Le ultime candeline sono state spente. Festeggiati i primi 40 anni dell’approdo dell’Italia in Internet, è già tempo di guardare avanti, verso l’età della maturità. E adesso cosa succede? Sballottata fra le degenerazioni dei Social, le tecnologie quantistiche e la fascinazione dell’intelligenza artificiale generativa a cui ha già ceduto lo scettro di innovazione regina dei nostri tempi, cosa accadrà alla Rete? La domanda ha fatto capolino anche negli eventi organizzati a Pisa, sia dal Consiglio Nazionale delle Ricerche che dall’Università. Oltre al legittimo orgoglio della comunità scientifica pisana per aver dato il la, con l’équipe del Professor Luciano Lenzini, al primo collegamento italiano in Rete, si è tentato di guardare ad un futuro già presente per capire soprattutto come sarà la convivenza tra la Rete e l’IA in un ecosistema digitale unico e in continua evoluzione. Tanto che già è alle porte l’intelligenza artificiale “agentica”, cioè più autonoma rispetto ai prompt e alle tracce dell’uomo.
Internet non è più soltanto un’infrastruttura di comunicazione, ma si configura sempre più come una piattaforma intelligente, pervasiva e distribuita, in grado di integrare capacità di calcolo, elaborazione e interazione con il mondo fisico, aprendo la strada a una nuova generazione di reti.
Andrea Lenzi, Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nel convegno organizzato dal Cnr, delinea i contorni dei nuovi orizzonti: “Internet è diventato il luogo privilegiato in cui la ricerca multidisciplinare si sviluppa. La sfida per i nostri ricercatori e ricercatrici risiede nella capacità di andare oltre l’adozione di nuove tecnologie, e puntare a implementarle, governarle e renderle accessibili”. E, verrebbe di aggiungere, il più possibile trasparenti, aperte ad una possibilità di controllo da parte di quelle istituzioni che rappresentano i cittadini e quindi l’interesse pubblico. Tema emerso nell’intervento del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini: “L’innovazione spesso è controllata da troppo pochi e questa è la domanda che le istituzioni si devono fare e cioè come proseguire nell’innovazione ma migliorando davvero le vite dei cittadini”.
È la questione centrale. Emersa anche nel convegno organizzato dall’Università di Pisa il 13 maggio. L’evento è stato opportunamente articolato su panel che non tralasciavano i necessari approfondimenti sui “secondi 40 anni” di Internet e in generale sull’escalation dell’innovazione tecnologica: dalla conversazione con il Professor Luciano Lenzini incentrata sul tema “Cosa ci insegna la prima connessione a Internet”, al dibattito sulla cittadinanza digitale al tempo dell’IA, fino alla riflessione sulla società contemporanea online, con le sue trasformazioni, le fragilità, le opportunità. Commenta il professor Giuseppe Nastasi, docente al Dipartimento di Civiltà e Forme del sapere dell’Università di Pisa: “Internet ha già cambiato profondamente il modo di vivere, lavorare, studiare e relazionarsi delle persone. Oggi però siamo entrati in una nuova fase, quella dell’intelligenza artificiale generativa e, soprattutto, di quella “agentica”, destinata nei prossimi anni ad avere un impatto ancora più forte sulla vita quotidiana. Gli attuali sistemi di IA generativa si limitano a creare contenuti o fornire risposte, sulla base di una precedente addestramento umano – continua Nastasi -. Mentre i futuri agenti artificiali saranno in grado di agire autonomamente al posto dell’utente. Dall’organizzazione di un viaggio alla prenotazione di un ristorante, fino alla gestione di e mail o controlli automatici sui dati, molte attività quotidiane potranno essere svolte direttamente dagli agenti intelligenti autonomi. Il 2026 – sottolinea Nastasi – viene già indicato come l’anno degli agenti”.
Accanto alle enormi opportunità, però, emergono anche rischi e criticità: l’intelligenza artificiale può produrre errori, “allucinazioni” e contenuti distorti, motivo per cui non ci si può affidare ciecamente alle sue risposte. Il nodo centrale resta quello della responsabilità: “La questione assume connotati decisamente epocali – dice Giuseppe Nastasi – quando l’IA viene utilizzata per prendere decisioni autonome in ambito militare o nei sistemi automatizzati che individuano obiettivi sensibili. In questi casi – afferma Nastasi – la decisione finale deve rimanere sempre sotto il controllo umano perché un’intelligenza artificiale completamente autonoma e senza supervisione è potenzialmente molto pericolosa”.
