Guerra, opinione pubblica e diritto: in Europa torni il primato della politica

Il 70-80% delle forniture belliche europee proviene dall’estero

Negli ultimi mesi, il dibattito sulle relazioni internazionali e sulle guerre si è concentrato quasi esclusivamente sugli avvenimenti. La cronologia dei fatti ha sottratto al pensiero critico la possibilità di fornire un quadro d’insieme, da cui iniziare a ragionare per superare l’attuale crisi. La guerra commerciale tra USA e UE, i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, altre guerre più giuridiche che belliche, hanno mostrato il volto ferino del pragmatismo, scacciando quello ragionevole delle idee.

L’opinione pubblica

In un capitolo del recente saggio di Stefano Mannoni, Da Vienna a Monaco (1814–1938) (Giappichelli Editore, 2025), l’insigne storico del diritto dell’Università di Firenze racconta la nascita dell’opinione pubblica come soggetto delle relazioni internazionali. Mannoni osserva come i movimenti di opinione fossero già presenti durante la Guerra dei Trent’Anni, alimentati dall’invenzione della stampa, ma ancora lontani dalla piena modernità.

È nell’Ottocento, però, che assistiamo alla fioritura di una vera opinione pubblica internazionale – “ancorché non ancora universale”, puntualizza l’autore. Un movimento alimentato da un flusso costante di notizie e sorretto da valori condivisi, capace di incidere politicamente all’interno del circuito rappresentativo delle istituzioni domestiche.

L’irruzione dell’opinione pubblica in quell’epoca fu rivoluzionaria, soprattutto nel rapporto col diritto internazionale, che si manifestò in tre ambiti principali: l’abolizione della tratta degli schiavi, gli interventi umanitari e l’umanizzazione del diritto bellico. Tanto forte e pervasiva da spingere un esasperato Disraeli a sbottare: “Sono io o i giornali che governano l’Inghilterra?”.

Questi tre filoni si concretizzarono in eventi storici fondamentali: la Conferenza di Bruxelles del 1889 (che abolì la tratta), il Trattato di Berlino del 1878 (sulla questione balcanica), e l’elaborazione del diritto internazionale umanitario tra Ginevra e L’Aia, dal 1864 al 1907. Una legislazione che ancora oggi costituisce la base del diritto umanitario internazionale. Un successone, direbbe qualcuno.

Certo, allora i ruoli tra chi governava, chi scriveva e chi leggeva i giornali erano ben distinti e poco contaminati da manipolazioni. Oggi, tra televisioni, satelliti, social media e breaking news in tempo reale, ogni cosa è insieme più accessibile e più opaca.

Anche perché, nell’Ottocento, il diritto internazionale era ancora un prodotto dell’identità giuridica occidentale, maturata a partire dal Seicento. Oggi, invece, è diventato una dimensione giuridica globale. Ed è proprio qui che risiede la sua grandezza.

Morfologia della guerra

La protezione dei civili in guerra è un tema tutt’altro che superato, soprattutto di fronte alla costante mutazione della morfologia del conflitto: da simmetrico (tra eserciti regolari) ad asimmetrico, tra forze statali e milizie che si mimetizzano tra i civili.

Negli ultimi decenni, nei Paesi occidentali, la guerra è cambiata radicalmente: tecnologia avanzata, eserciti professionali e un’allergia sociale al rischio (cioè alle perdite umane) hanno trasformato il conflitto in uno scenario a distanza. Droni, missili di precisione e operazioni remote riducono il coinvolgimento diretto dei soldati e aumentano la distanza psicologica e fisica dal campo di battaglia.

Una guerra “a zero morti” – per chi la conduce – può apparire rassicurante, ma non elimina la violenza né le sue conseguenze. Le perdite civili restano elevate e il principio di necessità spesso prevale su quello di proporzionalità, entrambi fondamenti del diritto bellico.

Nel frattempo, la copertura mediatica globale rende visibili i costi umani della guerra, influenzando l’opinione pubblica. Eppure, in Occidente, il conflitto appare sempre più distante, filtrato dagli schermi e vissuto da un’élite militare. La Guerra del Golfo degli anni ’90 ha inaugurato questa percezione televisiva e distaccata del conflitto.

Nei Paesi del Sud globale, invece, la guerra resta profondamente politica, legata a risorse, identità o malgoverno. E qui, la violenza incide direttamente sul tessuto sociale.

Ci si chiede allora se non sia il caso di superare Clausewitz, per cui la guerra è “la prosecuzione della politica con altri mezzi”. Mary Kaldor ha già proposto il concetto di “nuove guerre”, dove attori non statali e conflitti identitari ridefiniscono lo scenario bellico (Le nuove guerre, Carocci, 2001).

Uno dei nodi centrali resta il diritto internazionale. In guerra, la norma giuridica è spesso ignorata o sospesa: Sileant enim leges inter arma, ricordava Cicerone.

