Istruzione, poca spesa e pochi risultati

Il nostro Paese investe il 3,9% del Pil contro la media europea del 4,7%

I dati Istat sulla povertà in Italia confermano l’esistenza di una correlazione già nota,ovvero che la condizione economica delle famiglie tende a peggiorare al diminuire del titolo di studio. Sul tema, Open Polis ha svolto un’ interessante ricerca, il cui risultato è piuttosto inquietante: l’Italia è al terz’ultimo posto fra i Paesi Europei per spese sull’istruzione rispetto al Pil. 

Per comprendere quali conseguenze questo possa avere sul sistema Paese, ricordiamo che a trovarsi in povertà in Italia è il 12,3% delle famiglie con figli, gruppo che contiene un sottogruppo di oltre il 20% tra i nuclei con almeno 3 minori a carico. Su questo, si innesta il rapporto fra condizione economica delle famiglie e titolo di studio della persona di riferimento. In generale, con eccezioni tuttavia sempre più vistose in particolare riguardo alle cosiddette “professioni intellettuali”, a un basso livello di istruzione si accompagna la minore possibilità di accesso alle migliori retribuzioni. In altre parole, meno istruzione, più fragilità economica. E c’è di più: secondo le analisi del sito, il divario socio economico descritto è anche ereditario, nel senso che si tramanda da una generazione all’altra, almeno come tendenza. Del resto, se vogliamo, il meccanismo è elementare: fare studiare i figli è sempre più una spesa insostenibile per molte famiglie, in particolare se ci si avvicina ai gradi più alti dell’istruzione. Con buona pace dei principi sanciti dalla nostra Costituzione repubblicana. Interventi da parte dello Stato sono quindi necessari, almeno per colmare un divario educativo che comincia a pesare già alle scuole medie e che si presenta come sempre più difficilmente recuperabile. Si lamenta spesso che per le scuole non ci sono soldi. In realtà i soldi mancano soprattutto o forse del tutto solo per la scuola pubblica, visto i bonus che da un governo all’altro vengono concessiall’istruzione privata. Proprio quella più escludente rispetto alle fasce fragili della popolazione.

Ma quanto investe lo Stato italiano per la spesa in istruzione? Il 3 ,9% è la quota di spesa pubblica destinata all’istruzione rispetto al Pil nel 2023 in base ai dati Eurostat, come si legge nella ricerca di Open Polis; un valore che rappresenta una quantità non una qualità, ma che tuttavia è indicativo rispetto alla scelta delle priorità di un Paese.

Il meccanismo conduce quindi a una conclusione: se l’accesso all’istruzione diventa una tappa fondamentale per aumentare le proprie chances di una vita non costretta dal disagio economico con tutti gli annessi e connessi che questo status comporta, l’antidoto è (sarebbe) l’offerta da parte pubblica di istruzione di qualità per tutti. Quindi, per combattere la povertà, il primo passo sarebbe promuovere l’istruzione sia sotto il profilo della quantità (tutte-tutti ovvero universale) , sia della qualità. E l’investimento in termini di risorse finanziarie che compie uno Stato nel settore indica la scala di priorità di quello stesso Stato.

Se questo è vero, avviciniamoci ai numeri. Nel 2023 (fonte Open Polis) la spesa pubblica italiana per l’istruzione è stata di circa 83,7 miliardi di euro (Eurostat 2023). Un buon dato, da momento che si colloca al terzo posto rispetto alla classifica interna all’UE. Prima dell’Italia ci sono la Germania con 187,3 miliardi e la Francia con 141,6 miliardi. Ma prima di gridare evviva, dobbiamo ricordare, come suggerisce la ricerca di Open Polis, di calcolare le differenze fra i Paesi europei dovute, ad esempio, alla grandezza della popolazione e alla “capacità di spesa che ogni stato può mettere in campo”.

Come si fa dunque a calcolare correttamente? Si prende un indicatore che, nel caso in esame, ” è l’analisi della percentuale di spesa in istruzione rispetto al Pil (prodotto interno lordo) di ogni paese”. Così, gli investimenti italiani prendono tutta un’altra consistenza: utilizzando questo strumento, emerge che il nostro Paese nel 2023 “ha investito in istruzione una quota pari al 3,9% del proprio Pil”, il che ci colloca al terz’ultimo posto della classifica europea, che vede una media del 4,7%. Dopo l’Italia, Romania  col 3,4% e Irlanda col 2,8%. Fra i primi della classe, Svezia col 7,3%, Belgio, Finlandia ed Estonia col 6,3%.

Tuttavia, rimane pur sempre valida l’osservazione che l’istruzione non è riducibile alla sola quantità di risorse che uno Stato vi impiega, ma anche dalla capacità del sistema di impiegare in modo funzionale le risorse stesse, in modo da trasformarle in qualità dell’offerta educativa. Lo strumento per saggiare la qualità del livello di istruzione delle scuole italiane è, pur con tutti i suoi limiti, la prova Invalsi. Il report del 2024-2025 fa emergere alcune criticità interessanti del sistema italiano.

In primo luogo, emergono ancora forti disparità territoriali nei livelli di apprendimento tra sud e centro-nord; in secondo luogo, le disparità di apprendimento appaiono fin dalla scuola primaria e tendono a diventare sempre più profonde nei cicli successivi, tenendo conto anche delle situazioni sociali di riferimento degli alunni, fra cui, ad esempio, l’origine da paesi stranieri. Ma ecco i dati dello studio di Open Polis: “A livello nazionale, si riscontra che le percentuali di studenti che raggiungono un risultato adeguato rispetto ai traguardi di apprendimento alla fine del primo ciclo di istruzione (almeno livello 3 per italiano e matematica, livello A2 per inglese) sono: 58,6% in italiano, 55,7% in matematica, 82,8% in reading e 69,7% in listening. Italiano e, ancor più, matematica hanno mostrato una fase di sostanziale stabilità dal 2021”. Se questi sono i dati del primo ciclo di istruzione (asilo ed elementari), il risultato delle medie è ancora peggiore: in terza media, la percentuale di studenti che non possiede competenze linguistiche adeguate in italiano è pari al 41,4% (nel 2025).

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