C’è stata una stagione precisa della storia italiana — grosso modo tra il secondo dopoguerra e la metà degli anni Ottanta — in cui esisteva una figura oggi molto più rara: l’imprenditore o dirigente che considerava la cultura generale parte integrante della propria funzione economica e organizzativa.
Non si trattava del mecenate né dello sponsor culturale, e nemmeno del manager con interessi intellettuali personali. Era qualcosa di più strutturale: persone per cui cultura tecnica, responsabilità organizzativa e formazione generale facevano parte dello stesso orizzonte mentale. Una figura che la sociologia delle élite, a partire da Karl Mannheim, definirebbe un intellettuale “funzionale”, cioè non separato dal sistema produttivo ma interno ai suoi processi cognitivi.
Questa figura non nasce ovunque allo stesso modo. Se si guarda alla storia sociale italiana del Novecento, come mostrano gli studi di storici dell’industria come Franco Amatori e Giuseppe Berta, emerge chiaramente come il capitalismo italiano abbia avuto culture regionali molto differenziate. In particolare, tra Lombardia ed Emilia industriale si sviluppa tra anni Cinquanta e Ottanta una borghesia tecnico-produttiva con caratteristiche piuttosto specifiche: meno aristocratica della tradizione industriale piemontese, meno statuale della borghesia romana, e molto più legata a professioni tecniche, manifattura avanzata e reti di piccola e media impresa.
In questi ambienti il prestigio sociale derivava soprattutto dalla competenza. Non era raro che imprenditori o dirigenti provenissero da percorsi ingegneristici o scientifici e mantenessero un rapporto attivo con la cultura tecnica e scientifica anche dopo l’ingresso nel mondo dell’impresa. La formazione non era percepita come una fase della vita, ma come una dimensione permanente dell’identità professionale.
Questo modello sociale è stato descritto anche dagli studi sulla cultura industriale lombarda — da autori come Aldo Bonomi e Carlo Trigilia — come una forma di capitalismo territoriale dove impresa, professioni, formazione tecnica e istituzioni locali erano strettamente intrecciate. In questo contesto la cultura non era una sovrastruttura, ma una componente della qualità imprenditoriale.
Non è un caso che in queste aree la diffusione delle università tecnico-scientifiche e del Politecnico di Milano abbia contribuito a formare una mentalità in cui la razionalità non era solo una categoria filosofica ma anche un metodo pratico: organizzare bene, innovare in modo incrementale, costruire competenze, migliorare processi.
La cultura filosofica che indirettamente ha influenzato questo ambiente — il razionalismo critico milanese di Banfi, Preti, Geymonat, Rossi — ha avuto un ruolo meno visibile ma significativo nel diffondere l’idea della razionalità come cultura civile della modernizzazione. Non tanto attraverso la teoria pura, quanto attraverso un clima culturale che legittimava il sapere scientifico e la formazione critica come elementi della qualità dirigente.
Se si confronta questo contesto con la borghesia piemontese dello stesso periodo emergono differenze altrettanto significative. Come mostrano le ricostruzioni storiche della cultura industriale torinese e del sistema FIAT, il capitalismo piemontese è stato più legato alla grande impresa gerarchica e a un modello industriale concentrato. Qui la cultura tecnica era certamente presente e spesso di alto livello, ma più interna alle strutture aziendali che diffusa come cultura civica territoriale, come invece avveniva nei sistemi produttivi lombardi.
Ancora diverso il caso della borghesia romana, dove il peso storico dello Stato, come mostrano numerosi studi sulla formazione delle élite amministrative italiane, ha favorito una borghesia più legata alle professioni giuridiche, all’amministrazione e ai servizi avanzati. Qui il capitale culturale dominante è stato più giuridico-umanistico che tecnico-scientifico, e la figura sociale tipica è stata più spesso quella del dirigente pubblico o del professionista istituzionale che dell’imprenditore tecnico.
Queste differenze non implicano gerarchie di valore, ma mostrano come in Italia siano esistite diverse forme di borghesia con differenti modi di integrare cultura e attività economica.
Il periodo in cui la figura dell’imprenditore colto tecnico-scientifico è stata più visibile coincide con il trentennio della modernizzazione italiana, tra il miracolo economico e la prima trasformazione post-fordista. È il momento in cui, come mostrano gli studi di storia economica sull’industrializzazione italiana, si forma una nuova classe dirigente tecnico-scientifica e in cui la modernizzazione industriale viene percepita anche come progetto culturale.
In questo contesto l’idea che un imprenditore dovesse avere anche una cultura generale non appariva come un lusso, ma come parte della sua credibilità. La cultura serviva a orientarsi in un mondo in trasformazione.
