Ci fu un periodo, in Italia, che l’assalto portato allo Stato fu un vero e proprio comporsi di vari episodi costruiti con intelligenza e struttura bellica, da guerra civile in atto, che non solo dall’esterno, ma anche dall’interno dell’entità statale vide giungere aiuti ben calibrati e connivenze indicibili e ancora non del tutto svelate. Il Paese pagò in termini di sangue e tensioni che influenzarono l’andamento politico e la storia dell’Italia. Fu nella terribile immagine di Dario Capolicchio, lo studente genovese che divampò come una torcia nella sua casa di studente, o nel massacro della famiglia Nencioni, o nel salto di sessanta metri dell’auto di Falcone spinta da una carica di tritolo che incredibilmente era riuscita a transitare sul territorio patrio senza che nessuno se ne fosse accorto, o nella strage annunciata di via D’Amelio, negli attentati alle chiese romane, nella strage di via Palestro a Milano il 27 luglio 1993 dove 5 persone persero la vita, che lo Stato sembrò vacillare e cedere all’assalto. Da poco emerso vincitore dall’attacco del terrorismo che aveva prodotto, due per tutte, le stragi dell’Italicus e di Bologna, sembrò che questa volta lo Stato scricchiolasse sinistramente. Ma non fu così. O almeno, non del tutto. Perché una delle domande che aleggia senza risposta nel libro prezioso di Luca Tescaroli, presentato mercoledì 23 giugno nella sala della Presidenza della Regione Toscana, è questa: perché finì la stagione stragista? Perché Cosa Nostra, che pure in quello scorcio del 94, aveva ancora uomini e mezzi, cambiò strategia? Chi decise davvero?
Intanto, esauritosi l’attacco del terrorismo, fu come se il testimone (e spesso i nomi degli uomini di una ben precisa filiera dell’eversione, quella neofascista, si rincorsero nelle nuove vicende ) fosse passato alle cosche, in particolare, per quanto riguarda il periodo dei grandi attentati di Cosa Nostra. Del resto, la guerra dichiarata dai corleonesi allo Stato diventò presto protagonista della cronaca e della storia giudiziaria. Un periodo, quello 1993-94, che segnò in qualche modo una svolta nella storia repubblicana, tant’è vero che, come ricorda il procuratore capo della Procura di Prato Tescaroli, in quel biennio si condensarono 6 stragi, più un settimo attentato che ebbe una sua fisionomia autonoma, leggermente diversa:
“Tre anni densi, a cominciare dal 1992 fino al 1994, come mai era accaduto in precedenza. – spiega Tescaroli – Prima, si era sì assistito all’esercizio della violenza da parte della criminalità organizzata ma erano stati episodi selettivi, verso obiettivi specifici”. Da Rocco Chinnici, a Rosario Livatino, da Antonio Scopelliti a Ninni Cassarà, via via in uno stringersi di vittime innocenti e spesso giovanissime, senza riguardo per nessuno, da servitori dello Stato ad adolescenti e bambini, la violenza mafiosa colpiva un bersaglio per mandare messaggi, punire, ricattare. Ma ancora non aveva preso a sparare nel mucchio. Anche se un sinistro avvertimento era stato inviato verso il futuro con la famosa e mai completamente chiarita strage di Portella delle Ginestre, alle radici della Repubblica basata sulla Costituzione e sulla lotta partigiana. Senza contare che già nel 1861, il giovane stato italiano aveva dovuto fronteggiare un attacco furente mafioso portato questa volta contro coloro che avevano combattuto per l’unità d’Italia, in particolare i garibaldini: Giuseppe Montalbano ad esempio, medico, già nelle colonne di Garibaldi, o, nel 1863 Giovanni Corrao generale garibaldino. Come se il connubio fra conservazione e repressione delle classi popolari e Cosa nostra fosse già stato stretto, un patto indissolubile che avrebbe orientato la politica nazionale italiana dalla sua prima nascita. Con conseguenze rotolate dentro gli sviluppi della storia fino ai giorni nostri.
Se è vero che le radici sono antiche, è anche vero che ciò che si giocò in quel biennio di sangue fu particolare e particolarmente pesante. L’attacco organizzato contro lo Stato fu, come sottolinea l’autore, “un elemento distintivo rispetto a quanto era avvenuto nel passato e a ciò che si sarebbe accaduto nel futuro”. Un tratto che dà la misura dell’importanza di questa fase per il ricordo di quella che fu “la massima rappresentazione della pericolosità del crimine organizzato nel nostro ambito europeo”.
