Il Ddl sul fine vita: audizioni e rinvii, ma stavolta i parlamentari fanno sul serio

Opposizioni contro l’articolo 4, associazioni pronte alle barricate

Brucia troppo. Troppa ideologia, troppe bandiere identitarie hanno reso incandescente il dibattito sul ‘fine vita’, condannandolo per anni all’inerzia legislativa. Il Parlamento si è sempre impantanato e non è mai riuscito  a pronunciarsi in modo sistematico. Ma la cronaca dolorisissima dei casi di chi non ha chance di sopravvivenza non ammette più esitazioni, qualcuno deve dare un quadro di regole. Lo hanno fatto le Regioni, (anche se solo la Toscana ha portato a termine la sua legge),  la Corte di Cassazione e soprattutto la Corte costituzionale che, oltre a dare indicazioni di massima, continua a sollecitare i legislatori a mettere fine a questo disordine in una materia così eticamente sensibile come la scelta di morire.

L’ ultima ordinanza della Consulta,  la numero 66 del 2025, riguardava un caso specifico sollevato dai giudici di Milano, ma ha poi ribadito ancora una volta “con  forza, l’auspicio che il legislatore intervenga prontamente ad assicurare concreta e puntuale attuazione  a quanto stabilito nella sentenza 242 del 2019”. Questa di sei anni fa è la pronuncia più ampia e stringente emessa in materia dalla Corte Costituzionale, una svolta nel dibattito sul fine vita: per la prima volta non è considerato punibile chi aiuta una persona a togliersi la vita in determinate condizioni.  La sentenza chiuse la vicenda sollevata da Marco Cappato che aveva aiutato a morire Fabiano Antoniani (Dj Fabio). Resta un punto di riferimento anche per le altre pronunce, come quella del 2024 e dà un’ importante mano al legislatore, fissando una cornice di quattro requisiti per ammettere l’aiuto a morire: la patologia irreversibile; le sofferenze intollerabili; la dipendenza da trattamenti di sostegno vitali; la capacità di prendere decisioni.

Ogni pronuncia della Consulta su questa materia si chiude con l’invito al legislatore a fornire un quadro normativo stabile e completo. Non è mai bastato, per sei anni ci hanno provato invano tutte le maggioranze di governo, resta un unico riferimento legislativo, la  legge nazionale n. 219/17 sul consenso informato e le Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat), ma siamo alle premesse, ora la Consulta vuole una disciplina organica.

L’ultima ordinanza della Corte sul fine vita, nel maggio scorso, ha finalmente scosso il Parlamento, che ha incardinato in Senato un testo base presentato dalla maggioranza,  il disegno di legge (ddl) che recita: ‘Disposizioni esecutive della sentenza della Corte costituzionale del 22 novembre 2019, n.242’) e che ha cominciato il suo iter il 3 luglio nelle due commissioni di Giustizia e Sanità. Il 17 luglio il testo doveva andare in Aula ma, già zavorrato dalle prime polemiche, ha subìto un primo rinvio.  Un rinvio chiesto dalle opposizioni, fortemente contrarie, che chiedono anche di potere audire altri esperti. Si spera che il ddl veda l’Aula prima della chiusura di agosto, ma è più probabile che se ne riparli a settembre. Intanto si lavora dietro le quinte per provare a intendersi.

Nel merito, il testo base  è composto da soli 4 articoli, esplosivi in qualche passaggio, a giudicare dalle reazioni.  Il primo è un generico e scontato richiamo alla ‘Inviolabilità e indisponibilità del diritto alla vita’, ma già su questo tono apodittico e assoluto si sono mosse le prime eccezioni: “La vita è un bene fondamentale, ma non è un dovere incondizionato se una persona, in condizioni di piena capacità, sceglie consapevolmente di porvi fine a fronte di sofferenze intollerabili”, ha commentato l’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, richiamando non solo la sentenza costituzionale del 2019 ma anche due articoli della Costituzione, il 2, che garantisce i ‘diritti inviolabili dell’uomo’ e il 32: ‘Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, sempre nel rispetto della dignità umana’.                                                                                         

