Gli artisti e l’Hiv-Aids, una mostra sulla storia dimenticata

Al Pecci di Prato, dal prossimo 4 ottobre al 1° marzo 2026

Prato – Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato ospiterà dal prossimo
4 ottobre al marzo 2026, “VIVONO. Arte e Affetti, HIV-AIDS in Italia. 1982-1996″, la prima mostra istituzionale che mette insieme la storia dimenticata delle artiste e degli artisti italiani colpiti dall’HIV-AIDS, a cura di Michele Bertolino.

Un percorso espositivo non solo di opere d’arte, ma anche di poesie, paesaggi sonori e video inseriti, per volontà del suo curatore, come in un puzzle tra interessanti materiali d’archivio e memorie personali per evidenziare nel modo più ampio possibile quei 14 anni che vanno dalla prima segnalazione di AIDS conclamato in Italia all’arrivo delle terapie antiretrovirali al fine di riportare alla memoria la vulnerabilità di quel periodo. Ne parliamo con Stefano Collicelli Cagol, direttore del Centro Pecci dal 2022.

Come nasce, direttore, l’idea di fare una mostra sull’AIDS, la malattia infettiva provocata dal virus dell’HIV che provocò in Italia e non solo, un vero e proprio atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone sieropositive?

“L’idea nasce dal fatto che c’è un vuoto anche nel dibattito contemporaneo su cosa sia esattamente successo in campo artistico tra il 1982 e il 1996. Anni nei quali non esistevano ancora delle cure efficaci e in pochi riuscirono davvero a salvarsi. Nel 2022, Michele Bertolino ha ricevuto dal MIC il finanziamento per una ricerca sui materiali d’archivio delle opere d’arte degli artisti italiani morti di Aids, sparse in tutta Italia.  Una documentazione raccolta tra Torino, Roma, Carrara, Bologna, Palermo, Milano archivi che hanno conservato la memoria di tante persone che avevano realizzato opere e testimonianze in diversi campi creativi.  Una produzione enorme! Seppur malati e poi morti giovani ciò a cui questi artisti dettero vita rappresenta per tutti noi un patrimonio immenso di memorie di un’epoca sofferta che ruotava intorno all’arte come loro mezzo di espressione. E oggi grazie a questa eredità possiamo raccontare un periodo storico che sarebbe difficile da spiegare e per lo stigma, e per il fatto che, essendo artisti morti in giovane età, non ebbero materialmente il tempo di inserirsi e farsi conoscere nei circuiti dell’arte, quelli importanti.”

Vivono”, presenta vari lavori di artiste e artisti Italiani  che si intrecciano con quelli di figure internazionali, la cui presenza in Italia ha lasciato un segno indelebile nella comunità artistica e nella società. Questo perché la mostra vuole offrire uno sguardo sul tema il più possibile internazionale o c’è dell’altro?

” Il curatore Bertolino ha deciso di raccontare  attraverso il ricco materiale d’archivio, quegli anni e dunque il percorso mostra si svilupperà per il visitatore attraverso sale che contemplano non solo le opere d’arte in senso stretto ma anche produzioni filmiche, documentari, scritti. Spazio dunque alla presenza della parola poetica in tutte le sue manifestazioni, oltre gli approfondimenti di alcuni artisti grazie all’allestimento di tre sale monografiche dedicate a Francesco Torrini già presente nella collezione permanente del Centro Pecci con la sua opera testamento, ‘Commemuro’, 1993. 24 elementi per ricordare cosa ha significato per la Toscana e per Firenze il dilagare dell’HIV, e che fu donata al Museo dal padre dell’artista.  Fu io che la volli inserire nella Permanente al Pecci nel 2023 quando venne inaugurata Eccentrica.  Le altre due a Nino Gennaro e Patrizia Vicinelli. Senza dimenticare Corrado Levi, Lovett/Codagnone, Ottavio Mai, Porpora Marcasciano, affiancati da presenze internazionali John Giorno, Hervé Guibert, Gran Fury, Keith Haring; Felix Gonzalez-Torres,David Wojnarowicz e Walter Robinson. Grandi interpreti artistici stranieri che vennero in Italia e che attraverso le loro opere vollero sottolineare quel che stava accadendo nel mondo. Vivide testimonianze che dimostrano come l’Italia in realtà in quegli anni, non era ai margini culturali, ma già in relazione con gli altri paesi del mondo ,pur non essendo quella un’epoca  globalizzata”.