Sette attentati in 11 mesi, 10 morti, 95 feriti, sfregiato il patrimonio artistico e religioso nazionale. 32 autori individuati e processati, il 16 gennaio 2023 l’arresto di Matteo Messina Denaro, l’ultimo grande latitante del comando di quel periodo. “In un Paese dove molte stragi sono rimaste un mistero, in uno Stato dove si sono realizzati fenomeni di convivenze accertate, è un grande successo”, dice il procuratore. Un successo che dimostra la forza d reazione dello Stato, tanto più che, ricorda Tescaroli, “l’agire criminale si è intersecato con elementi istituzionali”. Un passaggio questo che si collega immediatamente all’altro, contiguo, passaggio, ovvero le ricadute politiche e le ragioni (politiche) che sembrano manovrare ‘l’andamento della campagna d’attacco delle cosche allo Stato. La campagna stragista al suo esordio, ad esempio, progetta l’attentato a Maurizio Costanzo nel maggio ’93, dopo che la cattura di Riina di gennaio (15 gennaio 1993) segna un punto per lo Stato,due giorni prima dell’insediamento del governo di Carlo Azeglio Ciampi. Una coincidenza? “Gli attentati si verificano durante la permanenza di questo governo, lo indeboliscono, e a valle della campagna stragista, si mette in ponte il disegno dell’attentato più devastante, quello del gennaio 1994 di via dei Gladiatori, che, se verificatosi, avrebbe portato alla morte più di 50 carabinieri, da realizzarsi al termine della partita di serie A Roma-Udinese”. Un attentato che non si realizzò. Perché? L’esplosione non avvenne per un malfunzionamento del telecomando che avrebbe dovuto innescare l’ordigno. Coincidenza diabolica. Siamo alla fine del governo Ciampi, e, a seguito delle dimissioni nelle mani di Scalfaro, il 16 febbraio del 1994, dunque a poche settimane dalla data della partita all’Olimpico in cui si sarebbe dovuto attuare l’attentato dinamitardo, si sciolgono le camere e il governo Ciampi finisce. “Graviano si era incontrato con Spatuzza per dare indicazioni circa la tempistica dell’attentato – ricorda Tescaroli – . se l’attentato fosse stato realizzato, sarebbe avvenuto prima del 16 febbraio. Di fronte a un attacco così devastante per lo Stato, un governo sia pure dimissionario non si sarebbe sciolto, dal momento che non avrebbe potuto lasciare il Paese in un vuoto istituzionale in una circostanza senza precedenti come quella progettata”. Un’altra singolare coincidenza fra quelle che hanno caratterizzato questa vicenda?
Quella delle coincidenze fra storia politica e storia delle stragi di Cosa Nostra è un dato che ha attivato riflessioni e, “a distanza di anni – dice Tescaroli – abbiamo avuto risposte convincenti”. Un rompicapo che partiva dagli obiettivi fisici dell’attacco della mafia siciliana, troppo vasti, troppo disomogenei tra loro: nel mirino, un giornalista televisivo, il patrimonio storico culturale del Paese, le chiese romane (San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) , i carabinieri …. un orizzonte allargato, che bisognava ricomporre nella strategia di Cosa Nostra.
Tescaroli, che si è occupato in prima persona delle indagini sulla strage di Capaci insieme al collega Luca Turco e Giuseppe Creazzo, spiega: “Quel governo (il governo Ciampi, ndr) fu rivoluzionario, nel senso che cambiava le basi democratiche su ci si basava dal dopoguerra, ovvero aveva realizzato di fatto il compromesso storico. Per evitarlo, qualche decennio prima, era stato ucciso Aldo Moro e anche Piersanti Mattarella”. L’obiettivo di evitare la rottura del vecchio principio della conventio ad excludendum contro l’ingresso del Pci nel governo nazionale su cui si era basato il panorama politico italiano dal 1948, era ancora fortemente sentito da Cosa Nostra, sebbene la svolta di Occhetto avesse iniziato la trasformazione del Pci da potente partito-ombra d’opposizione ad attore riformista meno credibile ed attrattivo. Ma all’epoca, probabilmente, il mutamento antropologico e ideologico del Pci era ancora non credibile, e Cosa nostra si mosse alla guerra: 7 stragi, due in Sicilia e 5 nel continente, e un’ottava che per fortuna non andò in porto.
