La classifica delle top news del World Economic Forum che si è tenuto a Davos è guidata da Donald Trump, con il suo strampalato discorso di 72 minuti, l’ossessione della Groenlandia, la protervia di un Presidente eletto democraticamente ma che ha saltato il fosso dell’autoritarismo tipico dei regimi dittatoriali. Ma subito dopo l’inquilino della Casa Bianca, il tema più ricorrente è stata l’intelligenza artificiale. E soprattutto il timore che il 2026 sia l’anno della grande bolla dell’IA. Ci sono troppi investimenti sull’intelligenza artificiale: miliardi di dollari bloccati intorno all’esito dello sviluppo delle “macchine sapienti”. Il 70% della capitalizzazione della Borsa americana è concentrata sui titoli delle Big Tech. Se le aspettative di guadagni non fossero soddisfatte, il rischio è quello del tracollo di interi sistemi economici.
È già accaduto nel 2002 con la bolla legata a Internet. Succederà ancora? Certo è che negli ultimi anni i mercati finanziari hanno visto una crescita enorme degli investimenti in tecnologia IA, soprattutto in infrastrutture come data center, chip e servizi cloud. Questa espansione ha portato ad altissime valutazioni azionarie di molte aziende tech, alcune delle quali rappresentano una quota significativa dei principali indici di borsa. Questo ha alimentato confronti con bolle speculative storiche, come quella delle dot.com di quasi 25 anni fa. La bolla del 2002 viene spesso citata come esempio emblematico di ciò che accade quando l’entusiasmo per una nuova tecnologia supera la capacità di valutare i fondamentali economici. È per questo che oggi viene richiamata nel dibattito su altre grandi trasformazioni, dall’intelligenza artificiale alla transizione digitale. Anche se in quel caso si realizzò soprattutto una specie di “selezione naturale” delle migliaia e migliaia di aziende nate in pochi anni: se la cavarono coloro che furono in grado di trasformare l’innovazione da storytelling a valore economico reale. La sfida odierna non è così dissimile.
Al World Economic Forum 2026 a Davos la questione è stata ampiamente dibattuta tra leader economici e imprenditori: diversi osservatori e analisti hanno evidenziato che la velocità e la scala degli investimenti, unitamente alla difficoltà di tradurre subito questi capitali in utili reali e produttività diffusa, possono creare condizioni simili a una bolla: ovvero quando i prezzi delle azioni si allontanano troppo dai fondamentali economici sottostanti. Il dibattito non è unanime e oscilla tra il cauto ottimismo dei più e la segnalazione di qualche incrinatura da parte di altri.
La Banca d’Inghilterra (BoE) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) hanno emesso avvertimenti congiunti, segnalando che i mercati potrebbero essere “troppo ottimisti” riguardo all’IA.
Il premio Nobel Peter Howitt ha descritto il forte aumento delle azioni legate all’intelligenza artificiale come una possibile “rational bubble” (bolla razionale): “…il recente forte aumento delle azioni legate all’IA potrebbe essere una bolla razionale…” Secondo Howitt, come in passato con Internet, alcune imprese potrebbero emergere vincenti mentre molte altre vedranno crollare il loro valore se gli investimenti non producono profitti reali.
Alcuni leader del settore, come Satya Nadella (Ceo di Microsoft), a Davos hanno avvertito che senza benefici concreti e aperti a tutta l’economia, l’IA rischia non solo di creare euforia speculativa, ma anche di perdere “permesso sociale” e fiducia. Un segnale rivelatore di bolla sarebbe se i profitti e l’utilità prevalessero solo fra grandi aziende tecnologiche. Nadella ha insistito sul fatto che il boom dell’IA deve generare produttività diffusa e benefici reali per essere sostenibile nel lungo periodo, altrimenti si rischiano eccesso di hype e valutazioni sproporzionate.