Il secondo articolo del ddl all’esame è il centrale: modificando l’articolo 580 del codice penale, introduce la non punibilità di chi ‘agevola l’esecuzione al suicidio‘, ovviamente solo in determinate condizioni, quelle perlopiù indicate dalla Consulta nella sentenza del 2019. Ma lo stesso ddl modifica uno dei quattro requisiti, con una parola, che basta per  restringere moltissimo il campo di chi può accedere al fine vita. La condizione richiamata dalla Corte era che il paziente dipenda da ‘trattamenti di sostegno vitale’, il ddl parla di ‘trattamenti sostitutivi di funzioni vitali’, cioè vale solo per le persone collegate ai macchinari escludendo chi dipende dall’assistenza di terzi, come familiari e caregivers, cosa ampiamente dibattuta e ammessa poi più esplicitamente dalla stessa Consulta nella sentenza 135 del 2024. 

L‘articolo 3 del ddl aggiunge l’obbligo delle cure palliative, altro punto contestato, perché l’obbligatorietà, sottolineano tutte le opposizioni, trasformerebbe le cure palliative da opportunità a “trattamento sanitario obbligatorio”. Ma su questo sembrano esserci i maggiori margini di mediazione.

Invece l’articolo più contestato è l’ultimo, che istituisce un ‘Comitato nazionale di valutazione‘ per verificare le condizioni di accesso alla morte medicalmente assistita. Composto da sette membri (un giurista, un bioeticista, tre medici, uno psicologo e un infermiere), il Comitato sarebbe nominato dal governo, punto questo indigeribile per le opposizioni.  Non solo, i tempi concessi agli esperti per decidere sarebbero incompatibili con l’urgenza di porre fine alle sofferenze dei malati. Infatti il Comitato deve esprimersi entro 60 giorni, prorogabili di altri 30 se ritiene di dovere acquisire altri pareri.

L’articolo 4 si conclude con la norma che polarizza le posizioni in un modo che appare insanabile perché esclude l’uso del personale e delle risorse del Servizio sanitario nazionale nell’esecuzione del suicidio assistito. Una sorta di ‘muoia chi può’… permetterselo  nelle strutture private. Difficile da comprendere, l’ha spiegato così il senatore Ignazio Zullo (Fdi), che è relatore del disegno di  legge: “Il suicidio assistito non è un diritto ma una libera scelta e chi fa questa libera scelta se ne fa carico. Per chi non può permettersela ci sono sempre i volontari e le collette”.  In sostanza, è la ratio del ddl,  il Servizio Sanitario Nazionale è vocato alla vita, non alla morte. Una questione di principio, dirimente, che non sembra lasciare margini di mediazione. Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd, lo ha detto chiaramente: “E’ inaccettabile la privatizzazione della sofferenza e la fuga dello Stato dal suo dovere di umanità”.

In generale, le opposizioni sono tutte d’accordo nel considerare il testo proposto della maggioranza peggiorativo dello status quo, “meglio nessuna legge”, taglia corto Riccardo Magi (+Europa).  Ma, soprattutto, si sono dette contrarie varie associazioni di medici, a cominciare dalla Federazione nazionale dell’Ordine dei Medici Chirurghi: “Chi prende una decisione così importante e delicata ha necessità di veder rispettata la propria dignità al di là delle possibilità economiche. Il Servizio Sanitario Nazionale è il luogo che difende la dignità delle persone”. E “inadeguato e fragile” è considerato il ddl anche dalla Società di Anestesia e Terapia intensiva e da quella di Cure palliative, che sottolineano come il testo in  esame, pur dichiarandosi attuativo della sentenza 242/2019 della Consulta, “non ne rispetta il dettato sostanziale e si allontana dalle esperienze maturate nei contesti di cura”. In effetti la Corte costituzionale non ha mai messo in dubbio il ruolo del Servizio Sanitario Nazionale, richiamandolo esplicitamente in tutte le sue pronunce, compresa l’ultima ordinanza che ha dato la sveglia al Parlamento.

