Climate change, rapporto finale: spendere subito per prevenire il collasso del debito

L’analisi sul rischio climatico in Italia degli scienziati dei grandi centri internazionali

Il caldo costerà molto all’Italia, fino a arrivare nel 2050 a 18 miliardi l’anno di riparazioni dei danni alle infrastrutture procurati da ondate di calore, siccità e piogge estreme. Fenomeni, peraltro, che metteranno a dura prova anche salute, approvvigionamento idrico, lavoro, turismo, finanze pubbliche. Perfino la sostenibilità del debito. Il danno è fatto. Non resta che attutirlo prevenendolo con l’adattamento al cambiamento di tutte le attività in corso. Costerebbe comunque. Ma “solo” 10 miliardi invece di 18. Cercare di nuotare o affogare. Sarà un aumento di spesa graduale che inizierà da subito per crescere via via con l’aumentare dei danni.

Del climate change si è parlato e riparlato. Opinioni contro opinioni, pochi fatti, molti introiti alle lobby delle energie responsabili dei gas serra. Ci si è allarmati o deriso chi si allarmava. Si è duellato in punta di spada sull’essere o non essere del pericolo climatico. Si sono stabiliti  limiti insuperabili al possibile aumento di temperatura e si sono tranquillamente superati. Si è continuato impavidi nelle abitudini, sprecando energia tradizionale, si è stati troppo timidi  – quando è andata bene – o infuocati oppositori nella battaglia per le rinnovabili. E ora che i gas serra si sono abbattuti sulle pelli roventi, le case-forno, il lavoro insostenibile, le notti insonni, l’aria condizionata che consuma patrimoni, l’estate rovente, ecco che si zittiscono i dibattiti e tutti a sventolarsi e piangere.

E’ chiaro che l’unico rimedio sarà, se si vorrà, cominciare a combattere seriamente i gas serra responsabili del climate change. Ma intanto, quello che non abbiamo finora impedito costerà in Italia non solo il buon vivere delle persone ma costituirà anche un grossissimo attacco economico. Ce lo spiega il nuovo report,  “Rischio climatico in Italia scenari, costi e opzioni di risposta”,  che considera gli effetti catastrofici del mix tra climate change e economia mettendo in sintonia modelli avanzati di previsioni climatiche, analisi del loro impatto, e modelli macroeconomici e finanziari. Le osservazioni sul clima ci raccontano che si è già arrivati al punto limite in cui i due estremi opposti, sempre più frequenti e violenti, si combineranno: le ondate di calore e le piogge estreme. Rischiando di danneggiare fortemente l’intero tessuto economico del paese, con la potenzialità di mandare a gambe all’aria non solo salute, ma anche disponibilità dell’acqua, infrastrutture, agricoltura, turismo, lavoro e finanze pubbliche. Fino a mettere in discussione la sostenibilità del debito.

Il rapporto sul “Rischio climatico in Italia”, pubblicato da Zenodo (l’archivio digitale dedicato agli scienziati creato dal CERN insieme al progetto europeo OpenAIRE) e riassunto da Marco Talluri su “Ambientenonsolo” è firmato da Matteo Calcaterra, ricercatore del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), Jacopo Cammeo, Research Associate presso il Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto universitario europeo, Simone Borghesi, direttore della Florence School of Regulation – Climate, professore all’Istituto universitario europeo e all’Università di Siena, Carlo Carraro, rettore emerito dell’Università Ca’ Foscari Venezia e tra i fondatori del CMCC e Massimo Tavoni, direttore dello European Institute on Economics and the Environment del CMCC e professore ordinario di Economia del cambiamento climatico al Politecnico di Milano.

Gli uomini di scienza avvertono: siccome si sta parlando di una rivoluzione climatica i cui effetti più potenti andranno in scena nei prossimi venti anni, i suoi effetti devastanti si rovesceranno su quanto si decide oggi: infrastrutture, piani industriali, concessioni e investimenti. Il problema, a questo punto, diventa non solo capire quanto il climate change costerà, ma visto che il danno lo abbiamo fatto, come prepararsi ad affrontarlo per attutirne il danno. Anche gli interventi di adattamento saranno costosi ma sempre meno che se chiudessimo gli occhi: una decina di miliardi invece di diciotto. Con la differenza che i 18 miliardi di costo dei disastri sono, secondo i ricercatori, sicuri mentre i dieci mitigatori dipendono da una non assicurata buona volontà. Quello che è certo ha però un sapore amaro : che – discuti, polemizza, ignora – abbiamo saltato una vera ed efficace lotta contro i gas serra e abbiamo fatto il danno. Ora resta da decidere se almeno cercare di attutirlo. Evitare, non lo abbiamo evitato.

Vediamolo questo clima impazzito. L’Europa è la più colpita dei continenti, si sta riscaldando a una velocità doppia degli altri,  l’Italia svetta tra i paesi europei e supererà i più due gradi dalla media preindustriale già nei prossimi dieci anni. Con aree che hanno già conquistato il record di 2- 2,5 gradi in più rispetto alla situazione storica, per esempio la Pianura Padana. Ma possiamo sventolare anche primati europei come la  Sardegna e la Basilicata che, già adesso tra le zone europee più esposte alla siccità, si prevede che la quadruplicheranno rispetto alla consuetudine storica nel 2025.

