Varata la manovra dei “conti in ordine” fra modifiche e fuoco amico

Il prezzo da pagare però sembra salato, crescita bloccata, con il Pil a zero

Stop, fine dei giochi, non c’è più tempo per mettere mano, restano solo le inutili e contingentate dichiarazioni di voto, poi il verdetto: 216 sì, 126 no, tre astenuti. E la manovra 2026 è legge. Sono circa le 14 del 30 dicembre quando l’aula della Camera, in volata nell’ultimo giorno utile, dopo il voto di fiducia della sera precedente e una nottata di seduta fiume per esaminare 239 ordini del giorno, batte il gong finale sulla quarta legge di bilancio del governo Meloni. Ha finito la sua corsa con tre miliardi e mezzo in più di quando era partita, recuperati dalla riprogrammazione delle spese per il Ponte di Messina, stoppato dalla Corte dei Conti. Quindi  è arrivata a un totale di 22,3 miliardi, di cui 7,9 di tagli fiscali e 14,4 di maggiori spese.  

Licenziata il 17 ottobre scorso dal Consiglio dei ministri, la legge di bilancio si è fermata 63 giorni in Senato, bloccata in commissione, con un passaggio lampo in Aula prima di arrivare alla Camera dove è stata solo tre giorni. A parte il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che se l’è studiata, l’ha aggiustata, l’ha coccolata, l’ha stressata per far quadrare i conti, in Parlamento l’hanno sfiorata solo una decina di senatori, poi per due mesi si sono solo passate carte, premendo ritualmente i pulsanti del voto. Un copione già visto anche nei governi precedenti, ma ogni anno la frustrazione dei parlamentari cresce e si alza il volume delle proteste e la fantasia delle trovate per sottolineare lo svuotamento della funzione legislativa. Quest’anno, in commissione Bilancio della Camera, dove la manovra ha transitato un solo giorno, un deputato del Pd, Claudio Mancini, mentre si susseguivano accalorati interventi, ha fatto partire un surreale audio a tutto volume, con la voce indignata della presidente del Consiglio: “La democrazia parlamentare significa che il Parlamento decide, significa che il Parlamento è centrale e, di grazia, posso chiedervi dove è la democrazia parlamentare nel momento in cui il Parlamento non può discutere nemmeno la legge di bilancio che vi segnalo essere la prima prerogativa dei Parlamenti dalla fine delle monarchie assolute. Perché se alla democrazia parlamentare togliete la legge di bilancio vi comunico che non c’è democrazia parlamentare e non c’è nemmeno il Parlamento”. Appunto, ma era il 2019 e Meloni stava all’opposizione.

Stesso refrain anche quest’anno e sempre dall’opposizione: “La nostra democrazia parlamentare sta marcendo, si può chiudere, vendere”, ha detto in aula alla Camera Riccardo Magi (+Europa) agitando il cartello ‘Vendesi’.

Il ministro Giorgetti, pur dichiarandosi sensibile a questo argomento e auspicando per il futuro un ruolo più incisivo delle Camere, ha sempre tirato dritto per la sua strada:  “A me interessa il prodotto finale: crediamo di aver fatto delle cose giuste nell’interesse degli italiani”. Stavolta il percorso è stato più accidentato del previsto, ma non si è scoraggiato  quando il suo stesso partito, la Lega, in Senato, ha minacciato di far saltare il banco sulle pensioni: “E’ la ventinovesima legge di bilancio che faccio e so perfettamente come funziona, ci sono un Parlamento, una commissione e le proposte del governo”. Lui certo sa perfettamente come funziona – il Parlamento a dire il vero c’è ma è come se non ci fosse stato – lui certo conosce bene le intemperanze e gli attacchi delle opposizioni, ma forse non si immaginava che la lunga gestazione della sua ventinovesima legge di bilancio si sarebbe incagliata alla fine del primo passaggio, in commissione al Senato dove è rimasta quasi in sonno per due mesi per poi esplodere qualche giorno prima del passaggio in Aula.

Ma soprattutto non si immaginava il ministro, che gli attacchi più pericolosi sarebbero arrivati dal fuoco amico dei leghisti: “Con un allungamento anche formale dell’età pensionistica noi quell’articolo non lo votiamo”, aveva tuonato in commissione il senatore Claudio Borghi, relatore per il Carroccio, avendo davanti l’incubo non solo che l’odiata legge Fornero restasse in vigore in perfetta salute, ma che venisse inasprita dal suo governo, dal ministro del suo stesso partito. Così, di notte Giorgetti è stato costretto a stralciare gran parte del suo maxi emendamento interamente sostitutivo e rifarne un altro di mediazione. La Lega si è placata, le opposizioni no e hanno buttato benzina sul fuoco invocando le dimissioni del ministro.  Ma qui lui ha sfoderato aplomb e ironia: se penso alle dimissioni? “Sì, tutte le mattine, sarebbe la cosa più bella da fare, per me personalmente”, ha risposto col sorriso.  

