Si chiama “X Combinator”. Niente a che vedere con Terminator o altri cyborg cinematografici. Si tratta, infatti, di una sorta di mentore delle idee che apportino innovazione reale in agricoltura, fino all’approdo del cibo in tavola. Tecnicamente è un incubatore verticale agritech, tra i primi in Italia e con lo sguardo aperto all’intera area del Mediterraneo. Avrà sede a Siena, in una terra che ha tradizioni radicate in fatto di agricoltura. L’obiettivo è far crescere startup capaci di sviluppare soluzioni innovative per il settore agricolo e la filiera agroalimentare. Tecnologia, intelligenza artificiale, creatività imprenditoriale: un mix che, utilizzato in un contesto favorevole come quello dell’area mediterranea, appare ideale come laboratorio strategico per sperimentare soluzioni in grado di risolvere problemi reali con applicazioni innovative.
X Combinator è promosso da Fondazione Monte dei Paschi di Siena, *beeco e Università di Siena, con un intento chiaro: “Incubiamo progetti che innovano dal campo alla tavola. Perché non esiste una vera innovazione food se non si agisce anche sull’agricoltura”.
L’agricoltura europea perde superficie coltivata, invecchia nei suoi operatori e fatica ad attrarre capitali e talenti. Eppure, è il punto di partenza obbligato di qualsiasi trasformazione del sistema alimentare. X Combinator nasce per lavorare esattamente su questo: non sull’innovazione come racconto, ma sulle soluzioni che reggono al confronto con il campo aperto. È appena terminato il tempo per la presentazione delle candidature. Adesso partiranno sei mesi di approfondimenti, test, valutazioni delle startup, fino al Demo Day, il momento di confronto con investitori e corporate, che arriverà a fine 2026.
“Non si tratta di un incubatore generalista – dice Marco Forte direttore generale della Fondazione Mps – ma di uno strumento altamente specializzato, pensato per un settore preciso e per le sue specifiche esigenze. È una sfida importante, certamente complessa, ma proprio per questo capace di generare valore. L’obiettivo è attrarre imprese innovative e sostenerle nello sviluppo. Siena e il bacino mediterraneo rappresentano un ambiente ideale per far crescere nuove iniziative legate all’innovazione agroalimentare”.
Commenta Roberto Di Pietra, Rettore dell’Università di Siena: «Questo progetto congiunto si inserisce perfettamente in una delle missioni delle Università che è quella di contribuire alla diffusione delle conoscenze scientifiche attraverso la creazione di nuovi soggetti nel tessuto delle imprese. Nel settore dell’agroalimentare l’Università di Siena è già presente con vari e importanti progetti che vanno dallo spoke di Agritech al Siena Food Lab”.
Marco D’Angelo è Direttore di X Combinator. Lavora da anni nel punto in cui ricerca, impresa e investimento si incontrano, con un’attenzione costante a portare l’innovazione dal laboratorio al campo. Con lui abbiamo cercato di approfondire la mission specifica di X Combinator e le tematiche più generali per capire le connessioni possibili tra agricoltura e innovazione tecnologica.
Cosa distingue davvero X Combinator dagli altri incubatori italiani dedicati all’agritech?
“Una tesi precisa: non si può innovare il cibo senza innovare l’agricoltura. Molti programmi sostengono progetti food costruiti su materie prime importate e indifferenziate, con sopra una narrazione di sostenibilità. Noi applichiamo una domanda di selezione semplice: se l’agricoltura restasse identica a oggi, quel progetto funzionerebbe comunque? Se la risposta è sì, non è il nostro ambito. Siamo un incubatore verticale sull’agritech, e non un acceleratore alimentare generalista. Se siamo i primi in Italia, preferisco lasciarlo dire a chi ci osserva da fuori”.
Puntate più sulla ricerca universitaria che diventa impresa o su startup già nate che cercano accelerazione?
“Su entrambe, a una condizione: la fase iniziale. Cerchiamo progetti prima dei ricavi, al massimo con i primi pilastri di sperimentazione, non realtà già consolidate. Ci interessano gruppi con almeno una competenza tecnica reale, agronomi, biotecnologi, ingegneri, e la disponibilità a verificare le proprie ipotesi sul campo. Gli spin-off accademici e i dottorandi rientrano in pieno. È un programma costruito attorno alle persone: la startup è il risultato, non il punto di partenza”.
