Rabbia e intolleranza: dacci oggi la maleducazione quotidiana

Il malessere sociale fotografato da sociologi e psichiatri

Festival della canzone italiana di Sanremo, prima serata. Il giovane cantante Blanco, vincitore all’Ariston lo scorso anno, sul finale della sua esibizione da ospite vira sulle tinte nere e distrugge fiori e piante presenti sul palco. Che si tratti di un colpo di rabbia vera e istintiva o di una messa in scena studiata per aggiungere pepe e quindi alzare l’audience della kermesse poco importa; fatto sta che lo sfogo (o siparietto) in diretta ha destato una certa impressione, concentrando il disappunto delle platee tv e web. Va bene l’estetica rock e ribelle dei bei tempi che furono, ma prendersela con incolpevoli addobbi floreali è parsa ai più come una sbroccata inutilmente insistita e a suo modo violenta. Tutto ciò fornisce lo spunto o pretesto per riportare alla mente alcuni titoli sfogliati o riletti di recente, utili a indagare un diffuso filone dello spirito del tempo: l’insofferenza reattiva generalizzata. Fenomeni psico-sociali, tendenze relazionali, bug di sistema. Un indizio: che avesse davvero ragione Sartre quando sentenziò che “l’inferno sono gli altri”?

Siamo sempre più arrabbiati, scontenti e a caccia di colpevoli… Nelle nostre relazioni quotidiane respiriamo un clima sempre più offuscato da intolleranza, facile offesa e una fin troppo vivace propensione all’accusa. Il crescendo di espressioni di ira e insofferenza va di pari passo con il rifiuto di fare i conti con le proprie fragilità, utilizzando gli altri come proiezione di parti scomode di sé. A partire dalle inimicizie interiori costruiamo così un mondo popolato da tanti presunti nemici esterni a cui addossare la colpa di scontento e malumori. La difficoltà a mettersi in discussione fa sì che i sentimenti negativi proiettati alimentano spirali di rabbia e divisioni”. È il nocciolo di “Nemici miei. La pervasiva rabbia quotidiana” della psichiatra Nicoletta Gosio (Einaudi 2020). Insomma, un focus ad ampio spettro sull’aggressività, la conflittualità, l’irascibilità, il risentimento e la psicopatologia della maleducazione civile dei nostri tempi.

Per la stessa collana tascabile “Vele”, poi, dopo pochi mesi è uscito “Insultare gli altri” di Filippo Domaneschi, quasi un sequel per l’economia del discorso che stiamo affrontando. Leggiamo sulla quarta di copertina: “Gli insulti sono un fenomeno virale nelle conversazioni quotidiane, nel conflitto politico e nei social media. Studiare come e perché insultiamo può aiutarci a capire qualcosa di più del modo in cui concepiamo il mondo e le persone che ci circondanoEsaminare gli insulti può aiutarci a capire qualcosa di più del modo in cui concepiamo il mondo e le persone che ci circondano”. Fumosi ma molto fumini, e con linguaggi coloriti e veraci (non solo ai semafori).

Chiude la nostra trilogia einaudiana un saggio sulle varie sfaccettature del narcisismo (“Arcipelago N.”, 2021) dello psicoanalista Vittorio Lingiardi. “Il disturbo narcisistico di personalità? Ci sono narcisisti arroganti oppure timidi, con la pelle spessa o sottile. Tutti nuotano in un arcipelago di possibilità: saziati dalla prepotenza, circonfusi dal carisma, baciati dal successo, afflitti dalla depressione, tormentati dall’insoddisfazione, abitati dal vuoto, suicidi per frustrazione. Possono avvelenare una relazione fino al sadismo e manipolare gli altri fino alla psicopatia. Sono braccati da cinque fiere: l’egocentrismo, l’insicurezza, la rabbia, l’invidia e la vergogna”. Che dire, c’è poco da stare allegri. Crepet, Galimberti, Recalcati e compagnia virale, vi preghiamo, metteteci mano voi, voi che ci capite e che sapete come farvi capire!

