Criptovalute, il caso Worldcoin: quando il valore cresce “sulla carta”

Dai titoli gonfiati al modello Altman che trasforma l’iride in moneta digitale

Negli ultimi anni si è visto più volte come le criptovalute possano essere usate non solo come strumento di pagamento o investimento, ma anche come leva di pura speculazione. Aziende che non hanno nulla a che fare con il mondo digitale annunciano improvvisamente acquisizioni o investimenti in token crypto, e in poche ore il valore delle loro azioni esplode. È successo con Long Island Iced Tea, che nel 2017 si trasformò in Long Blockchain Corp. e vide il proprio titolo schizzare senza un reale cambiamento di business. È successo con MicroStrategy, che ha puntato miliardi sul Bitcoin trasformandosi in una sorta di fondo speculativo. È successo persino con Tesla, capace di muovere l’intero mercato crypto semplicemente con un tweet del suo fondatore Elon Musk.

A questa lista si aggiunge ora Eightco Holdings, un produttore giapponese di imballaggi, che ha annunciato l’acquisto di token Worldcoin e ha visto le proprie azioni crescere del 3.000% in un solo giorno. Non è l’innovazione industriale a spiegare questo boom, ma l’effetto annuncio: il mercato ha reagito come se bastasse pronunciare la parola “crypto” per moltiplicare il valore di un titolo. Un fenomeno che ricorda la bolla dei derivati del 2008: allora erano i mutui subprime a gonfiare artificialmente i bilanci, oggi sono token digitali e operazioni di facciata a generare lo stesso effetto.

Dietro a questo ultimo caso si nasconde il progetto Worldcoin, ideato da Sam Altman, CEO di OpenAI. L’idea è tanto ambiziosa quanto controversa: creare un sistema di identità digitale universale, il World ID, capace di distinguere esseri umani e bot in un mondo dominato dall’intelligenza artificiale. Per ottenerlo, l’utente deve sottoporsi a una scansione dell’iride tramite un dispositivo chiamato Orb. Questa scansione genera un’identità unica e non duplicabile. In cambio, l’utente riceve dei token Worldcoin (WLD), che possono essere scambiati sul mercato come qualunque altra criptovaluta.

Il modello di business di Worldcoin si regge su due pilastri: da un lato la costruzione di una rete globale di identità digitali certificate, che in futuro potrebbero essere utilizzate per accedere a servizi online, ricevere pagamenti o distinguersi dai bot; dall’altro la creazione e diffusione della propria criptovaluta, che alimenta il sistema e, se accettata su larga scala, potrebbe diventare un mezzo di scambio universale. In pratica, l’azienda non paga in denaro vero per raccogliere i dati biometrici, ma distribuisce token creati dal protocollo stesso. Se questi token acquistano valore grazie alla domanda di mercato, Worldcoin si ritrova con milioni di utenti registrati e con una moneta che diventa preziosa quasi senza costi.

Ed è qui che arrivano le critiche principali. La prima riguarda la raccolta e gestione di dati biometrici altamente sensibili come l’iride: informazioni uniche, permanenti e impossibili da cambiare, che finiscono nelle mani di un’entità privata. La seconda riguarda il fatto che gli utenti non vengono nemmeno ripagati in valuta reale, ma con token dal valore incerto e soggetti a fortissima volatilità. Per molti osservatori si tratta di un’operazione spregiudicata: convincere milioni di persone a consegnare un dato sensibile in cambio di moneta virtuale che potrebbe valere tanto, ma anche nulla.

Non a caso diversi Paesi hanno già preso provvedimenti: in Spagna è stata ordinata la sospensione e la cancellazione dei dati raccolti; in Portogallo è arrivato uno stop temporaneo; in Germania le autorità hanno imposto modifiche sostanziali; in Kenya un tribunale ha ordinato la cancellazione dei dati biometrici; a Hong Kong la raccolta è stata vietata del tutto. Anche in Italia il Garante per la Privacy ha avvertito che il sistema, nelle modalità attuali, violerebbe il GDPR.

Parallelamente, il successo delle criptovalute come asset speculativi continua a creare problemi più ampi: mercati finanziari vulnerabili a oscillazioni improvvise, risparmiatori esposti a rischi enormi e aziende che legano il proprio destino a monete digitali instabili. Se da un lato si parla di innovazione e futuro digitale, dall’altro si corre il rischio che tutto si traduca in una nuova bolla, con valori gonfiati “sulla carta” e fondamenta fragili.

In sintesi, due dinamiche diverse ma complementari si intrecciano: da una parte Worldcoin, con il suo modello che trasforma i dati biometrici in criptovaluta, sollevando dubbi etici e giuridici; dall’altra le aziende che cavalcano l’onda crypto per far impennare i propri titoli, replicando vecchi schemi speculativi. Il risultato è un panorama finanziario affascinante ma instabile, in cui la linea di confine tra visione e inganno rimane sottilissima.

In foto: Sam Altman

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