Cos’è la responsabilità, o meglio, come cambia l’assunzione di responsabilità nel mondo presente è un tema senz’altro affascinante e altrettanto controverso. Se l’etica classica si muoveva entro i confini della colpa individuale e dell’azione immediata, gli scenari contemporanei, dalla complessità dei sistemi digitali alle sfide della bioetica, fino alle nuove declinazioni della giustizia, impongono una nuova semantizzazione dell’agire responsabile.
Partendo dunque dalla necessità di ridefinire un concetto fondamentale e imprescindibile dall’agire umano come quello in oggetto, la relazione del professor Gianluca Attademo, docente di Bioetica all’Università di Napoli Federico II , tenuta in occasione del convegno “La risignificazione della responsabilità negli scenari del presente” svoltosi a Napoli il 13 e 14 aprile 2026, ha il suo incipit nella definizione presente in The Oxford Handbook of Public Accountability, che circa la responsabilità dichiara trattarsi di “……una relazione tra un attore e un consesso (forum), in cui l’attore ha l’obbligo di spiegare e giustificare la propria condotta, il consesso ha facoltà di porre quesiti ed esprimere un giudizio, e l’attore può andare incontro a delle conseguenze”.
A di là dell’apparente semplicità della definizione, la domanda diventa: con quali modalità questo concetto può calarsi nel concreto? Il vero problema diventa quindi la ricerca di modalità che possano prevenire l’abuso di fiducia. Un punto fondante l’intera struttura dell’accountability, che fra i significati che assume in italiano contempla anche la sfumatura della “credibilità”, intimamente legata al concetto di responsabilità. Ovvero, alla possibilità di legare le conseguenze dell’azione all’agente, vale a dire al soggetto che ha messo in atto l’azione foriera di conseguenze. La cui natura, semplice (individuale) o complessa (collettiva) non ha rilevanza nel contesto in esame. Ebbene, il passaggio successivo della relazione di Attademo afferma che nessun tentativo mirato a questo scopo è andato a buon fine, o meglio, citando le parole della filosofa britannica Onora O’Neill, “Gli sforzi volti a prevenire l’abuso della fiducia sono titanici, incessanti e onerosi; eppure, i loro risultati restano strutturalmente imperfetti”.
Storicamente, la modalità principale per rendere credibile l’onere ma anche l’onore della responsabilità è senz’altro quello di mettere in campo dei “custodi” o controllori, come più piace. Ma in questo caso, resta inevasa la sequenza, potenzialmente infinita, che già gli antichi avevano individuato, condensata nella domanda: “Quis custodiet ipsos custodes”? ovvero, “Chi controlla i controllori?”. A dire il vero, come spiega Attademo, già nel periodo classico, nel famoso dialogo fra Socrate e Glaucone, alla raccomandazione per il guardiano di non bere da parte di Socrate, Glaucone risponde “Sarebbe ridicolo che un guardiano avesse bisogno di un altro guardiano che vegliasse su di lui!”. Insomma, la questione resta sospesa, risolta solo da ciò che appare come il buonsenso comune. Altrimenti, chi ci impedirebbe di creare un sistema in cui fatto il guardiano, si dovrebbe approntare un altro sistema di controllo sul guardiano, e via così, all’infinito e senza trovare effettiva soluzione del problema?
Il tema tuttavia non è né banale né ridicolo, perché, nei nostri tempi di intelligenze artificiali e sofisticate tecnologie, introduce un profilo senz’altro inquietante, ovvero quello del controllo. Quando l’accountability, ovvero la responsabilità- credibilità era sostanzialmente individuale e umana, infatti, la “battuta” di Glaucone poteva rappresentare il buonsenso che chiude la questione. Ma in tempi in cui la natura della responsabilità diventa complessa e onlife, è necessario chiedersi se e quanto la liceità e l’invasività del controllo possa osare. Del resto, come sottolinea la filosofa britannica Onora O’Neill citata da Attademo, è nel settore pubblico che da almeno due decenni e più, meglio si dispiega questo flusso continuo di “nuove leggi e regolamenti, memorandum e istruzioni, linee guida e consigli”, che rendono la “nuova” responsabilità un vero e proprio controllo dettagliato per i lavoratori del pubblico, cui tuttavia tengono dietro, ad esempio, quelli delle grandi multinazionali, dall’addetto al pubblico al gestore del personale al direttore del singolo negozio, ai vertici del sistema. Alla ricerca della più ampia trasparenza e facilitazione nell’individuazione dell’attore “responsabile”, il soggetto cui chiedere conto delle azioni e conseguenze.