 Sembra comunque resistere una volontà trasversale di arrivare questa volta a una legge dello Stato sul fine vita. Raffele Nevi, portavoce di Forza Italia, annuncia che loro garantiranno “libertà di coscienza” e si dicono “pronti a lavorare per costruire il più ampio consenso possibile”. E anche il dem Alfredo Bazoli non ha “perso le speranze”.

In questo senso potrebbe essere letto il rinvio della presentazione degli emendamenti e il probabile slittamento a dopo l’estate dell’arrivo del testo in aula. Nel frattempo, sono state anche concesse audizioni supplementari in commissione. Il 15 luglio saranno ascoltati per le opposizioni Zagrebelsky e Amato e per la maggioranza Violini ed Esposito, chiamati tutti a valutare se e quanto il disegno di legge si discosti dai criteri fissati dalla Consulta nel 2019. E si cercano punti di mediazione sulle questioni più spinose. Il Pd propone di sostituire il Comitato nazionale di emanazione governativa con Comitati territoriali. Più difficile arrivare a un punto di caduta sull’esclusione del Servizio sanitario nazionale. Un’ipotesi avanzata dai centristi è quella di istituire un Fondo che vada incontro a chi non può permettersi la clinica privata.  

Ma gli ultimi rinvii nell’iter legislativo appena cominciato vengono anche letti come l’anticamera di un nuovo nulla di fatto del Parlamento.  Che non dispiacerebbe a chi, da un lato e dall’altro delle barricate, non ritiene emendabile in nessun modo il disegno di legge della maggioranza. I movimenti ‘pro-vita’ chiedono senza mezzi termini una retromarcia al centrodestra. Toni Brandi, presidente di Pro vita&Famiglia, taglia corto: “Non bisogna retrocedere di un millimetro per non spalancare la strada a una proposta di legge che è un gravissimo passo verso il baratro dell’eutanasia”.

In quest’area sono molti a ritenere perfino le pronunce della Corte costituzionale “un improprio e reiterato intervento” (Domenico Menorello, coordinatore di ‘Ditelo sui tetti’, uno dei network della galassia cattolica ‘pro-vita’). Ancora più critico Massimo Gandolfini, leader del Family Day, che considera “un’assurdità giuridica e sociale trasformare la morte in un diritto e vede la legge come apertura di una pericolosa diga verso l’eutanasia. Quindi  “meglio che i giudici valutino caso per caso, visto che nei paesi che hanno varato una legge ad hoc, le maglie si sono allargate”. E cita il paradosso dell’Olanda dove c’è la morte assistita per ‘vita compiuta’, a 75 anni. O i numeri del Belgio, con 23 casi alla data di entrata in vigore della legge nel 2004 e 3.423 casi venti anni dopo. Insomma, per Gandolfini ‘gutta cavat lepidem’, la legge aprirebbe la strada ai ricorsi in nome dell’uguaglianza dei diritti, come già fatto dalla sentenza del 2019 della Consulta, che “ha aperto una porta che non possiamo chiudere, ma almeno evitiamo di renderla legge universale”.

La porta aperta dalla Consulta invece, non la vogliono certo chiudere le Associazioni agli antipodi come quella di Luca Coscioni, ma hanno in comune tutti l’idea che il disegno di legge entrato in Parlamento è pessimo e inemandabile, “cambia infatti i parametri stabiliti dalla Corte  costituzionale. Serve una legge che rispetti la libertà e i diritti delle persone, non che le neghi”, dice Marco Cappato. E intanto porta avanti la proposta di legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale con oltre 50mila firme raccolte dall’Associazione Luca Coscioni. Contano di depositare il testo in Parlamento entro il 15 luglio. Due giorni dopo, i Pro Vita &Famiglia, al grido di ‘Fermate la legge, non fermate la vita’ terranno una conferenza stampa sulla “deriva eutanasica in Italia”.

Insomma le barricate sono già pronte e puntate contro il Parlamento: per gli oppositori di una parte e dell’altra meglio nessuna legge che questa legge. Ma la Consulta preme e i parlamentari stavolta sembra vogliano provarci.     

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