Ucraina: nella “notte dei miracoli” l’Europa è rimasta unita

Il nulla osta per un prestito a Kiev di 90 miliardi finanziati dal debito comune europeo.

La ‘notte dei miracoli’, così l’avrebbe definita Lucio Dalla. Sembrava impossibile nella due giorni del Consiglio europeo arrivare ad un voto unanime sul sostegno finanziario all’Ucraina ma, alle 3 di notte del 18 dicembre, da Bruxelles arriva un inaspettato nulla osta per un prestito di 90 miliardi finanziati dal debito comune europeo. Si rompe ancora una volta il tabù degli eurobond dopo il Next Generation Eu che aveva messo in campo 800 miliardi per affrontare la crisi del Covid. Proporzioni ben diverse ma stavolta la posta in gioco è non meno essenziale: si tratta di un indebitamento per sostenere un paese extra Ue assediato dalla Russia e considerato una frontiera essenziale per L’Europa. Ma quei pur scarsi 90 miliardi, che copriranno malamente per i prossimi due anni le esigenze finanziarie di Kjev, hanno soprattutto un enorme valore simbolico per la Ue, lacerata all’interno da forze sovraniste e centrifughe e, all’esterno minacciata da due autocrati imperialisti, uno dei quali, l’americano, ha anche chiuso tutti i cordoni della borsa, lasciando il vecchio continente in alto mare a navigare nella tempesta. Ecco, nella ‘notte dei miracoli’, Bruxelles ha dimostrato di riuscire a tenere il timone restando unita e in grado di sostenere Kiev anche da sola.

Lo hanno definito un vertice esistenziale, di sopravvivenza. La stessa Ursula Von der Leyen, alla vigilia del Consiglio Ue, aveva lanciato un accorato appello: “Noi europei dobbiamo difenderci e contare su noi stessi, non possiamo permetterci di lasciare che le visioni del mondo degli altri ci definiscano”. Aggiungendo, più pragmaticamente, che nessuno avrebbe lasciato la sede del Consiglio europeo senza un accordo sugli aiuti a Kjev.  Più esplicito ancora è stato, arrivando al summit, il premier polacco Donal Tusk: “O soldi oggi o sangue domani. E non parlo solo dell’Ucraina, parlo dell’Europa”.

Ma, nonostante la solennità delle affermazioni e la gravità del momento, non sembrava alle viste alcun accordo e si apparecchiavano frenetici bilaterali di tutti con tutti e contro tutti, sparigliando le consuete alleanze, i sovranisti con il Belgio, la Francia in bilico che flirta con l’Italia, la Germania e i paesi nordici più accaniti che mai contro Mosca.  Prima di cena sul tavolo c’erano soprattutto i 185 miliardi di asset russi bloccati nel 2022 con il primo pacchetto di sanzioni a Mosca e custoditi dalla società belga Euroclear. La grande maggioranza dei paesi europei, con capofila i nordici, la Germania e la stessa Commissione, voleva pescare su quegli asset, considerandola l’unica opzione possibile per rimettere in riga la Russia.  Ma non era una soluzione così abbordabile, stando ai limiti di un colpo di mano fuori dalla legalità internazionale: quelle riserve furono ‘congelate’ su suggerimento di Draghi ma restavano di proprietà di Mosca. E Putin aveva garantito ritorsioni sia legali che materiali, minacciando a sua volta le riserve europee in Russia e le aziende, soprattutto francesi e italiane, che hanno ancora interessi all’ombra del Cremlino.

Tassativamente contro questa opzione, ma anche contro qualunque ipotesi di sostegno finanziario a Kiev si erano schierati Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, spalleggiate stavolta dal Belgio, l’osso più duro da convincere essendo il Paese a più alto rischio di conseguenze da pagare. E così il premier Bart De Wever, per liberare gli asset russi, aveva posto condizioni inaccettabili agli altri paesi: garanzie illimitate, oltre i 185 miliardi di Euroclear e per un tempo indefinito. Un modo indiretto di porre una sorta di veto sull’uso degli asset, che ha incoraggiato gli indecisi ad affiancare il Belgio. Giorgia Meloni, sempre in bilico tra le due sponde dell’Atlantico e senza esporsi troppo, aveva già espresso tutte le sue perplessità in Parlamento, durante le comunicazioni prima del Consiglio europeo, pur ribadendo il suo fermo sostegno all’Ucraina: “Abbiamo il dovere di cercare la soluzione più efficace per preservare l’equilibrio tra la fornitura di un’assistenza concreta all’Ucraina da un lato, e il rispetto dei principi di legalità, sostenibilità e stabilità finanziaria e monetaria, dall’altro”.

La scelta di attingere a quei 185 miliardi dunque, pur essendo maggioritaria a Bruxelles, restava in bilico per i troppi distinguo. Una settimana prima la Ue, anche col consenso italiano,  aveva imposto per regolamento che gli asset russi venissero immobilizzati finché Mosca non avesse ripagato i danni di guerra a Kiev.  Ursula Von der Leyen aveva anche superato la questione dell’unanimità del voto ricorrendo ad una procedura di emergenza. Ma restavano in piedi i malumori e si cominciava a remare contro, considerando le minacce russe e le pressioni americane sui singoli Stati perché affondassero il piano. E’ assai probabile che anche l’amica Meloni sia stata richiamata all’ordine da Trump, tanto che lei, mentre da una parte firmava per il blocco degli asset, dall’altra precisava, con Malta e Bulgaria che questo “non pregiudica la decisione finale in Consiglio” e con il Belgio invitava ad esplorare “opzioni alternative”.

