Tutti contro tutti nell’intelligenza artificiale e l’Europa sta a guardare

Apple fa causa a Open AI che con Anthropic accusa di spionaggio DeepSeek

Nei campionati del mondo dell’intelligenza artificiale la finale è sempre la stessa: Cina contro Stati Uniti. E già si sa che la finale, in realtà, sarà solo l’inizio di un’altra finale. Sempre più esasperata, per la conquista della leadership del mercato. Che si tratti dell’IA generativa o della nuova frontiera dell’IA agentica, cioè tendenzialmente autonoma rispetto alla “vecchia” dinamica dialogante dei prompt, poco cambia. Business is business e la potenza orientale sta avanzando. Secondo più fonti specializzate, dei 50 modelli di IA più utilizzati a livello mondiale, circa il 40% proviene dalla Cina. A inizio 2025 i modelli cinesi in questa fascia erano solo 5. Ma c’è di più: i competitor americani, sempre più protetti dalla politica del Presidente Trump, si stanno a loro volta combattendo. Lo dimostra la causa intentata da Apple contro Open AI. Mentre Anthropic e la stessa Open AI hanno messo nel mirino la punta di diamante della concorrenza cinese, Deep Seek, accusandola di spionaggio industriale.

Tutti contro tutti, insomma. Ma per capire qualcosa di più sulla dinamica conflittuale in atto, giova andare per ordine.

L’avanzata cinese è caratterizzata dall’escalation di più competitor, Alibaba, Baidui, Tencent, ma il modello più simbolico delle capacità della Cina nel mondo dell’IA è Deep Seek di proprietà del miliardario Liang Wenfeng, che la controlla tramite il Fondo High-Flyer Capital Management. Agli inizi del 2025 il lancio di Deep Seek provocò uno scossone alla Borsa, perché si capì che la tecnologia cinese poteva produrre modelli utilizzando molti meno chip e quindi abbattendo i costi rispetto alle big tech americane. Attraverso la filosofia open source (cioè l’apertura rispetto ai funzionamenti tecnologici e algoritmici), agli antipodi del closed source americano, l’azienda cinese ha potuto presentare la nuova famiglia” di large language models con una forte dose di credibilità. Così, DeepSeek V4 Pro, uscito poche settimane fa, si è fatto apprezzare soprattutto per gli utilizzi più complessi. Secondo gli analisti di Al Jazeera, “dispone di una finestra di contesto enorme da 1 milione di token e offre prestazioni che rivaleggiano con i migliori modelli commerciali al mondo come la serie GPT-5 o Gemini, eccellendo soprattutto nella programmazione e nella matematica”. Anche il modello più leggero, DeepSeek V4 Flash, mantiene molte caratteristiche del genere, con minori costi di produzione rispetto agli americani, fino a 100 volte in meno. Quasi all’istante, il modello è diventato l’app gratuita più scaricata negli Stati Uniti.

Ha spiegato Meaghan Tobin sul New York Times: “DeepSeek ha mostrato i vantaggi di rendere ampiamente disponibili al pubblico i dettagli della sua tecnologia. Fino a DeepSeek, i funzionamenti dei sistemi di I.A. più performanti al mondo erano, per la maggior parte, segreti aziendali custoditi gelosamente. DeepSeek, al contrario, ha pubblicato i dettagli dei suoi sistemi affinché chiunque potesse usarli e svilupparli ulteriormente: una pratica chiamata open source”.

Solo che su questa teoria dei segreti divenuti di pubblico dominio, c’è chi ha da obiettare. Agenzie governative di Taiwan, Corea del Sud e Australia hanno vietato Deep Seek ai propri dipendenti. Open AI e Anthropic ipotizzano addirittura che dietro la condivisione degli elementi di sviluppo tecnologico si nascondano metodi di spionaggio industriale. In particolare, secondo un rapporto di Anthropic, non solo DeepSeek, ma anche altri laboratori cinesi come Moonshot e MiniMax hanno sfruttato milioni di interazioni per estrarre e copiare le capacità di ragionamento e le funzioni avanzate di Claude. Per ottenere le risposte necessarie ad addestrare i propri sistemi, le aziende avrebbero utilizzato oltre 24.000 account automatizzati, aggirando le normali limitazioni d’uso. Un’accusa che ricorda quella formulata nel dicembre 2023 dal New York Times nei confronti di OpenAI. La madre di tutte le cause, fu detto. Ma al momento, sospesa nel limbo senza aver prodotto alcun effetto.

Anche per arginare le manovre cinesi, Anthropic qualche mese fa aveva lanciato Claude Mithos, un modello in grado di rilevare le vulnerabilità dei software. Così ben fatto da indurre Trump, a fine giugno, a imporre un blocco temporaneo con divieto di utilizzo ai cittadini stranieri, per motivi di sicurezza nazionale. A inizio luglio il governo americano ha annullato il fermo e così Claude 5 e Mithos 5 hanno potuto iniziare la propria navigazione globale, seppure con caratteristiche diverse rispetto al micidiale modello di partenza.

