La crisi delle botteghe, oltre 340mila artigiani in meno in dieci anni

Dal 2015 al 2025, i dati dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre

Saracinesche abbassate, ma non per Ferragosto. Comincia così, con uno sguardo desolante, il focus dell’Ufficio studi della Cgia Mestre dedicato al piccolo commercio, o meglio, alle “botteghe”, come le generazioni fino agli anni ’80 avevano imparato a conoscerle e amare. Botteghe, ovvero le attività artigiane che di solito passavano con le saracinesche abbassate il Ferragosto, Purtroppo, molte di esse non apriranno più.

Quante? Si parla di almeno 434mila artigiani in meno in 10 anni, a partire dal 2015 al 2025, quando si è passati da 1,7 milioni di persone attive nell’artigianato a quasi 1,3 milioni nel 2025. A fare i conti è l’Ufficio studi della CGIA (Associazione degli artigiani e delle piccole imprese) di Mestre. Una presenza, quella delle botteghe, che si sta rarefacendo sempre di più nelle grandi città, proprio laddove sarebbe più necessario mantenere tutto ciò che una bottega artigianale rappresenta: non solo un’attività economica, ma anche  un presidio di socialità, di competenze e di identità. “La scomparsa progressiva dell’artigianato sta cambiando il volto dei nostri quartieri e delle nostre piazze, rendendoli più anonimi e impoverendo la qualità della vita delle comunità che li abitano”, dicono i ricercatori veneti. Situazione che si ripropone anche nei borghi, nelle zone di montagna e nei paesi di provincia, dove si manifesta in modo ancora più evidente  il problema dello spopolamento.  

Il tema più critico, quando si parla di rarefazione dei servizi degli artigiani, è il campo delle riparazioni-manutenzioni. “Q si rompe una tapparella, il rubinetto del bagno perde acqua o dobbiamo sostituire l’antenna della Tv, trovare un professionista del settore è già molto difficile, figuriamoci fra qualche anno  si legge nel focus della Cgia di Mestre – a seguito del progressivo invecchiamento della popolazione artigiana e la corrispondente contrazione dei giovani che si avvicinano a questi mestieri, anche a seguito del calo demografico, è molto probabile che entro un decennio reperire sul mercato un idraulico, un fabbro, un elettricista o un serramentista in grado di eseguire un intervento di riparazione/manutenzione presso la nostra abitazione o nel luogo dove lavoriamo sarà un’operazione difficilissima”.

Ma non è solo un problema demografico o di poca attrattività dei mestieri per i giovani lavoratori. La contrazione delle imprese artigiane è dovuta anche  a fusioni e acquisizioni di impresa, trend che emerge anche dalla crescita della dimensione media delle attività, come sottolineano i ricercatori della Cgia. Un processo  riconducibile anche ai percorsi di aggregazione/acquisizione che hanno interessato alcuni settori dopo le grandi crisi 2008/2009, 2012/2013 e 2020/2021. Una “spinta” verso l’unione aziendale che ha compresso la platea degli artigiani da un lato ma ha contribuito positivamente ad aumentare la dimensione media delle imprese dall0altro, come puntualmente rilevato dagli studiosi. Un percorso d’altro canto che ha anche contribuito a tirare su i numeri della produttività di molti comparti, dal trasporto merci, al metalmeccanico, agli installatori, impianti e alla moda.

 Le difficoltà che incontrano botteghe e negozi di vicinato  sono legate a una complessità di cause, spesso a loro volta prodotte dai cambiamenti epocali cui stiamo assistendo. Fra queste, come dicono dall’Ufficio Studi della Cgia,  “la concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce. I grandi supermercati e le piattaforme online riescono a offrire prezzi più bassi grazie alle economie di scala: comprano grandi quantità di merce, hanno costi unitari minori e una logistica molto efficiente. Il piccolo negozio, invece, acquista poco, paga di più i fornitori e non può competere sul prezzo”. A questo si aggiunge ll’online, che offre comodità, ampia scelta e consegna a domicilio, elementi sempre più apprezzati.

A tutto ciò consegue un cambiamento nelle abitudini di consumo. Gli acquisti diventano sempre meno frequenti e più concentrati. Cresce la necessità di acquisto multiplo per famiglie con meno tempo a disposizione e automunite. Tutto ciò  penalizza i negozi di prossimità, che storicamente vivevano su una clientela quotidiana e fidelizzata. Inoltre. affitti commerciali, utenze, tasse locali e contributi pesano molto di più su una piccola attività che su una grande catena, piccola attività che può entrare in crisi anche con brevi periodi di calo nelle vendite.  

Fra i fattori che si intrecciano nella creazione di una temperie sfavorevole alla sopravvivenza delle botteghe, c’è senz’altro il declino demografico e l’invecchiamento della popolazione, per la banale ragione che meno persone significa clienti, oltre a far perdere valore alla variabile del “passaggio”. Ma è la scomparsa di servizi pubblici, scuole o uffici che desertifica il territorio a pesare di più.

Un altro motivo di preoccupazione è l’intelligenza artificiale, per cui tuttavia gli studiosi di Mestre non prevedono conseguenze disastrose, in quanto l’effetto della sua applicazione all’artigianato, lungi dal distruggerlo, “lo selezionerà”. “ L’intelligenza artificiale (AI) sta cambiando tutti i settori produttivi e chi lavora nell’artigianato se lo chiede con particolare urgenza: che ne sarà dei mestieri manuali?”.  Nessuno ha una risposta certa, sostengono dalla CGIA, ma è probabile che l’IA non farà sparire gli artigiani. Piuttosto, è l’ipotesi dell’associazione, li dividerà in due gruppi: il primo è quello di chi userà l’IA come un aiutante instancabile, il secondo quello di chi si troverà l’AI come concorrente. Ipotesi quest’ultima che si avvera in particolare laddove  il prodotto si può standardizzare, ovvero “mobili stampati in 3D, abiti “su misura” pronti in un’ora, grafiche create in automatico al posto del designer. Qui il rischio è concreto, perché costa meno e spesso il cliente non riesce più a distinguere un oggetto fatto a mano da uno realizzato da una macchina”.

Alla fine dunque, la domanda è: chi avrà migliori chances di sopravvivere? La risposta dei ricercatori è chiara: tutti quei maestri artigiani che producono qualcosa che va al di là della semplice bravura tecnica, ma implica competenze basate su cuore, gusto, intuizione. E’ il caso del restauratore di mobili antichi, che all maestria e all’esperienza deve aggiungere gusto e capacità di “vedere” il prodotto finito; chi lavora nel lusso su misura, chi ripara e chi vende soprattutto un’esperienza: corsi, botteghe aperte al pubblico, la possibilità di osservare il gesto artigianale dal vivo. Il pericolo vero, allora, “non è che l’AI porti via il lavoro agli artigiani. È che chi la sa usare diventerà molto più veloce di chi lavora “solo con le mani” – e per i clienti sarà sempre più difficile accorgersi della differenza”.

Se queste sono le situazioni critiche, qualcosa si può fare. Fra le idee che la Cgia di Mestre mette in campo, due sono fondamentali: il cosiddetto reddito di gestione, che premierebbe chi, giovane o anziano, mantiene o riapre o apre ex novo attività artigianali in borghie paesi sotto i 10mila abitanti, contribuendo a mantener evivo un tessuto socio economico che rischia di decadere per sempre, e investimenti nella formazione professionale, il che significa “investire seriamente sia sull’orientamento scolastico sia restituendo centralità agli istituti professionali”. Infine, un ultimo dato: acconciatori, estetiste, gelatai, pizzerie per asporto e informatici sono in controtendenza.

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