L’ultimo saluto a una magistrata nel giorno in cui la Camera dei Deputati approva la legge sulla separazione delle carriere, una riforma contro la quale quel giudice, Giovanna Ichino, scomparsa il 15 gennaio dopo una lunga malattia, si è battuta fino all’ultimo. Chi c’era, due giorni dopo, nella chiesa di san Pietro in Sala, in piazza Wagner a Milano fra tanti familiari, amici, colleghi, conoscenti, non poteva fare a meno di riflettere sulla figura del giudice che lei interpretava e contro il quale, nel corso degli anni, sono stati scagliati strali, critiche, tanta faziosità, fino al punto di rendere le riforme, alcune delle quali necessarie per rendere la funzione della giustizia all’altezza dei nuovi tempi, una sorta di regolamento di conti .
Chi è il giudice, al di là degli stereotipi e delle etichette? Che cosa fa di lui un essere umano che ha il mandato di esaminare, valutare ed eventualmente sanzionare altri esseri umani? Un grande potere, ma soprattutto un’infinita responsabilità che richiede professionalità, studio, equilibrio, continua rimessa in discussione di analisi e convinzioni per poter mantenere un distacco di fronte agli infiniti modi nei quali si esprime la patologia dei comportamenti che negano il rispetto, la dignità, lo stesso diritto alla vita.
Giovanna Ichino è stata una magistrata che forgiava ogni giorno la legittimità a giudicare. Una sapienza in fieri basata sull’esercizio – prima di tutto su se stessa – della comprensione della sofferenza umana, alla quale bisogna dare sempre una risposta con gli strumenti insufficienti che si hanno a disposizione, senza mai tirarsi indietro. Per questo unico scopo riteneva che debba essere esercitato il potere che lo Stato affida ai magistrati, ma anche la forza delle reti di relazioni che si hanno a disposizione, familiari, sociali e professionali. Mostrando nell’azione pratica, nell’accoglienza, nell’aiuto ai più fragili che i problemi e le crisi richiedono prima di tutto un coinvolgimento senza riserve. Sì, si può migliorare il mondo, se non ci si lascia anestetizzare dal senso comune che apprezza le buone intenzioni, purché non disturbino le routine.
Nella carriera, Giovanna ha attraversato quasi tutti i ruoli che l’ordinamento attribuisce ai magistrati. E’ stata nell’ufficio del Pubblico ministero ai tempi delle inchieste di Mani Pulite, lavorando con il pool di Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davico, poi gip, giudice civile, giudice del lavoro, giudice di Tribunale, presidente della Corte d’Assise di Milano.
In quest’ultima veste ha pronunciato l’importante sentenza che riconobbe le torture a cui sono sottoposti i migranti nei campi di detenzione libici, i crimini efferati compiuti dai mercanti di essere umani , grazie alle testimonianze di alcune delle vittime che avevano riconosciuto i loro carnefici. Negli ultimi anni dell’ attività professionale si era dedicata alla formazione culturale, prima che professionale, dei giudici e dei pm, nel direttivo della appena nata Scuola Superiore della Magistratura con il presidente Valerio Onida.
Non si concedeva pause “il giudice in bicicletta”, come alcuni colleghi l’hanno affettuosamente chiamata. Essa ha vissuto la sua esistenza nella ricerca delle vie per comporre le complessità dei rapporti e delle loro devianze. Nell’affrontare le cause della sofferenza con le armi del diritto e della dignità dello Stato.
Con un di più , il suo essere donna. La forza del femminile sta nella capacità di immedesimarsi nel dolore e di vedere al di là della legge, perché , mentre punisce il colpevole, contribuisca a rimarginare la ferita che si è creata nel corpo sociale. Anche dalla parte di chi ne è responsabile.
In foto Giovanna Ichino