25 aprile, il monito di Mattarella contro la guerra e l’oppressione

Pisa – “In Europa, in questo momento, sono in corso, contemporaneamente, due guerre, su piani diversi ma strettamente connessi: quella che vede l’Ucraina aggredita dalla Federazione Russa nella sua integrità territoriale, e una guerra di valori, in cui sono in gioco tutti gli elementi che caratterizzano l’odierna esperienza occidentale, a partire dalla libertà“, sono le parole pronunciate pochi giorni fa all’Università di Cracovia da Sergio Mattarella, che suonano antitetiche alle dottrine sovraniste dilaganti.

La lunga ed intensa settimana dedicata alla Memoria e alla Liberazione del Presidente della Repubblica si snoda dai campi di sterminio in Polonia ai sentieri dei partigiani italiani nel cuneese. Ad Auschwitz si è recato insieme alle sorelle Tatiana e Andra Bucci, sopravvissute alla Shoah. Per la prima volta la massima carica dello stato ha aderito alla Marcia dei vivi, manifestazione istituita nel 1988 a cui partecipano migliaia di giovani da tutta Europa e dal mondo.

Il viaggio nell’est di Mattarella avviene in un momento particolarmente cruciale per il Vecchio Continente. La guerra è alle sue porte e la Polonia è il suo ultimo confine. Ed è lì che il presidente ha voluto ribadire un doppio concetto: condannare l’invasione russa e ringraziare per aver accolto milioni di profughi in fuga dall’orrore della violenza. Solidarietà che in passato, nemmeno troppo lontano, la Polonia ha volutamente ignorato. Con il governo di estrema destra guidato da Mateusz Morawiecki che nel nome del nazionalismo ha abbracciato politiche di respingimento dei migranti.

Impossibile non dimenticare che esattamente 80 anni fa nel ghetto di Varsavia avvenne la prima ribellione contro l’occupazione nazista. Una lotta imparziale e impossibile. Che fu però l’inizio della rivolta ebraica, la più lunga e partecipata durante l’Olocausto. Si trattò di un’insurrezione popolare, che le SS e le milizie polacche repressero nel sangue. Per poi sterminare la restante comunità nei lager. Quella battaglia è oggi un simbolo profondo di civiltà. E le ultime parole del suo leader Mordecai Anielewicz un inno eroico: “Il sogno della mia vita è diventato realtà. L’autodifesa ebraica nel ghetto di Varsavia è diventata un dato di fatto. La resistenza armata ebraica e la rappresaglia sono diventate una realtà. Ho assistito alla magnifica lotta eroica dei combattenti ebrei”.

Allora, anche in Italia i Comitati di Liberazione Nazionale fecero la giusta scelta di opporsi alle barbarie del nazifascimo. A luglio del 1943, solo pochi mesi dopo gli eventi di Varsavia, tra i torrenti Stura e Gesso, risuona l’appello alla resistenza del comandante partigiano Duccio Galimberti: “Siamo arrivati a questo punto per una guerra assurda imposta al paese da una dittatura che ha distrutto non solo la vita pubblica della nostra patria, ma anche la sua dignità e il suo onore”. L’antifascismo di Anielewicz e Galimberti, pagato da entrambi al prezzo della propria vita, sono capitoli della nostra storia che non possono essere negati, e tantomeno rivisitati. Né minimizzati a prescindere dal colore di chi governa.

Alfredo De Girolamo  Enrico Catassi

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