Il mondo sta attraversando una crisi globale e conoscere la Cina è diventato imperativo. Un Paese enorme dalla civiltà millenaria che ha radici profonde nella storia, senza la conoscenza delle quali non è possibile comprendere la sua stessa natura e la direzione verso la quale sta andando.
Pino Arlacchi*, sociologo di fama internazionale, politico e profondo conoscitore della Cina, ospite al Museo del Tessuto di Prato in occasione del Capodanno Cinese per gli Incontri e riflessioni sulla Cina contemporanea organizzati da Festival Seta. Dialoghi sulla Cina Contemporanea, nel libro La Cina spiegata all’Occidente (Fazi Editore, Roma 2025),già best seller, parla dei tre “segreti” che permettono di capire l’eccezionalità del “miracolo cinese”.
Professor Arlacchi, partirei proprio dal titolo del suo libro “La Cina spiegata all’Occidente”. Secondo lei davvero non conosciamo abbastanza la Cina?
“La Cina tante volte negli ultimi decenni è stata descritta in modi distorti. È chiaro che è la prima potenza del mondo, il Paese più grande e più prospero, avanzato dal punto di vista tecnologico. Era doveroso per me, dopo più di 30 anni di esperienza e conoscenza accumulata, mettere tutto in un libro. Anche per spiegare che quando si parla di “mega trend” cinese, dobbiamo sapere che esso trae la propria origine da tre “segreti ” o mega fattori che si mescolano e rafforzano a vicenda. A partire dal non espansionismo, cioè il sinocentrismo universalista, pacifico e inclusivo, legato a una radicata avversione alla guerra, alla violenza. La Cina non ha una vocazione imperialista, ma piuttosto un approccio “centripeto” che privilegia la coesione interna rispetto alla conquista esterna. La meritocrazia politica, il “governo dei migliori”: il sistema politico cinese si basa su una selezione rigorosa dei funzionari, ereditata dal modello dei mandarini imperiali o literati (shi) che garantisce una leadership competente, efficiente. Infine un modello economico-politico socialista”.
Può spiegare?
“Si tratta di Partito-Stato che ha scelto consapevolmente di usare il capitalismo invece di distruggerlo, perché diventi una risorsa al servizio del benessere collettivo. La Cina ha sviluppato un mercato dinamico grazie ad un forte controllo statale, quello che Pechino chiama “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”, che è la chiave della rapida crescita economico-produttiva e della stabilità sociale cinese. Dalla Rivoluzione guidata da Mao Tse-Tung alle riforme di Deng Xiaoping dal 1978 il passo è stato breve per gettare le basi del socialismo cinese passato alla storia come economia di mercato socialista. Quindi la Cina non è capitalistica nel senso occidentale, ma usa il capitalismo come strumento sotto la guida dello Stato, per il benessere dei cinesi. Un cambiamento di rotta che ha portato la Cina a imporsi come prima potenza economica mondiale e attore centrale del nuovo ordine geopolitico globale”.
Lei dice che uno tra i primissimi traguardi raggiunti è stata l’eliminazione della povertà in Cina.
“La Cina ha ottenuto risultati straordinari nell’eliminazione della povertà assoluta tra il 1980 e il 2022, elevando oltre 850 milioni di persone grazie a una pianificazione statale. Un obiettivo raggiunto grazie alla capacità del socialismo di mercato di allineare l’interesse pubblico allo sviluppo. Quindi la Cina ha sostanzialmente eliminato la povertà estrema in circa 40 anni, un traguardo descritto come un “miracolo economico”. La lotta alla povertà ha trasformato le zone rurali, con infrastrutture, elettricità, acqua potabile, sanitari e istruzione. Anche Il reddito medio delle famiglie povere è cresciuto in modo significativo, passando da 1000 a oltre 12.000 yuan, circa 1500 euro, grazie all’ impegno dello Stato”.
Una pianificazione economica straordinaria grazie anche al ricorso dell’A.I. Ma in termini di fattore umano come si concilierà nel breve e lungo termine?
“La Cina stia superando il capitalismo liberale grazie alla fusione tra tecnologia, economia e politica. La Cina utilizza l’IA non solo per l’innovazione, ma anche come strumento di governo per orientare l’economia, servendo di fatto la società invece di generare crisi. A differenza dell’ Occidente e dell’America, dove l’uso dell’A.I. potrebbe erodere i guadagni a causa degli alti costi di transizione, e generare disoccupazione, Pechino, invece, sta riqualificando attivamente la forza lavoro per adattarsi alla nuova era tecnologica”.