Dal convegno di Pisa emerge comunque un invito a guardare all’IA con lo stesso approccio avuto in passato verso tutte le grandi innovazioni tecnologiche: “Dal fuoco all’elettricità, fino alle automobili: ogni tecnologia ha portato benefici ma anche rischi. La soluzione – conclude Nastasi – non è fermare il progresso, ma costruire regole e strumenti capaci di limitare i pericoli e sfruttare al meglio le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale”.
Su questo fronte il dibattito è aperto ormai da anni: ben prima dell’avvento dei modelli di intelligenza artificiale generativa, già Internet era al centro di considerazioni sulla nuova era tecnologica. Anche autorevolissime. Era il 24 gennaio del 2014, quando, nel messaggio in occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni, Papa Francesco pronunciò parole di speranza e di fiducia nella tecnologia: “Internet – disse – può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio”.
Ma proprio quello che è ritenuto il padre del World Wide Web, Tim Berners Lee, pochi anni dopo sottolineava, invece, la deriva della Rete. Berners-Lee aveva immaginato il Web come uno spazio aperto, decentralizzato, collaborativo, fondato sulla libera circolazione delle informazioni e sull’autonomia degli utenti. A trent’anni dalla nascita del Web, però, il suo giudizio era diventato molto più severo. Una delle frasi più significative attribuitegli in quel periodo è: “The Web has failed instead of served humanity.” (“Il Web ha fallito invece di servire l’umanità).” Non era una semplice provocazione. Era il riconoscimento di una trasformazione radicale: il Web nato per distribuire conoscenza e potere si era progressivamente concentrato nelle mani di poche grandi piattaforme tecnologiche.
Tra il 2017 e il 2018, anche sulla scia dello scandalo Cambridge Analytica, Berners-Lee iniziò a denunciare apertamente i meccanismi che governavano i social network e l’economia digitale. In diverse interviste parlò del proprio sgomento di fronte all’evoluzione della rete, arrivando a dichiararsi “devastated”, devastato, per ciò che Internet stava diventando. Il bersaglio principale delle sue critiche era la crescente centralizzazione del Web: poche aziende capaci di controllare dati, attenzione, pubblicità e flussi di informazione su scala globale. Nel 2024, in una lettera per il 35° anniversario del Web, Berners-Lee scrive: “Il rapido avanzamento dell’IA ha aggravato le mie preoccupazioni, dimostrando che i problemi del Web non sono isolati ma profondamente intrecciati con le tecnologie emergenti.”
Perché è opportuno ricordare il monito di Tim Berners Lee, mentre iniziano i secondi 40 anni delle Rete e l’avvento dell’era dell’intelligenza artificiale agentica? Perché i padroni degli algoritmi che determinano le profilazioni sulla Rete e di quelli che servono per addestrare i modelli di Large Language Models, sono gli stessi. Pochi colossi digitali emersi dalla fucina di creatività della Silicon Valley e divenuti più potenti degli Stati, controllano l’intero ecosistema digitale: da Internet, ai social, all’intelligenza artificiale.
D’altronde, i grandi modelli linguistici, i motori di raccomandazione e l’intelligenza artificiale generativa funzionano infatti proprio grazie all’enorme quantità di contenuti prodotti collettivamente sul Web. Negli ultimi anni il tema centrale è diventato questo: l’IA rischia di amplificare i problemi già emersi nel Web — centralizzazione, manipolazione, sorveglianza — oppure può diventare uno strumento per restituire potere agli utenti? Il quesito che non ha risposte consolanti, non attenua la straordinaria valenza dell’innovazione tecnologica, che è un certamente fattore di progresso per l’umanità.
Il problema non è soltanto economico o tecnologico., ma umano e politico. Il modello delle piattaforme digitali, fondato sulla raccolta sistematica dei dati personali e sulla massimizzazione del tempo trascorso online, ha prodotto effetti inattesi: polarizzazione, manipolazione algoritmica, dipendenza, disinformazione. Tutto questo, con l’IA generativa diventa ancora più cogente, mentre è ormai alle porte l’era in cui i chatbot saranno in grado autonomamente di pianificare, prendere decisioni, utilizzare strumenti esterni e raggiungere obiettivi specifici secondo proprie linee di condotta.
In attesa che a pronunciarsi – e agire – su queste questioni epocali siano anche gli artefici della politica, soprattutto quelle forze che hanno sempre issato la bandiera del progresso, assumono un forte significato le parole recentemente espresse da Papa Leone XIV, che invita ad un equilibro tra “visionari tecnologici e visionari etici”. Non sarà facile. Ma è indispensabile.
In foto i partecipanti al convegno organizzato dal CNR