Elezioni Israele: i numeri dettano le mosse di Netanyahu & C.

Decisivi per una maggioranza i partiti arabi o quelli ultraortodossi

Alla Knesset la prima è buona per tutti. E’ stato approvato con 106 voti, e nessun contrario, il disegno di legge presentato dal governo per sciogliere il parlamento. Adesso per ufficializzare le elezioni anticipate servono altri due passaggi nel plenum. Tuttavia, non c’è accordo sulla data, tanto che la commissione incaricata ha concordato per un arco temporale che va dall’8 settembre al 20 ottobre. La crisi di governo esplosa a metà maggio tra Netanyahu e la fazione dei religiosi di Degel Hatorah sull’obbligo di leva per i giovani haredim ha portato al collasso della maggioranza. Strada chiusa all’iniziativa di Netanyahu di introdurre una normativa in materia di coscrizione ed esenzione, che tenesse in piedi la coalizione. Per Bibi è stato un buco nell’acqua, che ha creato malumori anche dentro il suo stesso partito, il Likud. 

In questi giorni la politica israeliana è paradossalmente assorbita non tanto dalla perdurante iniziativa militare di annessione a Gaza, con le conseguenti ripercussioni sulla popolazione stremata, e dalla campagna di violenza ed occupazione della Cisgiordania, ma da un dibattito incentrato su una sfera aritmetica. Secondo i sondaggi nessuno dei due principali blocchi elettorali, pro e contro Netanyahu, otterrà una maggioranza assoluta nella prossima Knesset. Il mancato raggiungimento della soglia critica dei 61 seggi nel parlamento di per sé non è una novità, è matematica. Numeri. Il calcolo probabilistico rende la costruzione di future coalizioni un esercizio assai enigmatico. Illusorio a meno che nel computo dei seggi per formare la maggioranza non arrivi il sostegno dei partiti religiosi ultraortodossi o dei partiti arabi. Tema quest’ultimo che apre riflessioni di svariato genere.

Scrive lo scienziato e blogger Haim V. Levy: “Eppure, quando la conversazione passa dalla partecipazione elettorale all’adesione al governo, i partiti arabi continuano ad incontrare una significativa resistenza. Distinzione che sta diventando sempre più difficile da mantenere. Il sistema giuridico israeliano distingue già tra forze a cui è consentito di partecipare alla politica democratica e quelli invece a cui è preclusa. I movimenti autorizzati a prendere parte alle elezioni, vincere seggi e servire alla Knesset sono legittimati al processo politico. Una volta superata tale soglia, trattarli come partner di coalizione presumibilmente inadatti richiede una giustificazione non sempre chiaramente articolata”. Preclusione frutto di approccio ideologico volutamente settario, con una forte base razziale. 

A rompere in piccola parte questo schema “culturale” era stata la breve esperienza dell‘esecutivo Bennett-Lapid, che nel 2021 fece entrare in coalizione, non avendo altrimenti i numeri per poter governare, il partito islamista Ra’am di Mansour Abbas. Quella pagina storica, di tacito esempio di compromesso, torna a circolare. A prescindere dal fatto che a parole sia Naftali Bennett che Yair Lapid neghino tale eventualità di trattativa. Nella riflessione galileiana pubblicata dal The Times of Israel Levy appunta: “Cercano voti arabi ma esitano ad abbracciare la loro partnership. Chiedono un cambiamento politico pur restando riluttanti a discutere uno dei percorsi più plausibili attraverso cui questo mutamento potrebbe avvenire”. Il punto evidenziato è l’ambiguità politica tra coerenza nella campagna elettorale e realtà algebrica, aggiunge Levy: “L’opposizione si presenta spesso come difensore dell’inclusione democratica e della cittadinanza paritaria. Eppure uguaglianza di cittadinanza non può significare partecipazione solo fino al momento delle urne. Se i cittadini arabi sono legittimi partecipanti alla democrazia israeliana, allora i partiti che eleggono legalmente non possono essere trattati come soggetti esterni al processo di governo”. L’errore formale di Levy è che senza la partecipazione della sinistra araba questo processo di inclusione, ad oggi inesistente, resta zoppo. 

L’altra teorica soluzione per originare una alternativa a Netanyahu è “l’arruolamento” politico dei partiti haredi. Escludono la possibilità di alleanza Avigdor Liberman leader di Yisrael Beytenu e la coppia Bennett-Lapid con il loro nuovo partito Together, meno contrari aprioristicamente sono gli altri esponenti dell’opposizione a Bibi, Yair Golan a capo dei democratici e Gadi Eisenkot fondatore di Yashar. Ma anche nell’altra sponda dello schieramento politico c’è chi incomincia a porsi la domanda sulla necessità dell’apparentamento con i partiti religiosi. L’opportunità che possa emergere un “Likud B”, uno spazio politico che rinnega l’asse Bibi-haredim, è però rimandato a dopo il voto. 

Dalle pagine del Jerusalem Post Herb Keinon commenta: “La prossima campagna elettorale, come quelle precedenti, non mancherà di roboanti dichiarazioni, linee rosse, promesse, gesti drammatici e segnali da Washington – tutti pensati per cambiare l’equazione. Perché, come suggeriva Galileo secoli fa, tutto si riduce alla matematica. E per comprendere molte delle mosse politiche che si stanno svolgendo ora in Israele – alcune delle quali possono sembrare contraddittorie o illogiche – basta davvero guardare i numeri”.

Alfredo De Girolamo Enrico Catassi

In foto la Knesset

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