Urbanistica: città del consumo? Esiste un’alternativa

Intervista all’architetto Roberto Budini Gattai sull’ascolto e il potere

La polemica sulle città continua a montare. Al di là del tema della sicurezza, che investe sia le giunte di destra che di centrosinistra, è l’urbanistica la chiave capace di aprire un dibattito che verte su uno dei quesiti fondamentali da quando l’umanità ha deciso di fermarsi per trasformare l’accampamento in città. A cosa serve una città? Da questo primo quesito, sempre aperto perché dinamico come la storia dell’umanità, arriviamo al secondo, ancora più inquietante: perché ai giorni nostri, nonostante le dichiarazioni, la politica sembra sempre più distante da comitati, cittadini, associazioni, gruppi organizzati che chiedono di avere un ruolo nella programmazione e nei processi decisionali che decidono la città? Una domanda che è sempre più forte e determinata a guadagnare ascolto. Ci siamo rivolti a Roberto Budini Gattai, architetto e urbanista, protagonista di vari confronti con il pubblico non solo nella concretezza delle decisioni, ma anche circa il significato generale che una città moderna può avere.

Secondo lei, perché la politica in generale, da Firenze a Milano, ma senz’altro anche a Roma, non presta ascolto a queste istanze provenienti “dal basso”?

“La risposta dev’essere cercata in un breve excursus degli ultimi 40 anni circa. Il ceto politico che si è formato tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90 è figlio di alcuni principi del catechismo neoliberista prodotti da una massiccia campagna veicolata da slogan significativi: “Più privato e meno stato; privato è bello; solo il Mercato è in grado di pianificare…(economia e territorio); non ci sono alternative”. E’ la teologia del pensiero unico preparata dal decisionismo craxiano, che ha fatto breccia tra i “pentiti” del comunismo e del socialismo degli anni ’70. I più in vista hanno teorizzato “la fine del regime partitico,” cioè la nascita del partito leggero, una specie di circolo del bridge, diretto da un segretario – manager-candidato. Il linguaggio si è modellato sul nuovo credo. Tutto è riferito alla competizione e alla guerra: sfida, battaglia, vincente, perdente, merito. Il dirigismo, il culto del comando è il tarlo che si insinua in chi si avvicina alla politica da quegli anni in poi. Non più una educazione fondata sulla dialettica tesi antitesi, sul confronto, sulla capacità autocritica, sulla cooperazione. Solo crociate in favore del dio Mercato. Quando governavano quattro o cinque partiti si aveva la speranza di trovarne uno cui affidare idee e proposte. O altrimenti, dove riversare contrarietà e ribellione”.

Ma in che punto della storia la mancanza di dialettica si traduce in totale sordità verso il cittadino elettore?

“La legge elettorale maggioritaria ha avuto il compito di sancire il nuovo ordine democratico; democrazia sì, ma “fino a un certo punto,” in caduta tendenziale verso il basso. Oggi abbiamo personale a scheda, talmente fedele alla dottrina (un tempo si diceva bigotto) che si nega alla curiosità della ricerca e che soffoca il rischio dell’immaginazione. Da qui la nascita di comitati, di reti per salvare città quartieri e territorio; associazioni contro la minaccia costante ed estesa ai beni pubblici e ai beni comuni, risorse ambientali o storiche, città e paesaggio. Il numero di queste associazioni ci dà la misura dell’attacco del capitale finanziario alle risorse naturali o ai beni culturali che si considerano universali e intoccabili, perciò inalienabili per il buon governo di una società che tenda alla buona vita”.

La logica che lei ha descritto è tendenzialmente di ordine generale. Cosa è successo però per portare le città ad assomigliarsi tutte nelle nuove progettazioni, nelle scelte urbanistiche e addirittura nel verde (non dimentichiamo l’abbattimento dei pini e l’invasione dei peri cinesi nelle nostre città), al di là dei caratteri precipui di ciascuna urbe ?

