Giustizia: caccia al testimonial per la lunga campagna referendaria

Approvata in tempi da record la riforma costituzionale

“Il Senato approva”. Lo ha scandito a voce alta in aula il presidente Ignazio La Russa, facendo trapelare una sottolineatura di soddisfazione. Quarta e ultima lettura, 112 sì, 59 no e 9 astenuti: finisce qui l’iter parlamentare sulla riforma costituzionale che stravolge l’ordinamento giudiziario separando i pubblici ministeri dai giudici. Ora si apre la fase referendaria, fino alla primavera prossima, quando i cittadini saranno chiamati a dire la loro. E sarà battaglia senza esclusione di colpi,  nonostante gli inviti istituzionali dello stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio e dell’Associazione nazionale dei magistrati a non politicizzare la campagna ma a spiegare bene di che si tratta.

Bisognerebbe spiegare bene anche come è potuto accadere che una riforma di questa portata abbia concluso il suo iter senza che il Parlamento potesse metter bocca, dove sono stati  falcidiati gli oltre mille emendamenti dell’opposizione, ignorati il parere in dissenso del Consiglio Superiore della magistratura e lo sciopero proclamato dall’Associazione nazionale magistrati. Onorevoli e senatori si sono limitati, in tutte e quattro le letture, a vidimare il testo licenziato da Palazzo Chigi il 29 maggio 2024.

Non si era mai vista una riforma costituzionale di natura esclusivamente governativa, esaminata come fosse un decreto legge, anzi peggio perché qualche emendamento almeno, nei decreti si riesce sempre a piazzarlo. Stavolta no, “la creatura viene concepita durante una riunione di 40 minuti fra otto persone, dopo di che ottiene il timbro del Consiglio dei ministri” e attraversa indenne il Parlamento, approvata “manu militari”, scrive il costituzionalista Michele Ainis che poi, per ricordare a tutti come dovrebbe funzionare, cita Piero Calamandrei: “Il governo deve rimanere estraneo alla formulazione di ogni progetto costituzionale se si vuole che quest’ultimo scaturisca dalla libera determinazione dell’assemblea sovrana”. Altri tempi. In quelli di oggi si deve sentire il ministro della Giustizia, artefice della riforma, che bolla gli interventi dell’ ‘assemblea sovrana’ come “la solita litania petulante”. 

Le carriere fra pubblico ministero e giudice si separano all’art.104 della Costituzione. In premessa si precisa che “la magistratura è un ordine autonomo e indipendente”, ma poi si arriva al punto, distinguendo la requirente dalla giudicante. Poche parole, ma incandescenti politicamente, sulle quali si marcia da più di venti anni, schierati in opposte tifoserie più che in correnti di pensiero. C’è poi lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della magistratura (uno per i pm, l’altro per i giudici) e l’inedita introduzione di un’Alta Corte disciplinare che giudica gli illeciti di entrambe le carriere e ne stabilisce le sanzioni. Altra novità, il sorteggio, spalmato come metodo di elezione di gran parte dei componenti di tutti questi organi di controllo. Lo si è voluto per chiudere gli spifferi delle correnti dei magistrati, che chissà se non rientreranno poi da qualche parte, nella platea da sorteggiare, o dopo, fra i sorteggiati stessi. Perché lo spiffero si può chiudere ma la bocca è più difficile.

Si fa fatica anche a  mettere in relazione una riforma della Costituzione con quello che è successo dopo l’approvazione. I cartelli esibiti dall’opposizione in aula – ‘No ai pieni poteri’ –  sono sembrati una pallida protesta alla maniera dei tempi andati rispetto alla incontenibile soddisfazione dei forzisti: dopo i selfie e i brindisi di ordinanza, gli azzurri si sono riversati in piazza Navona chiamando a raccolta i ‘devoti’ del fondatore Silvio Berlusconi, per dedicargli la riforma “epocale”, la “giornata storica” e via con le iperboli. Iperbolica anche la messinscena, con l’icona formato gigante del presidente issata in mezzo a bandiere, striscioni e stendardi di Forza Italia.