In Toscana esiste già un ecosistema abbastanza maturo per attrarre startup agritech?
“Più che chiederci se l’ecosistema sia già maturo, preferiamo contribuire a costruirlo. La Toscana ha gli elementi che contano davvero: una forte densità di ricerca agroalimentare, atenei attivi, territori vocati e una rete di imprese che porta problemi concreti. La maturità di un ecosistema non si misura nel numero di startup che già esistono, ma nella capacità di trasformare ricerca e bisogni reali in nuove imprese. È esattamente quello su cui lavoriamo”.
Quali sono i criteri tecnici con cui selezionerete i progetti?
“Valutiamo ogni progetto su una serie di dimensioni strutturate: la coerenza con la tesi agritech, la qualità del gruppo, la maturità della tecnologia, il mercato e il bisogno misurabile, il modello di ricavo, la capacità di differenziarsi, la proprietà intellettuale, l’assetto societario. La meccanica del punteggio fa parte del nostro metodo interno. Quello che posso dire pubblicamente è il principale motivo di esclusione: chi costruisce il proprio modello sulla rivendita a terzi dei dati dell’agricoltore, senza che l’agricoltore ne riceva un beneficio diretto, non rientra”.
Avete già identificato filiere agricole prioritarie? Vitivinicolo, olivicolo, cerealicolo, allevamento, gestione idrica?
“Abbiamo scelto di non partire dalle filiere, e c’è una ragione precisa dietro questa scelta. Selezioniamo su tre criticità strutturali che attraversano tutti i comparti: la difesa fitosanitaria attiva, l’adattamento delle varietà e la gestione agronomica capace di anticipare, la riduzione della dipendenza dalla chimica di sintesi con il miglioramento della qualità nutrizionale. Una soluzione che affronta lo stress idrico serve al vigneto come al cerealicolo. Partiamo dai problemi, non dai settori”.
Il Mediterraneo, che viene annunciato come ambito territoriale di interesse del progetto, è area molto vasta e con molte differenze di sviluppo. Il progetto aspira anche a far crescere zone meno evolute?
“Il Mediterraneo è la nostra area di impatto perché condivide gli stessi vincoli: scarsità d’acqua, stress termico, suoli sotto pressione. Una tecnologia pensata per reggere queste condizioni è, per sua natura, applicabile lungo tutta la fascia. Non siamo un’agenzia di cooperazione allo sviluppo e non vogliamo dare quell’impressione. Però una soluzione progettata attorno alla scarsità funziona ovunque la scarsità sia un problema, e proprio nelle aree più fragili il suo valore è più alto”.
Quale tecnologia potrebbe cambiare maggiormente l’agricoltura nei prossimi dieci anni?
“Nel lungo periodo, la leva più profonda è la biologia applicata: microbiologia del suolo e nuove tecniche genomiche. È il passaggio da un’agricoltura che corregge i problemi con la chimica a un’agricoltura che li previene lavorando con i meccanismi naturali della pianta e del terreno. Varietà più resistenti agli stress, suoli capaci di fissare l’azoto, riduzione strutturale degli input di sintesi. Non è la tecnologia più appariscente, ma è quella che cambia le fondamenta”.
Quando parlate di “agritech”, quali tecnologie considerate davvero strategiche oggi?
“Quelle che risolvono un problema economico documentabile, non quelle che fanno notizia. Oggi sono concrete la diagnostica molecolare rapida utilizzabile direttamente in campo, il biocontrollo, la sensoristica per misurare i micronutrienti senza danneggiare il prodotto, il recupero del fosforo dagli scarti, i sistemi di supporto alle decisioni agronomiche. Il filo che le unisce è il passaggio dalla reazione alla prevenzione misurabile”.
L’intelligenza artificiale avrà un ruolo centrale? In quali applicazioni concrete?
“Sì, con un criterio chiaro. In agricoltura l’intelligenza artificiale ha valore quando produce un’indicazione operativa: cosa fare, dove, quando. Uno strumento che lascia all’agricoltore il compito di interpretare i dati al posto suo non è ancora un prodotto. Le applicazioni serie sono il supporto alle decisioni agronomiche, la diagnostica precoce sulle immagini, la gestione del rischio. Quello che non sosteniamo è l’uso dell’AI per estrarre e rivendere i dati di chi coltiva”.
