Firenze – La vicenda della chiusura di sette sezioni del carcere di Sollicciano , decisa dal Gip del Tribunale di Firenze ieri mattina, che ha così accolto la richiesta della Procura, scatena una serie di conseguenze molto più complesse di quanto si potrebbe pensare. Infatti, al di là del fatto che la decisione mette nero su bianco nel modo più deciso l’invivibilità del carcere fiorentino, bisognerebbe capire che ne sarà dei detenuti che dovranno essere “riallocati” in altri carceri italiani; del resto, per la maggior parte, sovraffollati e in condizioni forse non peggiori e non uguali, ma perlomeno molto simili a quelle di Sollicciano.
I detenuti interessati sono 216. Le sezioni off limits sono la 1,la 2 e la 7 del reparto giudiziario maschile e la 9,10 e 12 del reparto penale maschile. In più, la sezione “accoglienza”. Le indagini, coordinate dalla pm Christine von Borries, sono durate circa un anno e hanno prodotto svariati documenti . I reati ipotizzati mettono in campo contravvenzioni circa le norme che riguardano la pulizia e igiene dei dormitori, locali di lavoro e conformità dell’impiantistica elettrica. Al di là delle definizioni asettiche, mettono in luce tutto ciò che da anni le associazioni avevano denunciato circa le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere detenuti, operatori sociali e guardie carcerarie. L’inchiesta nasce dalle denunce di alcuni detenuti. Ricordiamo che qualche anno fa, una lettera presentata dall’ex cappellano del carcere Don Vincenzo Russo, venne scritta e firmata da 300 detenuti che denunciavano le disastrose condizioni in cui la struttura versava. Non solo: a colpi di ricorsi e denunce, il caso Sollicciano è ora anche davanti alla Corte Costituzionale, dal momento che il Tribunale di Firenze ha accolto il ricorso di due avvocati circa la costituzionalità della detenzione quando si svolge in condizioni “contrarie al senso di umanità”.
Sulla questione, ieri è avvenuta una riunione del Gruppo Foucault, che riunisce un nutrito gruppo di cittadini e attivisti. Fra questi, Massimo Lensi, attivista, studioso e autore di molti saggi su giustizia, pena e carcere.
“Il gruppo Foucault si è riunito al Torrino Santa Rosa per discutere di questo enorme e annunciato disastro. I segnali, infatti, c’erano tutti. La politica, però, non ha saputo interpretarli. O forse non ha voluto – dice Lensi – ci sarà tempo per comprendere fino in fondo il provvedimento: come sia maturato, su quali presupposti giuridici si fondi e quali conseguenze produrrà sul piano istituzionale. Oggi, però, l’aspetto che più ci sta a cuore è un altro: quello umano. La domanda a cui occorre dare una risposta immediata è dove saranno trasferiti gli oltre duecento detenuti costretti a lasciare Sollicciano”.
L’impatto della decisione di mettere i sigilli e trasferire i detenuti infatti non è senza conseguenze. “Tra loro – spiega Lensi – ci sono molti detenuti definitivi. Chi sconta una pena definitiva, con il passare degli anni, trasforma lentamente la propria cella in una sorta di casa immaginaria: un luogo che, pur nella sua durezza, diventa rifugio, punto di riferimento, spazio minimo di stabilità all’interno della detenzione. Per questo il trasferimento di un detenuto definitivo rappresenta quasi sempre un trauma. Ed è soprattutto di questo che mi preoccupo e di questo vorrei occuparmi. La politica seguirà il suo corso, i tribunali faranno il loro lavoro e arriverà il tempo delle responsabilità. Ma, in questo momento, deve prevalere il dato umano: le persone che, ancora una volta, rischiano di pagare il prezzo più alto di una crisi che avevano visto arrivare in molti, senza che nessuno intervenisse davvero”.