Aveva la faccia stanca alla Camera la presidente del Consiglio, e il tono severo di chi teme di non riuscire stavolta a mantenersi in equilibrio, ma stava già lavorando sotto traccia, è arrivata fra le prime a Bruxelles per incontrare il cancelliere tedesco Friedrich Merz e convincerlo a mollare l’ipotesi degli asset e a rompere il tabù del debito. Poi Meloni ha visto in anteprima anche il presidente francese Emmanuel Macron creando una inaspettata intesa per scongiurare i danni che entrambi i paesi avrebbero avuto se si fossero toccati quei fondi russi. Francia e Italia peraltro, avevano già lavorato insieme facendo rinviare per l’ennesima volta l’accordo commerciale con i paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay) in attesa di ulteriori garanzie, sulla spinta dei loro agricoltori che stavano mettendo a ferro e fuoco Bruxelles.

Così brigavano Meloni e i leader anti-asset, ma non sarebbero bastati bilaterali, caminetti, siparietti, se non ci fosse stato il passo indietro dell’ungherese Viktor Orban con i suoi sodali, lo slovacco Robert Fico e il ceco  Andrej Babis che, a sorpresa, per superare lo scoglio dell’unanimità, hanno dato il nulla osta sul piano B, quello del ricorso ai 90 miliardi di debito comune. Alle loro condizioni però, di non partecipare al finanziamento per Kjev, condizione accordata dagli altri forzando ancora una volta le procedure:  “Saliamo sul treno senza pagare il biglietto”, ha sintetizzato Orban, aggiungendo sprezzante su quei 90 miliardi: “Sembra un prestito ma l’Ucraina non sarà mai in grado di pagarlo, quindi è denaro perso”.

La trovata orbaniana ha sbloccato quindi la situazione incontrando il plauso dell’irriducibile Belgio e dell’inedita alleanza Francia e Italia. Dopo il passo avanti di Orban c’è stato il passo indietro del tedesco Merz che, insieme con Ursula Von Der Leyen, è il vero sconfitto di questa importante partita.  Ma ha fatto buon viso a cattivo gioco sottolineando che i beni russi congelati rimarranno bloccati fino a quando la Russia non avrà pagato i risarcimenti all’Ucraina. E, se non lo farà, l’Ue si dice pronta a ricorrere a quegli stessi asset per rimborsare il prestito. Difficile da credere un risarcimento russo a Kiev, intanto a garanzia dei 90 miliardi resta il bilancio Ue.

Su tutto ha giocato poi anche la spada di Damocle sul negoziato per la pace che, con l’opzione degli asset russi, sarebbe precipitato rinfocolando la guerra ed esponendo ancora di più l’Europa alle ritorsioni di Putin. Non a caso alla fine tutti sono contenti, come ha detto il belga Bart de Wever, esultando alla fine del Consiglio europeo: “Oggi tutti possono uscire da questa riunione vittoriosi”.

Anche Trump e Putin più che soddisfatti. Il leader russo, nella sua conferenza stampa di fine anno, sarcasticamente ha sintetizzato così la cruciale partita che si è giocata a Bruxelles: “La rapina degli asset russi non è riuscita e le conseguenze potevano essere davvero dure per i rapinatori”. E comunque, “qualunque cosa facciano, un giorno dovranno restituirli”.

Il risultato portato a casa dall’Europa a molti è sembrato poca cosa ma, come ha detto lo stesso Merz, si è trovata “una soluzione molto pragmatica e valida”. E “il summit- ha aggiunto – è stato un grande successo nel quale l’Europa ha dato dimostrazione della propria sovranità”. Se lo dice il principale sconfitto, Meloni sarà felice di essere stata fra i protagonisti di questo successo, anche se mantiene un tono istituzionale nel commento: “Ha prevalso il buon senso, con una soluzione solida sul piano giuridico e finanziario”. Ma soprattutto è soddisfatta, anche se non lo potrà mai dire, di aver placato la spina nel fianco del governo, il suo vice Matteo Salvini, che sta alzando il tiro a favore della Russia. La resa dei conti sarà il decreto armi che è stato rinviato ma scade il 29 dicembre e dovrà essere per forza votato entro quella data. Intanto si lavora con il lessico. Nella mozione di maggioranza e nel discorso della presidente del Consiglio in Parlamento non è mai comparsa la parola ‘armi’, ma un nuovo termine salvifico e omnicomprensivo, il sostegno ‘multidimensionale’ all’Ucraina. Salvini si accontenterà, come sempre ha fatto, riallineandosi alla maggioranza.

Anche Macron ha i suoi problemi interni e ha mantenuto un ruolo più defilato in questo importante Consiglio europeo. Alla fine si è unito al coro dei soddisfatti, spingendosi oltre: “Dovremo trovare anche modi e mezzi affinché gli europei possano riprendere un dialogo approfondito con la Russia, in totale trasparenza”. E soddisfatto sembra essere perfino Zelenski confidando che “la decisione senza precedenti presa dal Consiglio europeo avrà un impatto anche sui negoziati di pace”. Non solo:  “Contiamo di utilizzare tutti i 210 miliardi di asset russi” – dice – perché quei 90 miliardi “saranno rimborsati dall’Ucraina solo se la Russia pagherà le riparazioni. Si tratta quindi di una vittoria importante, tangibile e significativa, non solo dal punto di vista finanziario”.  

Intanto la guerra continua, siamo al giorno 1.395. E continuano anche i negoziati che, per questo week end, si sono spostati a Miami, ma non promettono ancora niente di buono. Resta lo scoglio dei territori e sembra invincibile l’ostinazione russa a non voler concedere niente.

L’Europa ora potrebbe entrare in gioco, ha dato prova di esserci, ha mosso un passo importante, ha battuto un colpo, dimostrando all’America di Trump, come esortava Anna Foa, di  “essere vecchia ma non ancora morta”.

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