Già. Benvenuti nella giungla del tutto contro tutti e dei signor nessuno in guerra con altri signor nessuno. “L’era della suscettibilità”, come recita il felice titolo librario di Guia Soncini (Marsilio 2021), altra variazione al team complesso che affrontiamo per scene, spunti e suggestioni. E dunque (citiamo): “L’indignazione di giornata, passatempo mondiale, monopolizzatrice delle conversazioni e degli umori. Ogni mattina l’essere umano contemporaneo si sveglia e sa che, al mercato degli scandali passeggeri, troverà un offeso fresco di giornata, una nuova angolazione filosofica del diritto alla suscettibilità, un Robespierre della settimana. La morte del contesto, il prepotente feticismo della fragilità, per cui ‘poverino’ è diventato l’unico approccio concesso. L’eterno presente in cui tutto ciò che non ci rispecchia alla perfezione sembra una violazione della nostra identità”, appunto urtata o ferita.

In televisione, specie nei talk-show, aumentano gli episodi di scontro verbale (a volte anche fisico, vedi l’epico duello Sgarbi-Mughini da Costanzo). Sui social network manco a dirlo, lo sanno tutti da anni e sul tema esistono centinaia di libri: un’arena h24, dove l’io-io-io la fa da padrone e ognuno si sente in dovere di potersi avventare su qualunque cosa e contro chiunque gli appaia. I cosiddetti haters, laddove il “bullismo” digitale può diventare ingiuria o diffamazione, e persino il revenge porn. Non si riescono a controllare i propri estinti, i propri pruriti, che a volte possono nascere anche da iniziali o parziali ragioni, intendiamoci, ma quando la lucidità viene meno i modi di agire e i mezzi per farlo diventano beceri o aggressivi o esagerati si passa dalla parte del torto, per questo le teste calde fanno danni agli altri e a sé stessi (lo spiega molto bene Carlo M. Cipolla nel suo celebre longseller “Allegro ma non troppo” (il Mulino 1988), dove elenca “le leggi fondamentali della stupidità umana”. La frustrazione, l’invidia, la gelosia: tre potentissimi generatori e moltiplicatori di discordia, che andrebbero contenuti, gestiti, codificati, dosati. Anche perché questa tutta questa cinetica cipigliosa, corrucciata, spaccona e spigolosa nuoce alla salute e oltretutto è assai contagiosa.

C’è molto disagio in giro, servirebbero mediatori e facilitatori di benessere: non dico che dobbiamo scegliere il silenzio mistico o alloggiare a turno per almeno una settimana nella comunità monastica di Bose, ma un minimo di programmazione neuro-linguistica o anche solo di “comunicazione non violenta” (il linguaggio-giraffa di Rosenberg) forse farebbe bene. A maggior ragione in politica, visto il livello attuale degli addetti ai lavori (più spesso livori), parlamentari inclusi. E scuola pubblica inclusa (visto che sono in aumento i casi di aggressione a maestri e professori). Università compresa. Sanità compresa (visto che sono in aumento i casi di aggressione a medici e paramedici). Servono percorsi condivisi, figure esemplari, modelli virtuosi cui tendere, con progetti ri-educational e, in tv, programmi culturali abilitanti e alfabetizzanti, in cui il posto della “cattiva maestra televisione” (Popper) venga preso da tanti maestri Manzi. Buona cosa, poi, sarebbe di tanto in tanto digiunare da quell’oppio (meglio: metadone) dei popoli che è la rete digitale: ci stiamo troppe ore, e sappiamo che non è un ambiente salubre. Men che meno è salutare per la tenuta democratica, o almeno così dice il noto, prolifico e mai prolisso filosofo Byung-chul Han: “Siamo apparentemente liberi, ma incapaci di discutere. Immersi nell’infocrazia, nella quale libertà e sorveglianza coincidono, assistiamo al tramonto dell’epoca della verità” (questo il succo del suo nuovo libro, “Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete”, uscito la settimana scorsa. Interveniamo troppo e spesso a sproposito, sempre connessi ai rumori e agli umori di fondo di un marasma fatto di marosi e di giramento di marpioni.