Per l’economista Mohamed El-Erian — noto per le sue analisi sui mercati globali — il boom degli investimenti in IA è una sorta di “bolla razionale”. Significa che, pur essendo basata su prospettive di forte valore a lungo termine, la dimensione e la velocità delle spese possono creare squilibri speculativi e tensioni sui mercati: “Mentre il valore complessivo creato è significativo… ci saranno lacrime e perdite.”
El-Erian suggerisce che alcune imprese e investitori stanno spingendo oltre le proprie capacità di analisi e valutazione pur di catturare rendimenti futuri, aumentando così la vulnerabilità a una correzione di mercato.
L’investitore Michael Burry, famoso per aver previsto la crisi dei mutui subprime del 2008, ha lanciato un allarme ancora più drastico: “L’attuale bolla dell’IA è “troppo grande per essere salvata” e potrebbe portare a una crisi durevole se scoppiasse”.
Burry ha criticato il ritmo di spesa di alcune grandi realtà del settore, sostenendo che livelli di investimento enormi — come quelli previsti da alcune società entro la fine del decennio — non siano sostenibili se non accompagnati da ritorni chiari e profittevoli.
All’insegna dell’ottimismo, invece, l’intervento a Davos del vicepresidente di Open AI, Chris Lehane, che ha respinto i timori di una bolla citando un “moltiplicatore economico 7x” per le aziende che integrano la tecnologia.
Di opinione simile alcuni economisti di istituzioni come Goldman Sachs, Morgan Stanley e la Federal Reserve ritengono che l’aumento della capitalizzazione e degli investimenti sia basato su fattori fondamentali reali, non sui tipici eccessi di una bolla tradizionale. Il CEO di BlackRock, Larry Fink, ha messo in discussione l’idea che il boom IA sia una bolla pura, sostenendo che “l’ondata di investimenti in IA fa parte di una competizione globale, non è semplicemente speculativa”. Fink, pur ammettendo che alcune aziende falliranno o non ottengano ritorni, ha insistito sull’importanza di investire per competere con la Cina e diffondere l’uso dell’IA nel mercato. La verità potrebbe trovarsi nel mezzo: l’IA ha un enorme potenziale, ma deve tradursi in benefici economici diffusi e sostenibili, non riservati a poche Big Tech, prima che i mercati possano considerare il fenomeno privo di rischi sistemici. Jamie Dimon di Jp Morgan avverte che parte dell’investimento non produrrà ritorni, con rischi di calo dei mercati.
Secondo il Chief Economists’ Outlook diffuso in occasione del World Economic Forum, molti economisti senior vedono un possibile ribasso dei titoli legati all’IA, con una possibilità concreta che questi beni scendano di valore durante l’anno 2026. Il rapporto WEF avverte che … “una correzione dei titoli legati all’IA potrebbe verificarsi, sebbene vi siano segnali contrastanti sui fondamentali.”
Questa visione non parla necessariamente di una bolla speculativa piena come negli anni ’90, ma di un mercato che potrebbe riposizionarsi in base ai profitti reali delle aziende.
In sostanza, gli economisti non dicono tutti la stessa cosa, ma convergono su un punto: l’IA non è una moda passeggera, ma i mercati possono anticiparne troppo i benefici. Non è detto che scoppi una bolla classica (come nel 2002). È però probabile una correzione selettiva: alcune aziende vinceranno, molte no. Il rischio maggiore non è tecnologico, ma finanziario e temporale.
Tutte queste riflessioni non coinvolgono Elon Musk. Il suo intervento a Davos è stato, come sempre, entusiasticamente immerso nell’escalation tecnologica: “Al ritmo a cui l’AI sta progredendo – ha detto – avremo un’IA più intelligente di qualsiasi essere umano entro la fine di quest’anno. La mia previsione è che nello scenario positivo del futuro, i robot faranno così tanti robot e AI che satureranno tutti i bisogni umani. Il che significa – ha concluso Musk – che a un certo punto non saremo nemmeno in grado di pensare a qualcosa da chiedere al robot”.
In foto Larry Fink, CEO di BlackRock