Da “Commemuro a Vivono”. Da un’opera d’arte ad un insieme di opere per raccontare il drammatico vissuto di uomini e donne che vissero in quegli anni la malattia dell’HIV. Un passo avanti verso una forma di consapevolezza su questa verità storico,culturale e politica per certi versi ancora taciuta?

“Direi un atto dovuto perché si riconosca la qualità delle opere di quelle persone che all’epoca della malattia erano cosi attaccate alla vita. Ecco perché la mostra si intitola “Vivono. Arte e affetti”.
Furono gli affetti, ovvero i loro cari, al di là dei legami famigliari, che preservarono spesso le opere di questi artisti consegnandole ai posteri. Vivono ed Arte sono così indissolubilmente legati, un monito a ricordare il potere dell’arte di reagire e continuare a condividere le proprie urgenze. Nulla ferma gli artisti, nemmeno la malattia o la certezza della morte. Ogni artista deve essere sempre lasciato libero di esprimersi. È cosi che prende vita quel processo attraverso il quale si riesce a produrre arte anche quando sembrerebbe impossibile. Inoltre questa mostra è un richiamo a non dimenticare cosa è stato l’HIV e per promuovere l’educazione affettiva e sessuale consapevole nei nostri ragazzi e negli adulti”.

Dunque “Vivono. Arte e Affetti” sarà una mostra per riflettere o per emozionare?

“La cosa bella dell’arte è che mobilita le emozioni e questa mostra farà sicuramente emozionare perché contiene una serie di messaggi anche attualissimi che non solo scalderanno il cuore ai visitatori ma ne toccheranno l’anima per la lucidità delle parole usate: la vita,la morte,l’amore,la paura,il buio,la solitudine. Ma sarà anche spunto di riflessione soprattutto per le nuove generazioni affinché si cautelino quando si confrontano con altri corpi e desideri”.

Come si spiega il ritardo del nostro Paese nella storia dell’arte contemporanea nell’idea di usare l’arte come strumento di sensibilizzazione su questioni in generale e in particolare riguardo il tema dell’AIDS, che invece per esempio in America ha una lunga tradizione di attivismo e anche di rappresentanza nei musei?

“Se ci concentriamo sull’HIV,Paesi come gli Stati Uniti e la Francia ebbero una reazione molto forte da parte della società civile nel reagire contro una politica oscurantista e che stigmatizzava chi veniva colpito dall’HIV. In Italia a parte alcune campagne di sensibilizzazione come quella promossa dall’azienda Benetton, o indicazioni da parte del Ministero della Salute, non ci fu mai una presa d’atto forte,né ci fu un vero e proprio movimento di condanna sul silenzio della polica sull’HIV. Ecco perché nel 2023  ho voluto fortemente che nella collezione Permanente del Pecci fosse inserita l’opera “Commemuro”. Quel tempo chiede memoria”.

Pensa che oggi ci sia ancora uno stigma sull’AIDS o la fragilità a cui la Sars – Covid 2 ha esposto l’intera umanità ci ha reso per certi versi più sensibili, disponibili migliori?

“Ritengo che ci sia ancora abbastanza stigma sull’HIV ma al contempo una maggiore consapevolezza. Ma se penso a U=U, “Undetectable = Untransmittable” (Non rilevabile = Non trasmissibile) un concetto che ha un impatto significativo sulla vita delle persone con HIV, vuol dire che siamo pronti  per lo stigma della malattia e per permettere una migliore qualità di vita a chi ne è  affetto. Un modo naturale per liberarsi finalmente da paure e ansie legate alla trasmissione del virus”.

In foto: Stefano Collicelli Cagol

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