Ma più o meno le stesse accuse di spionaggio industriale motivano l’azione giudiziaria intentata da Apple nei confronti di Open AI. Al centro della causa vi sono Tang Tan, ex vicepresidente del design dei prodotti Apple e ora responsabile hardware in OpenAI, e Chang Liu, ex ingegnere elettrico di Apple. Il tema è sempre quello della sottrazione di informazioni riservate. Ma stavolta il principale accusato, Tang Tan, non è un qualsiasi sviluppatore. Si tratta infatti di una figura carismatica nel mondo delle tecnologie avanzate, perché tra gli artefici del successo di IPhone. Passato ad Open AI sarebbe in grado di utilizzare molte delle conoscenze acquisite nelle dinamiche del colosso di Cupertino.

In questo clima di guerra continua, i colossi americani come NVIDIA, Microsoft, Google, Amazon, Meta, stanno investendo miliardi su miliardi per costruire infrastrutture con dimensioni e necessità di energia paragonabili a quelle di interi settori industriali dei Paesi più avanzati.

E c’è che inizia a paventare la madre di tutti i rischi, che supera anche gli esiti della guerra in corso tra Cina e Stati Uniti. E cioè: sarà davvero possibile che l’IA riesca a remunerare una le così alta mole di investimenti, in tempi tali da poterli trasformare in ricavi? Non è un caso che duecento economisti, compresi molti Premi Nobel, abbiano lanciato un appello ai Governi di tutto il mondo per prepararsi agli effetti del dilagare dell’intelligenza artificiale in tutti i settori, in particolare sulle conseguenze occupazionali. Molti i firmatari di prestigio: Joseph Stiglitz, Daron Acemoglu, Simon Johnson, Paul Krugman, il pioniere dell’intelligenza artificiale Yoshua Bengio, l’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt. L’appello, pubblicato il 13 luglio dalla Stanford University, ha un titolo significativo: “We must act now”, e cioè, “Dobbiamo agire ora“. Vi si legge: ““Nei prossimi dieci anni, l’intelligenza artificiale potrebbe diventare radicalmente più potente. Questo potrebbe determinare una trasformazione senza precedenti della nostra economia, più grande della Rivoluzione industriale, ma destinata a svilupparsi in un arco di tempo enormemente più breve. Potrebbe comportare rischi, tra cui la perdita di posti di lavoro su larga scala, e opportunità, come un significativo miglioramento del tenore di vita. Economisti, responsabili politici e leader del settore tecnologico devono agire ora per comprendere gli effetti economici dell’intelligenza artificiale trasformativa e costruire gli incentivi, le tutele e le istituzioni necessarie a indirizzarla verso una direzione che integri le capacità umane e produca benefici per la società.” È un richiamo forte, che nel momento della guerra di tutti contro tutti per conquistare il mercato dell’IA, appare come un monito universale: la guerra dell’IA potrebbe vedere tutti sconfitti.

E l’Europa in tutto questo? Continua a produrre profonde riflessioni, nella maggior parte dei casi condivisibili, soprattutto sul fronte dei diritti. Come nel caso dell’evento che si è tenuto al Parlamento Europeo: “Artificial Intelligence for Accessibility – From Innovation to European Standard”, promosso dagli europarlamentari Pietro Fiocchi, vicepresidente della Commissione Ambiente, Clima e Sicurezza alimentare (ENVI), Antonella Sberna, vicepresidente del Parlamento europeo, e Chiara Gemma, membro dell’Intergruppo sulla Disabilità del Parlamento europeo. Iniziativa nata con un obiettivo preciso: avviare una riflessione europea su come l’AI possa trasformarsi da semplice tecnologia abilitante a infrastruttura sociale capace di migliorare l’accessibilità e rafforzare i sistemi sanitari. Difficile? Certo, ma senz’altro auspicabile.

Il problema di fondo è che ogni analisi e ogni intervento che muova dal Vecchio Continente, appare ineccepibile nella sostanza ma incredibilmente lento e distante dalla velocità con cui sta correndo la contemporaneità.  Lo ha sottolineato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al XIX vertice Cotec Europa, intitolato “Rethinking work in the age of AI: Transformation, Opportunity, Governance”: “Oggi il 99% della popolazione mondiale è un mero utilizzatore passivo delle nuove tecnologie: la capacità di comprenderne i meccanismi, di intervenire nella loro programmazione, è di pochi. Una tendenza che va invertita. Con urgenza. – ha detto Mattarella – I nostri Paesi devono rafforzare l’ecosistema dell’innovazione. L’Unione Europea deve compiere un salto. Passare dalla enunciazione di principi alle decisioni concrete. Le strategie sono state ampiamente discusse. Vanno messe in atto, adesso, le politiche opportune, con il passaggio dalla necessaria produzione di regole alla operatività”. È il tema impellente di ogni democrazia europea. Non più rinviabile.

In foto: Liang Werfeng

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