Non è bastato però, c’è stato un altro stop nel percorso della manovra, con rientro di corsa in commissione al Senato dopo che in Aula era già stata posta la questione di fiducia. Il governo ha dovuto stralciare altre cinque misure. Stavolta è stata la pressione delle opposizioni e anche  – si dice – un intervento del presidente della Repubblica Mattarella, a sventare quello che il Pd aveva definito “colpo di mano sui salari”, cioè stava per passare uno scudo che esentava le imprese condannate dai giudici a versare gli arretrati ai lavoratori, misura palesemente incostituzionale che la maggioranza riprovava a presentare dopo che già una volta era stata bocciata nel decreto Ilva.

Insomma,  la manovra ha subito scossoni e cambiamenti in questi due mesi, ma sempre e solo sotto la regia del ministro Giorgetti che ha mantenuto dritta la barra sui due obiettivi che tiene fermi dall’inizio del suo mandato: l’ordine dei conti pubblici e i buoni rapporti con la Commissione europea. La ricompensa, visto che il governo è riuscito a restare sotto la soglia del 3%, ormai pare scontata ed è la prossima uscita dalla procedura di infrazione attivata dall’Unione europea per decifit eccessivo. Il prezzo da pagare per tenere i conti in ordine però sembra salato, la crescita è bloccata, con il Pil a zero. Troppa austerità? Giorgetti si risente: “Io la traduco con il termine ‘prudenza’. Con 90 miliardi di interessi sul debito io non posso continuare a ragionare come 4-5 anni fa. E’ finita un’epoca e noi siamo tenuti a maturare una fiducia, una credibilità”. Insomma, “la nostra prudenza non è stagnante e ne beneficeranno i governi a venire”, rassicura.

Quindi, fermi restando i saldi invariati, in corso d’opera sono stati ammessi diversi cambiamenti alla manovra.  Sono rimaste intoccate le misure bandiera, prima fra tutte il taglio dal 35 al 33% della seconda aliquota Irpef, che riguarda la fascia di reddito fra 28mila e 50mila euro. Rimane anche la rottamazione cinque, blindata dalla Lega che però puntava più in alto e non sembra bastarle. E’ consentito solo di diluire i debiti accumulati fino al 2023 in 54 rate bimestrali, con interessi ridotti, ed è destinata solo a contribuenti con pendenze fiscali ordinarie, avvisi bonari, multe, debiti contributivi.

Resta fermo anche il contributo di banche e assicurazioni per circa 11 miliardi nel prossimo triennio, diviso fra aumento di due punti dell’Irap, rinvio delle deduzioni fiscali e acconti sui premi delle polizze.

Le novità e le critiche più consistenti riguardano il capitolo pensioni. Si conferma l’aumento graduale dell’età pensionabile (un mese dal 2027, due dal 2028), la Lega fa buon viso a cattivo gioco e deve accontentarsi nel cuore della notte di incassare un semplice parere favorevole del governo al suo ordine del giorno per non aumentare l’età pensionabile.  “Nel frattempo – fa notare nella stessa notte uno stupefatto deputato del Pd- la stessa Lega si appresta a votare una Legge di Bilancio in cui è previsto che il 96 per cento dei lavoratori andranno in pensione più tardi di tre mesi”.

Ma le novità più rilevanti riguardano la stretta sulle pensioni anticipate: addio, dopo più di venti anni, all’ormai storica ‘Opzione donna’ e via anche ‘quota 103’. Inoltre non si potrà  più cumulare la rendita della previdenza complementare  per raggiungere il requisito minimo necessario all’accesso alla pensione di vecchiaia nel sistema contributivo puro. Non solo, sono state anche tagliate le agevolazioni per chi svolge mansioni usuranti o gravose e per i lavoratori precoci.

Le imprese sono state le maggiori beneficiate dagli ultimi interventi in manovra, con circa 13 miliardi. C’è un aumento degli stanziamenti per il piano Industria 4.0 con un  miliardo e trecento milioni. Ancora, l’iperammortamento viene prorogato fino al 2028 per investimenti in beni prodotti nell’Unione europea. E’ rifinanziata fino al 2028 anche la Zes unica mezzogiorno, con 532,64 milioni di  euro per aziende che hanno già richiesto il credito d’imposta. Le modifiche più consistenti riguardano il fisco: salta la stangata di 2,9miliardi sui dividendi, viene introdotto un credito d’imposta per le imprese energivore, ma raddoppia la Tobin Tax.

Le misure sociali, su famiglia e casa sono un’altra bandiera agitata dalla maggioranza: sale il bonus mamma a 60 euro per le lavoratrici con due figli e Isee fino a 40mila euro. Le imprese poi avranno un esonero contributivo di 24 mesi se assumono donne con tre figli. Si estendono i congedi parentali fino ai 14 anni dei figli.  Ancora: la soglia della franchigia della prima casa ai fini ISEE viene innalzata a 91.500 euro, incrementata di 2.500 euro per ogni figlio convivente successivo al primo.  La franchigia sale fino a 200 mila euro nelle grandi città, favorendo l’accesso a misure come assegno unico, assegno di inclusione e bonus per l’infanzia.  Ma si pensa anche ai padri separati con figli sotto i 21 anni aiutandoli per la casa con una cifra simbolica di 21 milioni di euro. Sulle locazioni brevi che tanto polverone avevano sollevato nella stessa maggioranza, la cedolare secca è confermata al  21% sul primo appartamento, al 26% sul secondo ma dal terzo è obbligatorio aprire la partita Iva. Restano poi in vigore gli incentivi edilizi ordinari, ma con sole due aliquote: 50% per la prima casa e 36% per le altre.