Occiriente

Alla fine dell’Ottocento si diceva che l’Europa vantasse cinque istituzioni perfette: il balletto russo, l’opera francese, la curia romana, il parlamento inglese e lo stato maggiore tedesco. La Russia era allora considerata parte integrante dell’Europa, almeno dal punto di vista culturale. Ma i tempi cambiano.

Oggi ci confrontiamo su nuovi valori, legati a ordini giuridici differenti. Su tutti, la democrazia. Oriente e Occidente sono visioni del mondo, categorie più che idee, storicamente intrecciate e oggi ancora più interconnesse dalle grandi mobilità di persone, merci, culture e capitali.

La democrazia, intesa come forma di governo, è ormai una realtà flessibile. E nel diritto internazionale contemporaneo non rappresenta un requisito indispensabile per partecipare alla scena globale. All’ONU siedono anche regimi autocratici: la democrazia non è condizione necessaria per negoziare o arbitrarsi. È la sovranità a conferire personalità giuridica a uno Stato.

Anche lo Stato di diritto appare più una costruzione meta-giuridica che una norma sostanziale. Ogni Stato ha il suo: cinese, italiano, persino nordcoreano. Sfido chiunque a trovare un documento di jus cogens che definisca, in modo chiaro, questa narrazione così poetica.

Forse è tempo di disfarci delle vecchie armature giuridiche. Il neologismo “Occiriente”, proposto da Renata Pepicelli nel suo Né Oriente né Occidente (Il Mulino, 2025), potrebbe aiutarci a ricucire un mondo sfilacciato. Anche perché, per prendere l’ultima carrozza in partenza, dobbiamo sbrigarci a superare le nostre linee di demarcazione culturale.

Diritto internazionale e altre ossessioni presidenziali

Oltre alle guerre commerciali tra USA ed Europa, si profila anche una guerra giuridica. Nel secolo scorso si discuteva molto, anche in Italia, tra monismo e dualismo: due teorie del diritto internazionale pubblico, che hanno animato la dottrina fino all’avvento dell’ONU.

Il dualismo vede il diritto interno e quello internazionale come ordinamenti separati, fondati su volontà diverse: quella dello Stato e quella della comunità internazionale (più sociologica che giuridica). Il teorico principale fu l’italiano Dionisio Anzilotti.

Il monismo, con Hans Kelsen in testa, considera invece il diritto internazionale e quello interno parte di un sistema unitario, dove il secondo trova fondamento nel primo. Tuttavia, ai fini pratici, entrambe le teorie si sono rivelate piuttosto inefficaci.

Oggi, però, la questione sembra riemergere. Gli Stati Uniti, da sempre legati al giuspositivismo, sembrano rivalutare la prospettiva monista, magari per giustificare annessioni “creative” come quella della Groenlandia.

L’isola danese pare un’ossessione del Presidente Trump, che spinge per finanziare università disposte a elaborare una dottrina giuridica capace di giustificare l’annessione. Pare che molte si stiano adeguando. Non Harvard, per ora. La scienza giuridica è viva, ma talvolta si presta a sogni decisamente bizzarri.

L’Europa va alla guerra?

L’Europa riscopre l’arte della guerra – naturalmente a debito, ché farla coi soldi propri sarebbe poco continentale. La Commissione UE prevede di portare la spesa militare da meno di 200 a quasi 600 miliardi l’anno entro il 2029. Una rivoluzione per un continente che fino a ieri si difendeva a colpi di conferenze stampa.

Attenzione, però: l’Europa sarà pure unita nell’intento, ma resta divisa in tutto il resto. Ogni Paese ha il suo sistema d’arma: più che interoperabilità, sembra un’asta dell’usato.

Nel frattempo, il 70-80% delle nostre forniture belliche arriva dall’estero. Mentre dichiariamo guerra alla dipendenza energetica, aumentiamo quella industriale. Soluzione? Comprare armi insieme, purché europee. Intanto, si sogna l’autonomia militare dagli USA entro quattro anni. In tempo per le Olimpiadi, magari.

E l’Italia? Sempre sul pezzo: spende 7 miliardi l’anno, mentre gli altri corrono. La Germania è a 26, la Polonia a 16, la Spagna ci ha superati. E noi cerchiamo ancora le chiavi della cassaforte. Ora Bruxelles ci chiede 95 miliardi in quattro anni. Dove trovarli? Semplice: altro debito. Peccato che questo porti il deficit al 4,6%, quando sognavamo il ritorno al 3%. Ma sì, che sarà mai un po’ di spread in più?

La Commissione ci dice “vai tranquillo”, ma i mercati potrebbero pensarla diversamente. I Bund salgono e, come da copione, i BTP iniziano a ballare. Con un debito al 139% del PIL, la nostra libertà di manovra è quella di un contorsionista ingessato.

Difendere l’Europa, sì. Ma senza autodistruggerci nel tentativo.

Se queste sono le basi dell’unità europea, allora torna attuale la lezione di Altiero Spinelli: solo l’egemonia della politica sull’economia può dare un senso all’integrazione.

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