Cronaca di un arresto cardiaco in un assolato pomeriggio romano

Come una diffusa cultura della rianimazione può salvare delle vite

Un viale di Roma, a nord, nel quartiere Nomentano, poco lontano dalle mura Aureliane. Una zona elegante di ville storiche, molto ben servita dalla rete trasporti, preferita da numerose rappresentanze diplomatiche. Sono le 16,30 del 3 giugno. Un giovane cammina a passo veloce, sembra trafelato, certamente sta soffrendo per il gran caldo precoce dei primi giorni di una stagione che si annuncia arroventata.

Il giovane si chiama Giulio (nome di fantasia) e sta costeggiando la sede del Comando Generale della Guardia di Finanza, nella caserma Piave, progettata e realizzata nei primi anni 20 del secolo scorso. Ci sono anche altri passanti sui due lati della strada.

Giulio sente mancare il respiro. Non ha nemmeno il tempo di spaventarsi. Pochi secondi e si accascia investendo una delle catene che delimitano lo spazio di fronte al grande edificio. Ha perso conoscenza.

Il punto esatto dove è avvenuto lo svenimento è la prima di una serie di circostanze favorevoli che concorreranno a salvare la vita di Giulio.

Un gruppo di turisti accorre, lo solleva dalla  catena e lo mette a giacere sul marciapiede. Qualcuno avvisa il piantone della caserma perché chiami un’ambulanza. Volti ansiosi, ma impotenti: sanno solo che in questi casi il comportamento migliore è quello di muovere il meno possibile chi è colpito da un malore fulminante.

A pochi metri di distanza una ragazza, Morena, studentessa laureanda in medicina, assiste alla scena e attraversa la strada. Non doveva esse lì a quell’ora dell’assolato pomeriggio romano,  ma l’autobus che aveva intenzione di prendere non passava mai. Allora meglio andare a piedi, la meta non è così lontana.

Lei sa cosa fare. Al sesto anno di Medicina, l’Università La Sapienza di Roma offre ai propri studenti la possibilità di partecipare, nell’ambito di una collaborazione con l’American Heart Association, a un corso BLSD (Basic Life Support and Defibrillation), dedicato alle manovre di rianimazione cardiopolmonare e all’utilizzo del defibrillatore. Morena ha scelto di frequentarlo e quella formazione, unita al senso profondo della professione che si appresta a intraprendere, la spinge a intervenire senza indugi su quel giovane esanime.

Morena cerca prima di tutto di verificare la presenza del battito cardiaco. Non è facile in un sistema cardiocircolatorio sul quale si è intervenuti diverse volte in passato a causa di malformazioni che Giulio si porta dalla nascita.

Grazie anche ai messaggi che arrivano dal pronto intervento tramite il piantone, riesce ad accertare che il battito sta lentamente scomparendo. Non ha dubbi. Un arresto cardiaco. Prende la decisione di avviare le manovre della rianimazione.

Sono impegnative, ci vuole molta forza. Bisogna eseguire le compressioni a un ritmo di 100-120 al minuto, abbassando il torace di almeno 5 centimetri.  E’ uno sforzo difficile da mantenere per minuti. Mentre muove energicamente le due mani sovrapposte, dietro di lei compare un giovane. Andrea ha  appena partecipato con la fidanzata a un corso di RCP organizzato dalla Croce Rossa Italiana.  “Continuo io”, le dice.

Andrea si alterna a Morena senza pause, fino a che si odono le sirene dell’ambulanza. Giulio viene preso a bordo dai paramedici. Il veicolo è dotato di apparecchiature per la rianimazione, alle quali viene immediatamente collegato. Il cuore di Giulio si riprende, poi si arresta e poi di nuovo si riprende mentre l’ambulanza entra nel piazzale del pronto soccorso dell’ospedale Umberto I, molto vicino al luogo dove è avvenuto il malore.   

La cosa più importante per i medici rianimatori è stabilire quanto tempo il cervello di Giulio è rimasto senza ossigeno. Dopo 8-10 minuti i danni diventano gravi e irreversibili. Ma i sanitari si rendono subito conto che l’intervento dei due giovani è stato decisivo. Giulio non solo non è in coma, ma mostra di aver preservato tutte le funzioni motorie del corpo. Dopo quattro giorni di sedazione, si risveglia e mostra una seppure debole capacità di riconoscere quanti vanno a trovarlo.

In considerazione dello stato del suo cuore e dei rischi di eventuali ritorni di fibrillazioni pericolose, viene deciso di impiantargli un defibrillatore e di procedere in altre strutture a una fase di riabilitazioni soprattutto cognitive. Dopo poche settimane Giulio è tornato a casa e gradualmente sta riprendendo la vita normale, anche grazie a un periodo di riposo al mare con i genitori.

Giulio è stato protetto da una buona stella, dalla Provvidenza o dalla sorte, come si preferisce. Al Pronto soccorso dell’Umberto I si sottolinea che non è più raro che il primo intervento per una persona in arresto sia fatto da persone che conoscono le manovre RCP. E tuttavia resta fondamentale che istituzioni, università, aziende private, associazioni, si prendano carico di organizzare i corsi di formazione in modo da rendere la salvezza di vite umane assai meno casuale di quanto è avvenuto a Giulio. I progressi della medicina hanno allungato la vita, ma è necessario che tutti siano responsabilizzati per creare una rete di sicurezza per intervenire tempestivamente nel caso di arresti e scompensi cardiaci.

Anche in un’assolata via della città, alle quattro e mezzo del pomeriggio.

L’articolo è apparso sulla newsletter dell’Associazione Italiana Cardiomiopatie (Aicarm)
https://www.aicarm.it/newsletter-aicarm/

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