Saman, uccisa per aver rifiutato un matrimonio forzato

Attesa una sentenza che stigmatizzi il fenomeno nelle comunità straniere

Si è aperto ieri a Bologna il processo d’appello a carico dei genitori di Saman Abbas e degli altri tre familiari. La giovane vittima pachistana,appena diciottenne, fu uccisa la notte del primo maggio 2021 e seppellita in una buca nelle campagne di Novellara. Un brutale assassinio per il quale sono stati chiamati a rispondere davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Bologna in primis il papà Shabbar Abbas e la mamma Nazia Shaheen, entrambi condannati all’ergastolo, lo zio Danish Hasnain, ritenuto responsabile a sua volta dell’omicidio e, lui solo, della soppressione del cadavere che fece ritrovare e condannato a 14 anni, e i due cugini Ikram Ijaz e Nomanulhaq Nomanulhaq assolti in primo grado da tutte le accuse.

Sentenza emessa a carico dei cinque imputati un anno fa dal tribunale di Reggio Emilia e  che allora fece scalpore anche perché l’unico accusatore dei familiari nel processo di primo grado,il fratello di Saman, Alì Haider, fu ritenuto inattendibile e indagabile dal tribunale. Ma anche perché nelle 600 pagine ascrivibili alla prima sentenza il movente del delitto, non sarebbe scaturito dal rifiuto della ragazza alle nozze combinate con un lontano cugino in Pakistan, quanto al timore di una nuova fuga, la seconda di Saman, che questa volta sarebbe stata vissuta dalla famiglia come un’onta. “Se vi è un dato che l’istruttoria e la dialettica processuale – le uniche deputate a farlo – hanno consentito di chiarire è che Saman Abbas non è stata uccisa per essersi opposta ad un matrimonio  combinato/forzato», precisò all’epoca la Corte. Inoltre destarono non poco sconcerto le motivazioni ,(firmata da giudici donne), riguardo “il matrimonio della ragazza era «combinato e non forzato» e nel giudizio «bisogna tenere conto anche della cultura del reo». 

A distanza di un anno la Procura di Bologna ha deciso di appellarsi, ritenendo attendibile il fratello di Saman e che va risentito nella prossima udienza fissata per il 6 marzo prossimo così come altri testimoni.Il procuratore capo Calogero Gaetano Paci e il pubblico ministero Maria Rita Pantani della Procura di Bologna titolari dell’inchiesta hanno poi depositato motivi aggiuntivi chiedendo di riascoltare anche l’archeologo forense che fu nominato perito in primo grado.Insomma un processo tutto da rifare come sentenziò,un anno fa, la presidente dell’associazione Senza Veli Sulla Lingua Ebla Ahmed promotrice della legge Saman sui matrimoni forzati. Che rilevò all’epoca con rammarico le motivazioni dei giudici di Reggio Emilia, che  nel processo  non solo non  avevano compreso il totale annullamento dell’autodeterminazione di Saman  e la conseguente costrizione di farla sposare con un uomo che lei non conosceva e non amava, ma che avevano inflitto una lieve condanna allo zio Danish,ritenuto  l’esecutore materiale, unitamente all’assoluzione “inspiegabile” con l’immediata  scarcerazione dei due cugini, complici. 

“Mi auguro, – ha detto Ebla Ahmed, – che si arrivi ad una sentenza giusta ed esemplare per tutti e cinque gli imputati. E che dalle dichiarazioni del fratello di Saman  ritenuto finalmente teste attendibile emergano fatti nuovi dapprima ignorati.  Anche lo scorso anno ci meravigliammo dell’andamento del processo e di una distorta visione da parte dei giudici sulle responsabilità a vario titolo riguardo la tragica morte di Saman. Servono sentenze esemplari altrimenti si rischia di annullare il lavoro di chi come noi lotta ogni giorno per l’emersione del triste fenomeno dei matrimoni forzati che nel nostro Paese ancora sussistono in special modo nelle comunità straniere come retaggio di una cultura patriarcale. E aggiungo che al nostro centralino, dopo la  morte di Saman arrivano richieste di aiuto di giovani donne che ci chiedono di essere protette perché non vogliono accettare un matrimonio imposto dalle loro famiglie. Ignorare tutto questo significa uccidere due volte Saman”. 

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