Domanda: che certe intemperanze o provocazioni o reazioni ad alzo zero siano la risposta naturale al politicamente corretto oggi imperante? O è il politicamente corretto a essersi imposto motu proprio come argine di civiltà al fine di limitare l’inarrestabile invasione dei “barbari” (Baricco 2006, Rovatti 2011), ossia la sottocultura dominante? O forse la barbarie, sostengono altri, è l’ondata di call-out culture e soprattutto di cancel culture (Meotti 2023), un mix di ostracismo retroattivo e boicottaggio attivo, tra stigmatizzazione e revisionismo?

Come indicato da insigni giuristi e persino da costituzionalisti e sociologi, siamo immersi nel panpenalismo, nel populismo penale, nel primato del giudiziario: troppa litigiosità e un fottio di cause per niente, troppo giustizialismo, persino troppe leggi e con pene sempre più dure. Tolleranza zero, insomma, tra demagogie da consenso elettorale e picchi di difesa corporativa. Tutto ciò non aiuta a rasserenare il Paese, men che meno gli animi dei cittadini, sempre più esposti al dettato minaccioso di una giustizia pervasiva, sempre più retributiva e sempre meno riparativa, laddove la soluzione suggerita al popolame è: denunciare, denunciare sempre, poi si vedrà. Oppure: lunga vita al network Metoo e pure alla piattaforma Badoo, dito indice puntato e tante belle soap a puntate: scazzi di buon vicinato e diatribe da condominio e screzi di tutti i consigli di classe unitevi!, ovviamente fin che non vi capita di subire una denuncia a vostro carico, in quanto c’è sempre uno più puro che ti epura, uno che si sente più vittima di te e ti indica come usurpatore di status. Massì, azzuffatevi, fatevi sentire e fatevi causa l’un con l’altro, affermate le vostre solide verità e cercate un riconoscimento terzo, o un risarcimento quarto, che qualcosa (negli archivi) resterà.

Tanto clamore per Shakira e il suo “dissing” (da disrespecting, mancare di rispetto) di canzone-manifesto. È il rap, baby (in questo caso il latin pop), e tu non puoi farci niente là dove la stampa ci sguazza. E che dire di Johnny Depp contro Amber Heard in tribunale a reti semi-unificate, o del feuilleton con protagonisti i nostri Totti & Ilary? E noi? “Fermi! Tanto non farete mai centro. La Bestia che cercate voi, voi ci siete dentro” (parola del poeta Caproni; a questo punto, per assonanza lessicale e attinenza d’argomento, dovremmo parlare della funzione e della dinamica di quel particolare istituto che è il “capro espiatorio”: non ora, non qui, ma un giorno lo faremo).

Dicevamo: in macchina imprechiamo e facciamo il dito, in famiglia ci facciamo il sangue cattivo, sul lavoro facciamo buon viso pur detestando le regole del “giogo”, nei rapporti di coppia ci facciamo compatire e poi ci scorniamo e alla fine scoppiamo, con gli ex e le ex ci rinfacciamo tutto senza rifarci di nulla, tra gli amici ci facciamo avanti per abitudine ma spesso mal ci sopportiamo e alla lunga ci detestiamo. Sui social di esibiamo ma se qualcuno non ci dà ragione ci incupiamo e volentieri ci offendiamo, in coda agli sportelli sbottiamo e reclamiamo, allo stadio urliamo e insultiamo, davanti alle vere ingiustizie di indigniamo poco ma se i torti veri o presunti riguardano noi gridiamo vendetta per quel che subiamo e allo scandalo per lesa maestà.

Nelle chat ci innervosiamo quando tacitamente non ci sfanculiamo o gentilmente l’un con l’altro ci blocchiamo, e persino in culo ai lupi recriminiamo e rimuginiamo in beata solitudo al massimo della magnitudo d’intrattabilità, e infine ci stressiamo, assumiamo farmaci toccasano (con la o, in ragion di poesia), prendiamo treni per evadere da dove siamo ma senza sapere bene dove andiamo, spesso per ritrovare noi stessi ci masturbiamo mentalmente davanti a YouBorn (sito identitario per anime in pena in cerca di rinascita), ma in pratica ci allontaniamo dal resto del mondo, quindi ci ammaliamo, ci consumiamo e nemmeno nell’addio ci salutiamo (il cosiddetto ghosting, forma acuta di aggressività passiva), insieme vittime e carnefici di ciò che non capiamo e che stolti respingiamo perché non ci accettiamo.