Non solo. Nuove leggi, regolamenti, controlli, linee guida ecc, si trasformano nella necessità da parte del soggetto che agisce di tenere una condotta “in conformità”. Conforme a cosa, ecco, conforme alle istruzioni dettagliate che riguardano procedure e protocolli, tenuta registri, informazioni convogliate esattamente nei formati previsti, passaggi standardizzati mantenendo il rispetto per gli obiettivi fissati a monte. E’ quasi superfluo accennare che questo approccio alla responsabilità cambi completamente anche il concetto di qualità dell’azione, dal momento che si misura sull’aderenza al (ai) protocolli. Una modalità ormai strutturale al sistema, tanto da regolare e prescrivere il lavoro in settori fondamentali per la società umana come scuole, sanità, forze di polizia, welfare sociale.
Ma almeno tutto ciò ha funzionato? Una domanda ambigua, forse, perché forse sì, da un lato, ovvero nel senso che questa modalità ha reso tutto controllabile. Ma a che fine, in realtà, è difficile dire. Il dubbio è che questa esasperata ricerca del controllo per giungere agevolmente all’individuazione della responsabilità dell’agente, abbia agevolato invece l’introduzione di una realtà “difensiva”, ovvero, in altre parole, la mentalità dell’assedio: da che parte entrerà il nemico, inteso come perdita del controllo e conseguente impossibilità del sistema di individuare la responsabilità, con l’offuscamento dell’accountability generale. Un atteggiamento difensivo che, sottolinea O’Neill e rimarca Attademo, invade medicina, insegnamento, sicurezza nella declinazione particolare dell’ordine pubblico, e via discorrendo.
Tirando le fila, emerge un paradosso che ad ora non trova soluzione: in apparenza infatti la nuova cultura della rendicontabilità e dell’audit, dice Attademo, sembra rendere i professionisti e le istituzioni più responsabili verso il pubblico, ma, a livello sottostante, i veri requisiti sono volti alla rendicontabilità verso i regolatori, i dipartimenti governativi, i finanziatori e gli standard legali. Le nuove forme di accountability impongono forme di controllo centrale; spesso, per la verità, una serie di forme di controllo centrale differenti e tra loro reciprocamente incoerenti. In generale, “la ricerca di una accountability sempre più perfetta fornisce a cittadini e consumatori, pazienti e genitori, più informazioni, più termini di paragone e maggiori sistemi di reclamo; tuttavia, essa edifica al contempo una cultura del sospetto e un calo del morale, e può condurre in ultima istanza a un cinismo professionale che finirebbe per giustificare la sfiducia del pubblico”. In altre parole, il risultato dell’iper regolamentazione non conduce, come da obiettivo originale, a standard sempre migliori, ma va verso “un’enfasi crescente su una cultura della “spunta sulla casella” (tick box culture) che esige forme di rendicontabilità prive di intelligenza”.
Una distorsione dell’intento originario che si traduce, citando la filosofa Valeria Pinto, nella realizzazione di una vera e propria “osservazione ininterrotta”, ovvero della realizzazione di “una normalizzazione totalitaria delle tecniche di controllo” che riporta all’utopia del Panopticon, secondo il modello della super prigione del filosofo britannico Jeremy Bentham. Come spiega Pinto, nell’ingiunzione solo apparentemente ridondante rivolta agli impiegati “Fate quello che fate!”, ovvero scrivete ciò che fate e fatelo, sta racchiuso il vero senso, “bandire l’autonomia”, in una innovativa cifra di significato portatrice di “insospettate implicazioni organizzative”.
Se la prospettiva tracciata riguarda l’umano, cosa succede quando di fronte al concetto di responsabilità troviamo l’intelligenza artificiale? Non c’è dubbio che la domanda fondamentale diventi quale veste assume la responsabilità dell’AI. Attademo ricorda che tra i 5 principi etici che dovrebbero informare lo sviluppo dell’intelligenza principale, il quinto nella proposta di Luciano Floridi e Josh Cowls, l’esplicabilità, si riferisce esattamente al tema che ci sta a cuore. Anzitutto, i primi 4 principi derivano dalla ‘tradizione’ della bioetica nordamericana, ovvero il principio di beneficenza, non maleficenza, autonomia e giustizia, mentre il quinto, l’esplicabilità, riguarda, al contempo, l’intelligibilità da un lato e la responsabilità dall’altro. Se l’IA, secondo tutte le fonti normative internazionali e in particolar quelle europee, deve essere ‘ antropocentrica ‘ a quale modello di accountability e responsabilità umana si deve configurare? Tra la relazione responsabile e le distorsioni della fiducia appiattita sulla rendicontazione si aprono molteplici interrogativi che sollecitano una riflessione sull’umano nell’epoca della sua interazione con l’alterità delle intelligenze arificiali.
Foto, il Panopticon