Una delle misure di cui va più fiero il ministro sono quelle fiscali relative ai contratti: è prevista una flat tax al 5% sugli aumenti per i redditi fino a 33mila euro e i premi di produttività vengono tassati solo dell’1%: “Siamo intervenuti su questioni che sembravano quasi impossibili. La tassazione solo al 5% degli  aumenti contrattuali era qualcosa che veniva chiesto da sempre dai sindacati e l’abbiamo fatto per i lavoratori dipendenti con redditi più bassi. Anche la tassazione all’1% dei salari di produttività credo sia sintomatica della direzione verso cui si deve andare”.

Ci sono poi tutta una serie di microaumenti fiscali: le sigarette, una nuova tassa di due euro sui pacchi extra-Ue sotto i 150 euro e le accise, altro tasto dolente nel mirino delle opposizioni che continuano a rilanciare il video in cui Giorgia Meloni, dall’opposizione si scatenava contro questa tassa. Vengono poi tagliati i finanziamenti per metropolitane Roma Milano Napoli.

La questione della riserva aurea di Bankitalia è un altro punto delicato della manovra che aveva scatenato molte polemiche: dopo i rilievi della Banca centrale europea, il Governo ha riscritto la norma specificando che le riserve auree “appartengono al Popolo Italiano”, ma sono “gestite e detenute dalla Banca d’Italia nel rispetto dei Trattati europei”.

Scuola e sanità, altri due capitoli contestatissimi dall’opposizione. C’è il bonus libri per gli istituti superiori con un contributo comunale per le famiglie con Isee non superiore ai 30mila euro. Per le famiglie che scelgono la scuola paritaria viene invece introdotto un bonus fino a 1.500 euro per studente con Isee fino a 30mila euro. Le paritarie potranno anche essere esentate dall’Imu, misure queste ultime intollerabili per le opposizioni che denunciano l’abbandono della scuola pubblica a favore della privata. In compenso per tutti i neo-diplomati arriva la nuova Carta per l’acquisto di materiali e prodotti culturali. Una delle vituperate ‘mancette’ di cui, secondo i più critici, è cosparsa la manovra e che non non cambiano la condizione dei cittadini.

La sanità è stato uno dei maggiori terreno di scontro: in manovra è previsto  un  aumento del fondo per il servizio sanitario nazionaledi circa 2,4 miliardi nel 2026, che si sommano ai 4,2 miliardi già previsti nella manovra 2025 e portano il totale dei fondi destinati alla sanità pubblica a 143,1 miliardi contro i 136,5 miliardi del 2025. Restano anche le assunzioni per mille medici dirigenti e seimila professionisti sanitari. Troppo poco, “un italiano su dieci rinuncia a curarsi: è la carne viva delle disuguaglianze che sono aumentate e su cui questa manovra non interviene”, denuncia la leader di Pd Elly Schlein ricordando che gli stanziamenti vanno sempre valutati in rapporto al Pil.  Anche Giuseppe Conte, dai banchi dei 5Stelle, accusa: “Non c’è nulla di nulla nella sanità, si aspetta anche un anno per una Tac, si cura con molta attenzione il servizio sanitario privato, non c’è un piano sanitario, come pure non c’è un piano sulla sicurezza, non c’è un piano sulla scuola, sull’istruzione. Nulla di nulla. Solo grandi investimenti per le armi, per i carri armati, per i missili, 800 miliardi in Europa per riarmare la Germania”, dice nel suo intervento in aula toccando il tema che più gli sta a cuore.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni commenta via social:  la legge di bilancio “è seria e responsabile, costruita in un contesto complesso, che concentra le limitate risorse a disposizione su alcune priorità fondamentali: famiglie, lavoro, imprese e sanità“. Ma è stato un percorso travagliato anche per lei che ha dovuto fare da paciera alla sua maggioranza rissosa. 

La sintesi più cruda di questi mesi , con la manovra che ballava passando sopra le teste dei parlamentari, l’ha fatta la  deputata del Pd Cecilia Guerra: “Il passaggio alla Camera è stato una farsa, al Senato una tragedia: non c’è stata alcuna possibilità di intervenire su nulla e neppure lì abbiamo visto chiarire la confusione interna alla maggioranza, mentre i temi veri sono rimasti fuori”.

Total
0
Condivisioni
Prec.
E’ scomparso Aldo Tassone, fondatore del Festival del cinema francese

E’ scomparso Aldo Tassone, fondatore del Festival del cinema francese

Autore di numerosi saggi e instancabile animatore di convegni e incontri

Succ.
Dal business del benessere ai digital companion: connessi ma soli

Dal business del benessere ai digital companion: connessi ma soli

Quando le soluzioni alla solitudine finiscono per amplificarla

You May Also Like
Total
0
Condividi