Lei ha detto che Trump in realtà è il prodotto di una immensa crisi sociale degli Stati Uniti. Fabbriche arrugginite in disuso, popolazione disagiata, droghe, minor tenore di vita rispetto al passato ed è per questo che Trump, con lo slogan «l’America torni grande», la vuole rimettere al centro del pianeta, che significa di fatto che non lo è più. Ma intanto perché Cina e Usa, Paesi leader, hanno una relazione politica conflittuale?
“La Cina è diventata una grande potenza economica, trasformandosi nella prima economia mondiale grazie a un modello peculiare che l’Occidente fatica a comprendere. Questo successo genera una competizione. Un successo economico e sociale cinese, spesso incompreso o frainteso dagli americani e dall’Occidente”.
Lei, a differenza di autorevoli pensatori sostiene che non ci sarà uno scontro diretto,ovvero una guerra tra Stati Uniti e Cina. Perché?
“La Cina non è aggressiva: non reagirebbe immediatamente a un attacco. Ma il motivo decisivo è il gap di potenza militare. La Cina ha adottato pienamente la rivoluzione tecnologica degli ultimi 20 anni (droni, missili ipersonici), rendendo obsolete le armi tradizionali americane: portaerei, aerei, carri armati, basi militari sparse nel mondo. Queste sono diventate vulnerabili, bersagli facili invece di proiezioni di potenza. La Cina ha iniziato questa transizione 15-20 anni fa ed è oggi all’avanguardia, con un sistema di difesa a prova di bomba. Gli Usa no: coltivano il mito della supremazia basandolo sul costo delle armi, ma l’80-90% della loro spesa militare non serve in uno scontro reale. Pertanto uno scontro con la Cina è impensabile. Lo sanno al Pentagono: nei cosiddetti war games degli ultimi anni, gli USA perdono sempre pesantemente – spesso nella prima settimana perdono tre portaerei e la logistica va in pezzi. Gli Usa dovrebbero fare una riconversione economica, politica e sociale enorme, impossibile per gli interessi in gioco. Un drone costa un milionesimo di un cacciatorpediniere“.
L’idea dominante è che attualmente la Cina si isoli e non partecipi alle “cose del mondo”.
“L’errore è quello di considerare la Cina una replica degli Usa. Gli Stati Uniti si sentono autorizzati a intervenire ovunque. La Cina no: è stata il centro del mondo per millenni, ma non ha vocazione interventista o espansionista. Detto questo, la Cina attuale esagera un po’ nell’isolazionismo: con la sua potenza ha grandi responsabilità. Le Nazioni Unite sono fallite, non contano più nulla. Andrebbero rifondate, non solo riformate. La Cina potrebbe giocare un ruolo chiave per un ordine mondiale pacifico basato su sovranità e divieto assoluto di aggressione-interferenza. È favorevole a questo, ma non va oltre. Sul piano economico ha fatto passi enormi con la Belt and Road Initiative. Sul terreno politico è più cauta: è un limite, a mio modo di vedere. Perché la Cina è una risorsa fondamentale per il mondo e dovrebbe assumersi questa responsabilità”.
Perché in Cina non ci sono le libertà politiche, e i cinesi non provano a seguirci su alcune nostre conquiste come il suffragio universale, la divisione tra i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario?
“In Cina non ci sono le libertà politiche così come la divisione dei poteri. Le funzioni essenziali dello Stato vengono svolte in un altro modo ed essi non vedono l’Occidente come un modello da seguire. Questo è per me motivo di discussione quando vado in Cina e che mi fa dire che io lì non ci vivrei. I miei colleghi cinesi dicono che i nostri sistemi sono finti, non c’è una vera democrazia e la gente vota senza sapere cosa e per chi sta votando. E dunque per loro non c’è nessuna necessità di cambiare lo “status quo” perché pienamente soddisfatti. Voi, mi dicono, avete la libertà, noi la felicità”.
*Pino Arlacchi, noto per libri bestseller come Gli uomini del disonore e Addio Cosa Nostra e per la sua attività pubblica contro i poteri criminali. Professore di Sociologia, ex vicesegretario generale e direttore esecutivo del programma antidroga e anticrimine dell’ONU, è stato collaboratore e amico dei giudici Chinnici, Falcone e Borsellino. Deputato e senatore, parlamentare europeo, è stato tra i maggiori architetti della legislazione antimafia italiana contemporanea e autore delle più recenti strategie contro le mafie, le droghe e il riciclaggio adottate dalle Nazioni Unite. È presidente del Forum internazionale di criminologia e diritto penale, un’associazione di studiosi d’eccellenza provenienti da cinquanta paesi, con sede a Pechino. Vive a Roma, ed è sopravvissuto a un attentato mafioso. Per tredici anni è stato protetto da una scorta di Stato.