Lo avevano annunciato come flash mob, ma sembrava piuttosto una processione, ‘una seduta spiritica’, come ha detto qualcuno, in cui il Cavaliere è ritornato sorridente a benedire l’operato dei ‘figli’, arrivati là dove lui non era mai riuscito. E loro lo hanno invocato per tutta la giornata, molti con le lacrime agli occhi: “Il mio pensiero va in cielo. Dall’alto lui ci vede ed è felice. E’ una giornata dedicata ai sentimenti”. Questo è Adriano Galliani, berlusconiano della prima ora, che si è precipitato in piazza. La vice presidente del Senato Licia Ronzulli, sulla stessa lunghezza d’onda: “Il sogno del nostro presidente si realizza. E sono convinta che Lui da lassù starà festeggiando con noi”. Più sobria, ma non meno eloquente Marina Berlusconi, che non osa la piazza ma fa comunque sapere: “Ci sono vittorie che arrivano tardi, forse troppo tardi, ma che restano grandi e decisive. Quella di oggi è la vittoria di mio padre, Silvio Berlusconi. Sono la sua forza, il suo coraggio, la sua determinazione e, purtroppo anche la sua sofferenza, ad aver reso possibile una giornata che segna un passo avanti importante per la democrazia e per la verità in questo Paese”.  La ciliegina sulla torta è l’intenzione di istituire la ‘Giornata della giustizia negata’ per il 22 novembre, quando Berlusconi ricevette il suo primo avviso di garanzia.

Intanto, tornando dal cielo alla terra, si organizza la caccia ai testimonial per la campagna referendaria. Si cercano le vittime della giustizia, si fa girare anche una foto di Enzo Tortora, ma la figlia Gaia declina gli inviti a scendere in campo.

La caccia ai ‘sì’ e ai ‘no’ famosi è in fermento, con grandi sorprese, a partire dall’ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro, che si è già detto a favore della separazione delle carriere, così come voteranno sì storici dirigenti del Pd come Claudio Petruccioli e Goffredo Bettini. In compenso, è attivissimo per il  ‘no’ il Procuratore Capo di Napoli Nicola Gratteri, che considera questa riforma una iattura, il primo passo per asservire la magistratura al potere esecutivo. E fa male al cuore di ogni forzista pensare che Franco Coppi, l’avvocato più prestigioso di Berlusconi è per il ‘no’, con una motivazione molto fuori dal coro: “Non ho mai avuto l’impressione che un giudice abbia pronunciato una sentenza solo perché intendeva rispettare il collega dell’accusa”. Per poi tagliare corto: “Non è che separando le carriere si risolvono i processi lenti o le lungaggini burocratiche. E’ una riforma ideologica che non risolve nulla“.

A sorpresa, anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, il giorno prima di guidare l’aula con baldanza verso l’ultimo ok alla separazione delle carriere, si era detto perplesso sulla riforma e sul referendum: “In fondo già oggi è difficile il passaggio tra pm e giudici. Non so se il gioco valeva la candela”. Parole indigeste per i suoi ma soprattutto per il ministro Nordio che, a stretto giro, gli risponde: non vale la candela? “Vale un candelabro”.