Secondo le Sacre Scritture induiste ci ritroviamo a vivere nell’epoca del Kali Yuga, ossia un periodo oscuro, caratterizzato da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale: forse è per questo che siamo guidati dalla superficialità, e diamo credito alle impressioni e reazioni “a pelle” e reagendo di petto, anche fisicamente. Sempre più persone avvertono questo limite, e allora praticano yoga o fanno meditazione, ricorrono alla mindfulness per liberarsi della tossicità quotidiana o alla ASMR per addormentarsi senza Xanax, la benzodiazepina palindroma. Resilienza, desistenza, resistenza: i più accorti accedono a un mix olistico-filosofico fatto di discipline orientali e saggezza greco-latina, soprattutto lo stoicismo di Marco Aurelio, Seneca ed Epitteto, quello del motto sustine et abstine (sopporta le avversità e astieniti dai beni apparenti e dai desideri illusori), insomma un inno al self-control virtuoso, a quel distacco dalle cose che strizza l’occhio al buddhismo e quindi al dominio sulle passioni più umane, unitamente al disprezzo per la ricchezza e per la vanagloria dei successi mondani. Insomma, vade retro neverending competition!

Gli effetti del Covid e dei vari lockdown vissuti si sentono ancora negli adolescenti a distanza di mesi o di anni. A spiegarlo è la psicoterapeuta Maria Rita Parsi. Gli episodi di aggressività nella società, di autolesionismo, di trasgressività si leggono infatti così. ‘Il non andare a scuola, la dipendenza da Internet, stare chiusi in casa con famiglie conflittuali o disfunzionali, il fatto di non andare a trovare i nonni considerati bene rifugio e il bombardamento mediatico con morti, funerali e notizie negative tutti i giorni, ha provocato un incremento di frustrazione, aggressività, depressione anche nei giovani’ spiega la psicoterapeuta. E da qui le forme di violenza e trasgressività (azzardopatia, assunzione di alcol e droghe, ludopatia, risse e baby gang) a cui assistiamo giornalmente. ‘La repressione e l’angoscia di questi ragazzi chiusi in casa per mesi si è poi sfogata con le forme di aggressività a cui assistiamo ma anche attraverso altri fenomeni come depressione, chiusure, disturbi del sonno, dell’alimentazione, dell’attenzione e forme di violenza verso i più fragili o forme di autolesionismo, capaci di dare sollievo col dolore fisico, al dolore psichico che provavano’ (tecnicadellascuola.it, 15/11/2022).

Dagli “sdraiati” di Michele Serra (Feltrinelli 2013) agli “spaiati” di Ester Viola (Einaudi 2018) e fino agli “scontenti” di Marcello Veneziani (Marsilio 2022), sembra che i giovani, ma non solo loro, vivano alla giornata e navighino a vista, con più paure che slanci, più difficoltà che soddisfazioni. Da una parte la mania di protagonismo e l’esibizionismo, sia in presenza che online, dall’altra la ritirata più necessaria che strategica, come dicevamo, ovvero il ripiegamento su se stessi in cerca di una risposta che non risolve e spesso persino di una domanda che non viene posta. Manca il senso, manca un orizzonte oltre l’ostacolo, manca la voglia di rischiare il domani vestendolo di progettualità, di puntare a qualcosa. Dall’ottimismo ingenuotto nei confronti del progresso siamo passati al pessimismo di ritorno che guarda al pregresso. Dallo sviluppo incontrollato al disincanto nostalgico, dall’acritica spinta evoluzionaria alla sospensione del giudizio, dal disimpegno consapevole allo stallo inevitabile: dal Dio Tecnica a Zio Leopardi, dalla scomparsa di Marx nel senso di Karl alle avventure di Musk nel senso di Elon. Là l’1% degli abitanti del pianeta che diventa sempre più ricco, qui il restante 99% che diventa sempre più povero. A proposito, ci sono due libri di taglio storico-economico, agili ma interessanti, letti da poco e che consiglio: “La felicità negata” di De Masi (Einaudi 2022) e “Le maschere del progresso” di Altini (Marietti 2018).

