Israele: crescono le quotazioni di Bennett al posto di Netanyahu

Haaretz: nulla di buono finché il problema palestinese non sarà risolto
פורטרט, ראש הממשלה נפתלי בנט. Portrait, Prime Minister Naftali Bennett.

Autunno 2026. In Israele, guerra permettendo, qualcosa potrebbe muoversi, non per i palestinesi. In effetti il nuovo che avanza verso le elezioni politiche non è poi così inedito. Ancorato nel tentativo di sostituire una figura diventata impresentabile, incontrollabile e pericolosa. Allora, vedrete che alla fine non saranno i giudici della Corte di Tel Aviv a detronizzare Netanyahu, ma un banale “parricidio” politico. E il compito di rinnegare il proprio mentore spirituale spetterà ancora una volta a Naftali Bennett. Colui che in passato è stato fulcro dell’ingranaggio della macchina di Bibi, arrivando a dare al proprio figlio maggiore il nome di “Yoni”, in memoria del fratello di Netanyahu morto durante l’operazione Entebbe, appare il più probabile aspirante primo ministro di Israele. 

Cosa che già gli è riuscita in passato, a spese di Bibi. Di quella breve esperienza sembrerebbe aver fatto tesoro. Adesso, deve però superare il maestro in architettura machiavellica. Bennett, dopo essersi leccato le ferite della bruciante sconfitta elettorale, e dopo il 7 ottobre, ha iniziato una lenta metamorfosi, apparentemente interiore: “Sono un liberale disposto a sedermi con persone sia di destra che di sinistra”. Ha abiurato la propria storia di uomo della destra nazional-religiosa, al fianco di fascisti del calibro di Bezalel Smotrich. Ha condannato, lui che è stato portavoce del movimento dei coloni, la violenza estremista in atto quotidianamente in Cisgiordania, ma non l’espansione ai danni della terra e dei diritti dei palestinesi. 

È stato il primo premier di Israele dichiaratamente ebreo osservante. Oggi propende per una visione laica dello stato, che gli fa gioco: “Dovremmo permettere alle città di scegliere se vogliono il trasporto pubblico durante lo Shabbat (quando l’ordinamento ebraico vieta di svolgere attività, nda)”. “Ogni persona dovrebbe essere in grado di realizzare il proprio amore (il matrimonio civile non è riconosciuto in Israele, nda)”. “Nel nuovo governo, sarà istituita una commissione speciale d’inchiesta sul mancato arruolamento degli haredim (comunità ortodosse dove i giovani rifiutano la leva, obbligatoria, e i cui rappresentanti banchettano al tavolo di Netanyahu, nda)”.

Le pesanti invettive lanciate nel corso degli anni alla sinistra e alle organizzazioni pacifiste sono perdonate, per un bene superiore. Le affermazioni di Yair Golan, leader del Partito Democratico, suonano come la vigilia di un patto di governo: “È bello vedere che anche in politica ci possono essere sorprese positive, e le persone di destra arrivano finalmente a capire che un Israele liberale prevarrà”. Tuttavia, l’attrazione per Bennett della sinistra sionista non ne fa il messia lungamente atteso dal campo progressista, sarebbe un abbaglio concettuale grave. Semplicemente si tratta di una scelta pragmatica, in parte sicuramente dolorosa, ripagata dal gusto di avere “tutti tranne Netanyahu” alla guida del paese.

A far alzare le quotazioni di Bennett è la capacità di saper parlare agli elettori israeliani di centro, mantenendo una postura di destra. Ciononostante il segreto del suo successo si misurerà nell’abilità di dragare il bacino elettorale del Likud (il partito di Bibi). Intanto, imbarca Yonatan Shalev, cofondatore di Katef el Katef (Spalla a Spalla) molto conosciuta associazione di giovani riservisti dell’IDF. Gode dell’appoggio del potente think-tank Kohelet Policy Forum, fonte di ispirazione di molte contraddittorie politiche di Netanyahu, e di incondizionata fedeltà da parte del falco Ayelet Shaked, con cui scacciati dalla corte di Bibi ha condiviso un lungo e travagliato peregrinare.

Allo scoppio della guerra in Iran lo scorso 28 febbraio, la neo formazione di Bennett era data nei sondaggi a 21 seggi. Mentre, il Likud stazionava a 27. A quasi due mesi di distanza il divario tra i due partiti nella corsa alla Knesset si è ridotto ad solo un seggio. Nel gradimento per il futuro primo ministro di Israele sono due i punti percentuali a dividere i potenziali sfidanti: 43% Netanyahu e 41% Bennett. Quest’ultimo preferito tanto a Gadi Eisenkot, popolarissimo nel blocco anti-Bibi, quanto all’attuale capo dell’opposizione in parlamento Yair Lapid. Tre nomi, con la possibilità di cucinare un minestrone politico, formare un ticket e quella, allo studio, di concentrare le forze fondendosi in un unico partito, che unisca l’anima conservatrice, il pensiero moderato e l’area di tradizione liberale.

Non sfugge che per la poltrona di competitor a Netanyahu c’è abbondanza di candidati e rivali. Secondo alcuni analisti l’opposizione soffre della “sindrome di Budapest”, in riferimento alla recente vittoria di Péter Magyar su Orbán. Le similitudini tra Naftali Bennett e “il modello” Magyar sono talmente evidenti da far sognare la fine di un’era. Cambiamento, anche in questo caso, non in nome della sinistra, che erroneamente continua a rifuggire la logica prospettiva di un polo culturale con i partiti arabi marxisti. 

Dubbioso sulla qualità valoriale di Bennett è la storica firma di Haaretz Gideon Levi, che scrive: “Il prossimo leader di Israele sarà proprio come Bibi, ma non corrotto. Né Gadi Eisenkot, né Naftali Bennett capiscono, né vogliono capire, che qui non accadrà nulla di buono finché il problema palestinese non sarà risolto”.

Alfredo De Girolamo Enrico Catassi

In foto Naftali Bennett

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