Insomma, la campagna referendaria è partita con grandi rulli di tamburi. Nel nome di Berlusconi si muove Forza Italia, mentre i Fratelli d’Italia, che pure si nutrono del brodo di cultura berlusconiana, hanno uno scatto più moderno, aggiungono il brodo sovranista dei tempi di oggi, quello che vede nemici ovunque. I magistrati per esempio, che dire di quelli che hanno  bloccato i centri in Albania e, ultimi e imperdonabili, quelli della Corte dei Conti che hanno bloccato il Ponte sullo Stretto? “E’ l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento – non ha esitato a commentare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni– La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti, prossima all’approvazione, rappresentano la risposta più adeguata a un’intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di Governo sostenuta dal Parlamento”. Sono parole forse ‘dal sen fuggite’ ma eloquenti di come viene vissuta la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere e del clima da crociata con cui ci si avvia al referendum. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che sul Ponte ha messo firma e faccia, non è stato da meno, dichiarando che il governo non si fermava, con buona pace di tutti i magistrati. Ma nel vertice di maggioranza convocato d’urgenza il giorno dopo, qualcosa deve essere successo, forse è arrivata una sommessa moral suasion alla calma fatta pervenire dal presidente della Repubblica Mattarella.

Giorgia Meloni si è ricomposta e i toni del messaggio dopo l’ok del Senato alla riforma sulla giustizia erano molto più istituzionali: “Oggi compiamo un passo importante verso un sistema più efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini. Un traguardo storico e un impegno concreto mantenuto a favore degli italiani”. Non solo, la premier ha fatto sapere ai suoi che non gradiva festeggiamenti in piazza.

Anche le opposizioni affilano le armi per la campagna di primavera e partono subito, dopo la bruciante sconfitta parlamentare. Ecco la segretaria del Pd Elly Schlein: “Non si tratta di una riforma della giustizia. Non tocca nessun nodo cruciale che serve a migliorarla. Non è nemeno una separazione delle carriere che esiste già. Ci vengono a raccontare che bisogna cambiare la Costituzione per 20 persone che cambiano ruolo ogni anno? L’obiettivo è indebolire la magistratura che, con la divisione del Csm, si assoggetta al governo”. E questa è la linea su cui Schlein schiera il partito.  Anche il leader del M5S, Giuseppe Conte arruola i suoi sul fronte del “non vogliono riformare la giustizia, vogliono pieni poteri”.

L’Associazione nazionale magistrati è fra i primi ad organizzare un ‘Comitato per il no’. La loro posizione è ormai nota: “Questa riforma altera l’assetto dei poteri disegnato dai costituenti e mette in pericolo la piena realizzazione del principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Una riforma che non rende la giustizia più rapida o più efficiente ma  la rende più esposta all’influenza dei poteri esterni”. L’Anm si dice anche disponibile a ogni confronto per spiegare il proprio punto di vista.

Il ministro Nordio, da parte sua, “supplica” che cessi l’aggressività, soprattutto delle toghe. E “supplica” tutti di non trasformare il referendum “in un Meloni sì, Meloni no”. Non si vedono al momento i presupposti perché questo accada e per un dibattito sereno. Soprattutto non si vede che cosa gliene viene ai cittadini di questo bailamme costituzional-politico. Eppure saranno chiamati loro a fare da arbitri e dire la parola definitiva su una guerra fra politica e magistratura che dura da anni e che non li riguarda direttamente.

Poi c’è la storia patria, che insegna ‘chi tocca muore’: i vecchi tentativi di riformare la Costituzione sono andati tutti a vuoto e ancora bruciano quelli di Berlusconi e l’ultimo di Matteo Renzi che, nel 2016, sposando e attizzando il fuoco della battaglia referendaria sulla riforma, perse rovinosamente e fu costretto a lasciare Palazzo Chigi. Giorgia Meloni guarda preoccupata a quel 2016  ma ha fatto già sapere che non ripeterà gli stessi errori del suo predecessore. I sondaggi al momento la confortano e la danno vincente, ma i precedenti mettono paura. E un altro ‘bruciato’ dal voler toccare la Costituzione, Massimo D’Alema, sta lì a ricordarglielo: “Le  riforme costituzionali non si fanno così, ma cercando di mettersi d’accordo, la Costituzione stessa è un compromesso. Dopo la vituperata Bicamerale, tutti i tentativi di fare le riforme a colpi di maggioranza sono finiti con un referendum che gli ha dato una spallata”. 

In foto Carlo Nordio

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