Qual è il problema specifico che avete individuato nel rapporto tra innovazione agricola e mercato?
“Sono due problemi che si sommano. Il primo è il rischio di sostenibilità solo dichiarata: molta innovazione alimentare si appoggia a un’agricoltura tradizionale e poco trasparente, presentandosi come verde. Il secondo è il trasferimento: ottima ricerca che non arriva mai al campo, perché si ferma al prototipo da laboratorio o resta una tecnologia in cerca di un’applicazione. Lavoriamo precisamente in questo spazio, tra la ricerca valida e il mercato che non la incontra”.
Oggi molte startup nascono ma poche sopravvivono: perché questa dovrebbe essere diversa?
“Perché non partiamo dall’idea, ma dalla validazione. Prima di tutto verifichiamo se attorno al progetto si può costruire una tesi solida, poi la mettiamo alla prova sul campo con clienti reali, non con presentazioni. Una startup che entra con un prototipo testato in condizioni vere e ne esce con i primi ricavi e i primi utenti ha tutt’altra probabilità di sopravvivere rispetto a una che ha accumulato slide. Non possiamo garantire il successo a nessuno, ma possiamo ridurre il numero di errori evitabili”.
C’è il rischio che “agritech” diventi solo una parola di moda?
“Il rischio esiste, ed è concreto. La parola di moda si riconosce subito: la tecnologia c’è, ma manca il problema economico reale che dovrebbe risolvere. La differenza tra innovazione vera e tendenza passeggera sta tutta lì, nella presenza di una perdita o di un bisogno misurabile a monte. Il nostro modo di tenere fuori la moda è proprio questo: chiediamo i numeri prima della narrazione”.
Come pensate di coinvolgere piccoli produttori, che spesso hanno meno capacità di investimento?
“Il valore di una tecnologia in campo si misura nel tempo che fa risparmiare e nelle decisioni che semplifica, non nelle funzioni che aggiunge. È questo che la rende accessibile anche a chi ha meno capacità di spesa: una soluzione chiara e semplice da usare si ripaga in fretta. Cerchiamo tecnologie a impatto ampio e di adozione facile, pensate anche per chi non ha una struttura aziendale complessa alle spalle”.
Quali errori avete visto fare più spesso alle startup agricole innovative?
“Tre, soprattutto. Partire dalla tecnologia disponibile e cercarle un’applicazione, invece di partire da un problema con un costo reale. Costruire strumenti che chiedono all’agricoltore di interpretare i dati invece di dargli un’indicazione pronta. E sviluppare dispositivi che non hanno mai lasciato il laboratorio, mai messi alla prova di polvere, umidità, sbalzi di temperatura, connettività scarsa. Sono errori comprensibili in fase iniziale, ed è anche per correggerli che esiste un programma come il nostro”.
L’agricoltura del futuro sarà più automatizzata o più “di precisione”?
“È una distinzione meno netta di quanto sembri. Automazione e precisione sono strumenti, non l’obiettivo. L’agricoltura che funziona è quella che sa indicare all’operatore cosa fare in modo chiaro, riducendo la complessità della decisione. A quel risultato si può arrivare automatizzando, lavorando di precisione, o combinando le due cose. Inseguire l’una o l’altra come bandiera è il modo più sicuro per costruire l’ennesimo cruscotto digitale che poi nessuno utilizza”.
Quanto è difficile oggi in Italia trasferire innovazione dai laboratori al mercato?
“Difficile, e il nodo non è scientifico ma di realizzazione. La ricerca c’è e spesso è ottima. Quello che manca è la capacità di validare sul campo, costruire un modello di ricavo sostenibile, mantenere pulito l’assetto societario, parlare la lingua degli investitori. La ricerca e sviluppo in Italia resta una leva di crescita ancora sottovalutata, e questo allunga la distanza tra il brevetto e il prodotto. È proprio quella distanza che il programma punta ad accorciare. Il nostro compito è accompagnare i fondatori a costruire e proteggere la propria proprietà intellettuale: è una delle dimensioni su cui valutiamo i progetti, e nel programma offriamo un supporto dedicato a questo. Le tecnologie pronte appartengono alle startup che le sviluppano, non a noi. Il mestiere che facciamo è portarle dal campo al mercato.
In foto Marco D’Angelo