 “Le città che lei ha ricordato, Milano, Firenze, Roma,  mostrano in forme diverse legami terribilmente ricchi tra natura e artificio – i parchi e i sette colli, la volta dipinta di una certa chiesa di Roma; le colline di Firenze; i Navigli e l’archeologia industriale a Milano – raccontano come l’artificio sia diventato nuova natura, percorso creativo irripetibile,  ma con un limite temporale: il mondo contemporaneo, dove il processo si arresta e si procede per sottrazione. Non si creano risorse dove la dialettica natura-artificio si blocca e la forma si cristallizza in merce, nel momento in cui la massa di capitali finanziari in circolazione non ha bisogno di rappresentarsi, se non nell’ immagine stereotipata di grattacieli ipertecno. Nel momento e nel modo in cui l’investimento finanziario estrae valore fino all’ultimo mq. dalla città antica, dove aggredisce e sussume le risorse che senza conoscerle, lo avevano attratto per dissiparle per sempre. In questo quadro complessivo e complesso, l’ascolto non è contemplato, distoglie dai fini, al massimo è una concessione graziosa ed estetica da parte di chi ha già tracciato un cammino”.

 E’ possibile secondo lei che il vero problema sia quello dell’esistenza o meno di un progetto di città “alternativa”, dibattito messo in ombra dalla polemica?

“Rispondo ricordando che l’appello alle due amministratrici fiorentine per riscattare e ricuperare alla pubblica utilità l’area ex OGR venduta a una compagnia lussemburghese, ha dietro di sé un progetto di città alternativa a questa città alla deriva che ci porta al gemellaggio con Milano. L’alternativa consiste in una serie di scelte che convergono verso la trasformazione della periferia in città, un principio generale che riguarda la natura stessa della “città”. Un concetto che si può declinare a Firenze con misure concrete, prima azione praticabile è salvare gli otto ettari ex OGR per destinarli a un necessario forum della Cultura futuro baricentro di una Grande Firenze che non allarga i suoi limiti, che non consuma più suolo, che attraverso i vuoti (spazio, edifici) metta in forma (e in tensione) i pieni, il già costruito. Un esempio in cui Firenze potrebbe presentarsi come battistrada per un concetto di città che apra a priorità diverse rispetto alla sua monetizzazione”.

Secondo lei, quale potrebbe essere la città alternativa, su quali basi potrebbe nascere, quali caratteristiche dovrebbe avere? 

“Da più parti si dice, si scrive e si percepisce che “non c’è una visione generale della città”, per quanto riguarda il caso fiorentino. Ma mi consta che il problema sia generale. Il problema è il non sapere sganciarsi da ciò che è stato finora, dall’eredità di un passato che vedeva nelle nostre città d’arte in particolare, delle Disneyland del turismo, come è stato spesso detto. Non possiamo nasconderci che il caso di Firenze sia emblematico, per le caratteristiche del suo patrimonio straordinario unite alle dimensioni della città. Credo dunque che le amministratrici, incluso la dirigente dell’ufficio Urbanistica, non mettano in discussione l’eredità dei predecessori che vede un Centro Storico (allargato), destinato allo “sviluppo” turistico, spremuto fino all’ultima goccia; la periferia (circa i 4/5 del territorio comunale) oggetto di meritori adeguamenti agli standards urbanistici, ma anche alle Grandi Opere Inutili (aeroporto e tunnels Alta Velocità) o malpensate (tramvie), Dannose a conti fatti tutte e tre. Una periferia destinata a rimanere tale”.

Ma questa alternativa quale sarebbe?

 “L’alternativa, per Firenze, nasce da una ricerca universitaria commissionata dal Comune di Firenze all’Università, presentata alla committenza nel 1985. In particolare la parte sviluppata dal Dipartimento di Urbanistica dove lo studio di fattibilità di un Museo Nazionale di Storia Naturale agli ex Macelli di Firenze aveva comportato la scelta di allargare la ricerca a tutto il territorio urbano, di cui per primi sono stati definiti i limiti fisici. Quindi si è definito il significato di sistema territoriale di relazioni che determinano la natura dei luoghi. Da cui deriva la nozione di “assetti storico-morfologici.” I nessi che legano, senza soluzione di continuità, l’architettura a un determinato sito hanno carattere di irripetibilità. La configurazione spaziale che risponde a quei nessi rende i luoghi immediatamente riconoscibili, una condizione che sta alla base della qualità urbana. Il principio della rinascita della città contemporanea che non dimentica la propria ossatura ancestrale, quella che la rende non solo riconoscibile, ma vivibile e vitale, è un principio che soprattutto in Italia assume carattere universale. Detto in altre parole: l’Araba Fenice della città contemporanea, che si riconosce facilmente nella città antica”.

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