Questo modello comincia a indebolirsi a partire dagli anni Novanta, con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia. Come osservano molti studi sul cambiamento del capitalismo europeo, cresce l’importanza dei mercati finanziari, aumenta la pressione competitiva internazionale e si diffonde una cultura manageriale più standardizzata e globalizzata.
La legittimazione dell’imprenditore tende progressivamente a spostarsi dalla cultura personale alla performance organizzativa. Non scompare l’importanza del sapere, ma cambia il suo ruolo: diventa più specialistico, più funzionale, meno parte dell’identità pubblica dell’imprenditore.
Tra la fine degli anni Novanta e la crisi del 2008 si consolida anche in Italia un modello imprenditoriale più orientato alla crescita dimensionale, all’internazionalizzazione e all’efficienza finanziaria. È il periodo in cui si diffondono il linguaggio del management globale, la cultura della governance e le metriche della performance. L’imprenditore diventa progressivamente una figura più simile al manager internazionale che al notabile industriale del territorio.
Dopo la crisi finanziaria del 2008 e nel decennio successivo, fino alla pandemia, emerge un’ulteriore trasformazione. L’imprenditore innovativo viene sempre più rappresentato attraverso il modello della startup tecnologica. Crescono l’influenza della cultura della Silicon Valley, il linguaggio dell’innovazione rapida, della scalabilità e del venture capital. In questo contesto la cultura personale non scompare, ma viene sostituita da una forma di aggiornamento continuo molto focalizzato su tecnologia, business model e capacità di execution.
Si rafforza così una figura più performativa che riflessiva, più orientata alla velocità che alla sedimentazione culturale, più legittimata dalla capacità di crescere e attrarre investimenti che dalla sua collocazione in una tradizione culturale.
È solo con la fase successiva — tra pandemia, accelerazione digitale e trasformazioni profonde del lavoro — che comincia a emergere un limite di questo modello puramente performativo. La crescente complessità organizzativa, l’impatto sociale delle tecnologie digitali e la gestione di sistemi basati sulla conoscenza riportano in primo piano la necessità di capacità interpretative più ampie.
L’economia contemporanea non è solo più veloce o più competitiva: è soprattutto più complessa dal punto di vista cognitivo. Le imprese sono sempre più organizzazioni basate sulla conoscenza, dove tecnologia, organizzazione, formazione continua e gestione dell’incertezza si intrecciano in modo sempre più stretto.
Le ricerche sulla knowledge economy, da Peter Drucker fino agli studi sulle learning organizations, hanno mostrato come la capacità di apprendere, integrare conoscenze e interpretare cambiamenti sia diventata una risorsa strategica tanto quanto il capitale o la tecnologia.
In questo contesto torna a emergere una questione che era già chiara agli imprenditori più riflessivi del Novecento: la tecnologia non è mai solo tecnica. È sempre anche un fatto organizzativo e umano. Quando le imprese diventano sistemi di conoscenza, chi le guida deve necessariamente sviluppare anche una capacità di sintesi tra competenze diverse.
Questo non implica il ritorno dell’imprenditore colto nel senso tradizionale, ma suggerisce la possibile necessità di una figura capace di unire competenza tecnica, responsabilità organizzativa e strumenti culturali sufficienti per comprendere sistemi complessi.
Va però ricordato un punto storico spesso trascurato: anche nel periodo in cui questa figura era più diffusa, non rappresentava l’intero capitalismo italiano. Era soprattutto il prodotto di una specifica generazione della borghesia tecnico-industriale lombarda ed emiliana, dove la combinazione tra formazione scientifica, impresa manifatturiera e cultura razionalista aveva creato un ambiente particolarmente favorevole a questo tipo umano.
Non tutti gli imprenditori italiani avevano questa consapevolezza culturale, e probabilmente non l’hanno mai avuta. Si trattava piuttosto di una minoranza qualificata che svolgeva però un ruolo importante nel definire standard culturali e professionali all’interno del sistema produttivo.
È proprio per questo che la questione oggi si ripropone in termini nuovi: non se tornerà una figura diffusa come allora, ma se una nuova minoranza di imprenditori con una formazione culturale più ampia diventerà di nuovo necessaria per governare la complessità tecnologica e organizzativa.
Più che un ritorno del passato, potrebbe trattarsi della riemersione di una funzione: quella di una élite imprenditoriale capace non solo di competere, ma anche di comprendere. E storicamente, in Italia, questa funzione è emersa con maggiore evidenza proprio nei contesti dove la cultura tecnica e quella civile non erano percepite come mondi separati.
Immagine: CNA Firenze