Non sono tanto le alte temperature medie a dare la misura del danno. Sono soprattutto la novità e diversità dei fenomeni che stanno rischiando di mandare all’aria vita quotidiana, strutture, economia, perfino sostenibilità del debito. Così ci avverte il Report sottolineando che le più intense e perniciose nuove manifestazioni del pericolo climate change sono l’intensificazione e la durata delle ondate di calore che arrivano a durare fino a 58 giorni in più della media storica, l’aridificazione dei terreni causata dalla siccità che dura sempre più a lungo, l’aumento degli eventi estremi causati da precipitazioni-bombe mentre diminuiscono le piogge complessive:  poche ma a dirotto e devastanti invece che capaci di nutrire la terra. I tempi calcolati dal report sono stretti: le ondate di calore potrebbero aumentare di quattro o cinque volte rispetto a quanto già visto entro il 2030 per arrivare a raggiungere dai 30 ai 58 giorni in più nel 2050. Episodi non solo più frequenti ma anche fino a venti volte più severi. Peggiori nelle aree alpine e prealpine perché, tradizionalmente più fresche, patirebbero di più il balzo in avanti.

Al Sud, si prevedono in futuro anche due mesi di seguito di siccità, ma anche Piemonte e Emilia-Romagna potrebbero soffrirne a tal punto da vedere danneggiate  le più importanti zone agricole d’Italia.  Con conseguenze economicamente disastrose per agricoltura, costi per procurarsi l’acqua e per produrre energia, oltre alla possibilità che ci si strappi gli uni tra gli altri  la poca acqua a disposizione:  tra chi ne ha bisogno per usi civili, chi invece per quelli industriali, chi per irrigare i campi.

Il paradosso più sottolineato dagli estensori della ricerca è che, siccome pioverà meno ma in modo più violento, meno pioggia non vorrà dire meno alluvioni. Le previsioni, area per area, sono di una diminuzione di normale pioggia anche di un terzo e più eventi estremi nel Sud. Le precipitazioni ridotte in genere ma accumulate in cinque giornate successive potrebbero raddoppiare in Lombardia e nelle Marche e più o meno anche in Friuli-Venezia Giulia e Veneto. In sostanza, dappertutto un doppio stress idrico: meno pioggia diffusa ma precipitazioni violente su terreni sempre più aridi e dunque impenetrabili, oltre a sistemi di drenaggio a misura del passato, quando pioveva regolarmente.

Un dissesto generale, tra clima e siccità-eventi estremi, che presenta un conto salato, calcola il Report: fino 18 miliardi l’anno per rattoppare le infrastrutture, da strade a  ferrovie, porti, reti idriche, edifici e sistemi energetici. I danni diretti potrebbero passare dai circa 400 milioni abituali a 2 miliardi nel 2030 e 5 nel 2050.  Aggiungendo quelli indiretti – dalle interruzioni dei servizi essenziali ai blocchi della produzione e gli inceppi nella catena di fornitura – il report calcola un costo complessivo tra 11,5 e 18 miliardi l’anno a metà secolo. In un quadro fosco: tra inondazioni e siccità, ondate di caldo alle stelle e conseguenti pavimentazioni deformate, reti surriscaldate, scarsità  idrica, incendi,  surriscaldamento delle reti, interruzioni dell’energia. L’agricoltura, a sua volta, potrebbe vedere andare a rischio fino a 30 miliardi di produzione e da12,5 a 30 miliardi al 2050, con rischi specie per mais, riso, vite, olivo, e prodotti ortofrutticoli. Con, a seconda delle zone, terreni agricoli i cui costi potrebbe ridursi fino al 16% entro la fine del secolo.

Ma  non solo i campi verdi. Verrà persa una quantità di lavoro durante le ondate di calore. Scapperanno in determinati periodi e luoghi anche i turisti che nei periodi più caldi potranno, si calcola, spendere nel belpaese 52 miliardi di meno. Soffriranno le coste, tra erosione e innalzamento del livello del mare. Le montagne dovranno pagarsi la neve artificiale. Nell’insieme le ondate di calore ridurranno la produttività nei settori più esposti, tra cui edilizia, agricoltura, logistica, turismo, servizi pubblici e attività manifatturiere non climatizzate. Si prevede che alla metà del secolo l’Europa meridionale perda fino al 5% di produttività . In Italia, se l’ondata di calore supererà i tre giorni, in ogni giornata successiva oltre i 30 gradi si perderanno  0,56 punti percentuali dei  di occupazione.

Bene, anzi male. Ma la vera novità del report, sottolinea Ambientenonsolo, è il rapporto climate change – finanze  pubbliche. In cui il clima diventa una minaccia per il debito pubblico. Il calcolo al 2025 è di un Pil inferiore  tra l’1,6% e il 6% di quello che sarebbe stato senza i danni del climate change che potrebbe cancellare  circa il 15% della crescita economica media annuale prevista tra il 2025 e il 2050. Ma non è escluso che si arrivi fino a meno il 41%. Sono ipotesi, ben calcolate ma ovviamente non sicure. Nell’ipotesi che si avverassero, avendo l’Italia oltre 3.000 miliardi di debito, una crescita debole renderebbe comunque più difficile ridurre il rapporto debito – Pil.

Cosa fare oltre a piangere sul non fatto? Provare ad adattarsi, costerebbe 10 miliardi l’anno, lo 0,4% del Pil. Divisi così: 4,53 miliardi l’anno per adattare le infrastrutture, 2,13 per ecosistemi e coste, 1,85 per agricoltura e pesca, 1,43 per la salute, 146 per economia, finanza e reti idriche, 23 per ricerca, innovazione, educazione.  Meglio spendere meno che di più e provarci, è la conclusione del report.

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