La Francia ha da domenica sera un nuovo governo, sulla cui durata però già nessuno scommette. Lo ha riunito, non senza difficoltà, il macroniano di ferro Sebastien Lecornu che solo una settimana prima era stato costretto alle dimissioni dallo sfascio della sua prima compagine governativa formata solo poche ore prima. Il capo dello stato Emmanuel Macron però ha insistito e lo ha convinto a riprovaci promettendo di dargli “carta bianca” , cioè una libertà di manovra che avrebbe potuto facilitare una missione che aveva dell’impossibile.
Lecornu , che a suo dire l’aveva accettata “per senso del dovere” è tornato all’attacco cercando i convincere sulla sua volontà di rottura con il passato. Questa volta ha deciso perciò di fare entrare nel nuovo governo” facce nuove”, personalità competenti ma non politiche, nominando agli interni il questore di Parigi Laurent Nunez o al lavoro un ex direttore della SNCF (le ferrovie francesi) Jean Pierre Farandou, conservando però ai posti chiave come l’economia , la giustizia, la cultura e gli esteri ministri in carica anche nei precedenti governi. Fino all’ultimo era incerta la presenza di Gerard Darmanin, le ambizioni presidenziali del guardasigilli avrebero dovuto escluderlo almeno secondo il desiderio di Lecornu che si era detto avverso alla partecipazione di ministri protesi verso l’appuntamento del 2027.
Il nuovo governo è stato nominato “per dare a pase un bilancio entro la fine dell’anno” ha dichiarato Lecornu aggiungendo che “l’interesse del paese è l’unica cosa che conta”. Il premier h anche ringraziato i ministri “che si impegnano liberamente in questo governo al di là degli interessi personali o di parte”
Secondo il calendario annunciato, la giornata cruciale sarà quando Lecornu presenterà in palamento il suo programma. La sopravvivenza del suo governo è nelle mani dei socialisti che hanno chiaramente fatto sapere che non si uniranno i loro voti alle mozioni di censura che già sono stati annunciati dallo schieramento di sinistra la France Insoumise e di estrema destra Rassemblement National, solo se il capo del governo annuncerà una “sospensione della riforma delle pensioni”. Altrimenti il secondo governo Lecornu può battere un nuovo record di brevità di esistenza. Alla vigilia dello show down molti commentatori si attendono che per sbloccare la drammatica situazione politica, finanziaria e sociale che sta attraversando il paese, venga sacrificata quella che viene considerata la più importante riforma dell’era Macron che era passata di forza nel 2023 ricorrendo all’articolo 49,3 che consente l’adozione di una legge senza voto dei deputati. Una revisione della contestata legge ,che a termine porta da 62 a 64 anni l’età pensionabile, potrebbe costare attorno ai 13 miliardi l’anno a partire del 2027 aggravando le finanze del paese che con il nuovo bilancio si prefigge una riduzione di 43 miliardi per cercare di fare quadrare i conti che negli ultimi anni si sono fortemente deteriorati.
E’ stato facendo leva sull’urgenza di presentare la legge di bilancio che Lecornu è riuscito a formare la lista dei 34 nuovi ministri. Il progetto che sarà presentato domani per essere adottato in tempo alla fine dell’anno sarà comunque quello che era costato a settembre il voto di censura del governo Bayrou.
Insomma l’orizzonte politico della Francia rimane assai fosco. Secondo i calcoli dei commentatori politici, uniti i voti sulle mozioni di censura presentate da LFI e da RN sono già 265. Per la censura ne mancherebbero 25, che potrebbero arrivare sia dai socialisti che dai LR, i repubblicani che nonostante abbiano sei dei loro nel nuovi governo, vogliono prendere le distanze dai macroniani. La presenza di Rachida Dati alla cultura e di altri 5 del partito nel Lecornu 2 nonostante il divieto del partito è stata accolta da una loro immediata ufficiale messa al bando. Era stato proprio il presidente dei LR Bruno Retailleau a far cadere il Lecornu 1 per dissidi sulla lista che riconfermava gran parte dei ministri uscenti, tra cui lui stesso agli interni.
La situazione politica sta creando intanto nel paese grande sgomento. Mal gestita dal presidente Macron cui viene rimproverato di non essere in sintonia e all’ascolto dei francesi, ha posto il riflettore non solo sulle difficoltà del regime ma anche delle istituzioni delle V repubblica nate per garantire la stabilita’. Dal 2022, anno del secondo mandato di Macron i capi dell’esecutivo sono stati cinque, un ritmo invidiabile anche nella IV repubblica. Il presidente, ai suoi livelli minimi di popolarità, continua ad essere considerato il responsabile del caos ed essere sollecitato a dare le dimissioni o a indire nuove elezioni.
Queste ultime però non piacciono a gran parte dei partiti, soprattutto quelli di centro destra che i sondaggi danno in grave calo. In un parlamento diviso in tre blocchi alieni a ogni idea di compromesso o coalizione, l’unica maggioranza trasversale è il no alle urne. Chi non solo non teme le elezioni ma anzi le auspica è il RN guidato a Marine Le Pen che ha il vento in poppa e rischia di ottenere una maggioranza relativa, nonostante il costante sbarramento generale da parte delle altre parti politiche. E’ su questa avversione al voto e allo spauracchio di un’estrema destra al potere che poggia, almeno in parte, la strategia di un Macron che vuole rimanere in sella fino alla fine del suo mandato e che sembra ormai più interessato al suo ruolo sulla scena internazionale che a ridare fiducia ai francesi. Intanto, appena firmato la lista dei ministri, ha preso il volo per l’Egitto per partecipare ai colloqui su Gaza.