratti precari,stagionalità estrema, iper sfruttamento, lavoro nero diffuso. In generale, laddove l’occupazione dipende fortemente dal turismo, la qualità media dell’occupazione tende a peggiorare. Ma il punto è anche un altro: il turismo non produce niente, e la sua espansione tende a far crescere la rendita. Lo si vede chiaramente con fenomeni come Airbnb, che hanno avuto effetti dirompenti sull’equilibrio urbano, contribuendo al rialzo vertiginoso degli affitti. Questo non solo rende più difficile vivere nelle città per chi ci abita e lavora, ma rappresenta anche un altro modo in cui il potere d’acquisto dei salari viene eroso.Inoltre, anche se si ammettesse la possibilità di fare del turismo una leva strutturale dello sviluppo, bisognerebbe potenziare in modo massiccio le infrastrutture: trasporti pubblici,reti ferroviarie, servizi collettivi. E questo implica inevitabilmente il rafforzamento dell’industria di base. Non è un caso che si chiami così: è alla base, appunto, di ogni altro settore, compresi quelli terziari come il turismo. Infine, non si può ignorare un’altra questione: il turismo di massa, così com’è oggi, è diventato una forma di consumismo ipertrofico che compromette profondamente la qualità della vita di chi nei territori turistici vive e lavora. Le città si svuotano di residenti, i servizi si piegano alle esigenze dei visitatori, e interi quartieri vengono trasformati in vetrine. Non esiste una soluzione semplice, se non quella – tutt’altro che equa – di alzare i prezzi e trasformare i viaggi in un bene di lusso. Ma è chiaro che così non si può andare avanti: serve un ripensamento radicale del modello, altrimenti i territori verranno definitivamente svuotati della loro vita reale”.

Italia paese esportatore, ma quanto potranno pesare i dazi sul nostro sistema economico?

“Sul tema dei dazi, va detto innanzitutto che l’Italia è un paese esportatore, ma lo è diventata soprattutto attraverso un modello di sviluppo basato sulla compressione salariale. Si è puntato tutto sulla competitività di prezzo, sacrificando la domanda interna.In uno scenario globale dove tornano i dazi e le barriere commerciali, questo modello mostra tutta la sua fragilità. Per questo, crediamo che la soluzione non sia semplicemente “competere meglio”, ma superare il paradigma stesso della competitività. Bisogna rilanciare la domanda interna, aumentando salari e quota salari sul reddito nazionale. Ovviamente alzare i salari non basta: occorre progettare una politica industriale che sappia sostituire le importazioni – cioè ricostruire, a livello europeo, settori produttivi strategici che oggi mancano o sono troppo deboli e che possano assorbire ciò che oggi esportiamo – e allo stesso tempo porsi l’obiettivo della transizione sociale ed ecologica. Non dimentichiamo che il trasporto di merci finite, componenti e semilavorati da un capo all’altro del mondo, inquina moltissimo, e quindi una maggiore regionalizzazione delle strutture produttive non potrebbe che aiutare la riduzione delle emissioni.Un tale progetto richiede pianificazione, investimenti pubblici e un ripensamento del ruolo dello Stato – che non dovrebbe limitarsi a finanziare gli investimenti privati, ma gestire direttamente almeno i settori strategici. Non manca la fattibilità tecnica: ciò che manca è la volontà politica”.

Cosa potrebbe succedere se andasse in porto la grande scommessa delle criptovalute?

“Quanto al tema delle criptovalute, crediamo che sia ampiamente sopravvalutato, almeno nel contesto europeo. Se intendiamo le criptovalute come criptoassets – quindi sia quelle di prima generazione, come Bitcoin, sia quelle di seconda, come le stablecoin tipo Tether – va detto che in Europa si tratta ancora di un fenomeno di nicchia. Certo, ci sono cittadini italiani o europei che investono in criptovalute, ma in generale non si può parlare di un fenomeno di massa come negli Stati Uniti, dove l’adozione è più ampia per una serie di ragioni culturali, regolamentari e finanziarie. Per questo motivo, eventuali dazi o misure protezionistiche non hanno alcun impatto rilevante sul mercato delle criptovalute in Europa. È molto più interessante, invece, ragionare dell’impatto dei dazi sui flussi finanziari nel loro complesso visto che, come si legge per esempio nel rapporto Draghi e come è ben noto, centinaia di miliardi l’anno di risparmi europei vanno verso gli Stati Uniti. È chiaro che Trump – o chi per lui – non avrà alcun interesse a limitare questi flussi: servono agli Stati Uniti per finanziare il proprio deficit e mantenere il primato finanziario globale. Dovrebbe essere l’Europa a cercare di trattenere una parte maggiore di questi capitali, per finanziare i propri progetti strategici. Discutere delle criptovalute quindi è fuorviante. Il vero nodo, oggi, è la gestione dei flussi di capitale e la capacità dell’Europa di costruire un’economia finanziariamente autonoma e orientata allo sviluppo. Altrimenti resteremo dipendenti non solo dalle esportazioni, ma banche dalla finanza d’oltreoceano”.

Total
0
Condivisioni
Prec.
Europa federale: Spinelli, dall’ideale di Ventotene al pragmatismo di Bruxelles

Europa federale: Spinelli, dall’ideale di Ventotene al pragmatismo di Bruxelles

La sua visione teorica del cammino verso il federalismo è mutata nel tempo

Succ.
Make Dazi Great Again

Make Dazi Great Again

Manuale di autolesionismo commerciale per doganieri del futuro

You May Also Like
Total
0
Condividi