La crisi economica, la crisi del lavoro, la crisi della politica, e poi la velocità dei cambiamenti in ogni ambito della società liquida, dall’idea di amore all’idea di comunità, concorrono ovviamente a rendere ancora più impraticabile la convivenza pacifica e giocoforza implosiva la miscela dei meccanismi umani e sociali sui quali questa in teoria dovrebbe reggersi, contribuendo a dar fuoco (con mano invisibile e pugno d’acciaio) alle polveri sottili di una decrescita infelice sul versante demografico e di un dissesto ambientale sempre più insostenibile. Chi non lo accetta si indigna come un indignado postando qualche battuta o mettendo like e stop, finita lì, la buona coscienza anche per questa volta è a posto; qualcuno si organizza ma non sa bene chi coinvolgere, altri si informano come e dove possono sebbene i più siano rassegnati alla narrazione dominante. Così che come valvola di sfogo o di sfiga privata, fai-da-te, non resta che scaldarsi per un nonnulla o prendersela con le persone sbagliate (spesso quelle più vicine a noi, per comodità), e solo perché la pentola sotto-pressione che siamo ha raggiunto il suo punto di ebollizione o di non-ritorno della voce del Grillo Parlante in cuffia.

Per alleggerire il colmo, sfiatando la caldaia e le caldane della nostra emotività impazzita (suscettibile, aggressiva, vittimistica etc.) servirebbero abbracci, carezze, coccole e magari un po’ di petting, ma anche lì il sistema si mette di traverso (sarebbe un discorso lungo da sviscerare, per cui lo rinviamo); il desiderio si atrofizza, i sogni si adeguano in chiave ribassista e il buon umore degli utili idioti scema, mentre i poteri forti se la ridono alla faccia della nostra impotenza civile o virile che sia, giacchè “cumannari è megghiu ca futtiri” per dirla in siciliano.

Mala tempora Corral (nel senso di “sfida all’O.K.”, film del ‘57), e vabbè. Dai dreamers del ‘68 siamo passati alla modalità fighters di questi anni. Dalla sottile ironia al compiaciuto sarcasmo. Dallo snobismo al cinismo, fino al dileggio. Dal body building degli anni ‘80 al body shaming degli anni 90-60-90 (scusate la battutona). Dall’elogio della Differenza siamo arrivati a quel necro-elogio che è la Diffidenza: costantemente sulla difensiva, alla minima avvisaglia ci mettiamo subito sull’offensiva, quasi auspicando che l’ipotetica minaccia che incombe su di noi si compia (quasi un autosabotaggio, o alla meglio una profezia che si autoavvera), convinti come siamo che il nostro universo del possibile si divida in amico/nemico, tipico dell’ideologia politica, cfr. Schmitt: o con me o contro di me, tertium non datur.

Nevrotici e nevrastenici, alienati e scoglionati, infiammabili e polemici, musoni e brontoloni, poco tolleranti e sopportanti, permalosi e vendicativi: non che sia granché e nemmeno facile da seguire la ricetta dell’apatia (o atarassia) segnalata un po’ di righe sopra, lo sappiamo, ma una via di mezzo andrebbe tracciata, un giusto equilibrio (parliamo sempre in senso extramorale, diciamo estetico-clinico) sarebbe comunque bene trovarlo.

Tra la “volontà di prepotenza”, parafrasando Nietzsche, e “l’elogio della fuga” (dal titolo di un famoso libro di Henri Laborit, 1976) dal mondo, della rinuncia al mondo, un break event point si può trovare. La ricetta? Partire da Gorgia, passare da Schopenhauer e arrivare al “pensiero debole”, non senza un viaggio nel pensiero tragico dai greci a oggi, e con una spruzzativa di Gelassenheit heideggeriana. Lasciar essere, lasciar andare, lasciarsi stare.

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