Poi, la campagna stragista cessa. Perché? La domanda aleggia in aria e ancora le risposte non sono precise. “Non certo per l’incapacità di Cosa Nostra di attuare altri attentati – dice Tescaroli – nonostante i fratelli Graviano, i motori delle stragi, fossero stati imprigionati nel gennaio del ’94 a Milano, c’erano fior fiore di leader mafiosi ancora liberi e le grandi confische di armi ed esplosivi non erano ancora avvenute. Tuttavia, l’attacco cessò. Perché? Una domanda che va ad alimentare la riflessione collettiva” . Domenica 27 e lunedì 28 marzo 1994 si tennero le elezioni politiche.
“Senza una verità completa non ci può essere giustizia – dice ancora Tescaroli – la verità deve essere accertata sia in sede giudiziaria che in sede collettiva”.
Una ricerca della verità dunque che comprende i vari fili dell’ordito, come un tessuto prezioso che si forma utilizzando tutti i fili della trama. E in filigrana, un disegno sembrerebbe prendere forma. Nello scorrere del libro, gli atti giudiziari, gli aneddoti che riguardano anche il rapporto di Tescaroli con i magistrati toscani Vigna e Chelazzi, sembra emergere l’importanza di una sorta di peccato originale che percorre la storia del Dopoguerra fino ai giorni nostri: quella sorta di patto che legò lo sbarco in Sicilia a Cosa Nostra, intesa come elemento stabilizzatore capace di assicurare uno sbarco senza troppo dispendio di energie e vite umane all’esercito alleato. Non è un mistero, ricorda l’autore, che in molti comuni siciliani i nuovi podestà-sindaci appoggiati dalle forze alleate fossero uomini di Cosa Nostra.
“I mafiosi furono utilizzati per stabilizzare la situazione: in cambio dell’apporto che loro davano per agevolare lo sbarco, veniva promesso uno stato di comando in seno alle pubbliche amministrazioni. E’ maturato un rapporto in un certo senso istituzionalizzato in funzione anticomunista. Cosa Nostra, nel corso del tempo, ha agito in questa prospettiva ( un dato storico, accertato da sentenze passate in giudicato), da Portella della Ginestra agli attentati nei confronti dei sindacalisti, per esempio Placido Rizzotto)”. Gli attentati rievocati nel volume dunque si inseriscono in quella logica: sarebbe stata “la prima volta della rottura di quell’equilibrio basato su trattative e interscambio che aveva assicurato una funzione stabilizzatrice e che era in pericolo sia a livello nazionale che internazionale, compromettendo quelle alleanze che storicamente nel corso di decenni si erano riconsolidate”. Tirando le fila, conoscere quello che è avvenuto ci aiuta a prendere le distanze da quel periodo, ricordando che niente è per sempre. Un dato di fatto, dice ancora Tescaroli, consente un certo ottimismo: dopo quella stagione, le mafie nel nostro paese hanno cercato di colpire sì uomini delle istituzioni, ma senza ricorrere all’attacco frontale . “Un segno importante che potrebbe anche indurre a pensare che si possano chiudere i conti con quel nostro terribile passato”.
Sono tanti, i fili della trama. Il ruolo della destra eversiva, ad esempio. Se dai dibattimenti è emerso che “il momento genetico del disegno criminoso attuato nel biennio terribile del 1993-94 affonda le sue origini nel 1992, occorre chiedersi come mai Paolo Bellini, appartenente ad Avanguardia Nazionale, di recente condannato con sentenza di primo e secondo grado per aver partecipato alla strage di Bologna del 2 agosto 1980 – scrive Tescaroli nel suo libro – s’incontrava con Antonino Gioè, mentre erano in corso i preparativi della strage di Capaci (alla quale Gioè contribuì attivamente) e perché istillava il proposito di colpire la Torre di Pisa? (….)” . Antonino Gioè morì poi il 29 luglio 1993, in circostanze e modalità mai chairte, ma quali furono le ragioni? Lasciò una lettera in cui si menzionava anche Paolo Bellini, scrivendo che era un infiltrato. Bellini, anche sicario della ‘ndrangheta,” il 12 agosto 1992 incontrava il maresciallo Roberto Tempesta, i giorno seguente a Cutro uccideva Paolo Lagrotteria. Quali i suoi rapporti con esponenti della destra eversiva e gli esponenti dei servizi segreti?”.
Tirando le fila, un libro che risponde a molte, ma accende altrettante, domande. Un libro inquietante, che tuttavia sveglia le coscienze. Perché, come dice Tescaroli, la verità va ricostruita con uno sguardo d’insieme, non frazionandola”.