Giustizia: primo sì alla separazione delle carriere dei magistrati

Servono quattro letture e referendum. Anm e Csm compatti nel no

Nel nome di Silvio Berlusconi. L’Aula della Camera, con il primo sì alla separazione delle carriere fra i magistrati, aggiunge un capitolo importante all’epopea del Cavaliere. Sono le 13.20 del 16 gennaio 2025 quando si vota: 174 sì, 92 no e 5 astenuti dividono le strade fra magistratura inquirente e giudicante, creano due distinti Csm e un’Alta Corte disciplinare. Applausi, abbracci, commozione fra le file della maggioranza, soprattutto in Forza Italia, che dedica il risultato al suo fondatore. E in Transatlantico ancora festa e selfie col ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha permesso la svolta.

E’ solo un primo passaggio perché, trattandosi di riforma costituzionale, servono quattro letture fra Senato e Camera e poi il referendum confermativo che tutti danno per certo. Ma il primo ‘sì’ ha una portata simbolica dirompente per gli onorevoli azzurri, è la loro bandiera identitaria: “Nel nome di Silvio Berlusconi il Parlamento arriva al primo traguardo della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere”. Lui è Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, oltre che deputato berlusconiano. Di più fa il suo collega Antonino Calderone che si rivolge direttamente al Cav.: “Realizziamo il suo sogno, Presidente Berlusconi. Dopo 35 anni ce l’abbiamo fatta, dopo 35 anni ce l’abbiamo fatta!”, esulta commosso. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani dedica a Lui “questo importante successo”, che Berlusconi – lo ricorda Matilde Siracusano, sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento – “aveva messo in cima ai suoi desideri”. Poi la dedica a Silvio arriva in batteria, da tutti gli altri onorevoli. Per chiudere la carrellata il viceministro Francesco Sisto: “Grande vittoria di Berlusconi, di Forza Italia, del centrodestra, del Parlamento e di tutti gli italiani liberi”, suggella con la massima enfasi.

In questo clima si chiude il primo passaggio alla Camera della riforma-bandiera di Forza Italia, un passaggio veloce, il provvedimento è blindato, è arrivato in aula l’8 gennaio, i deputati della maggioranza avevano avuto l’ordine di non intervenire, alla fine si vota lo stesso testo approvato dal Consiglio dei ministri a maggio scorso. Tutte le proposte di modifica delle minoranze sono state respinte. E l’Aula si trasforma in una specie di ‘sfogatoio’ per le opposizioni che attaccano ma ad armi spuntate, agitando lo spettro di una pubblica accusa asservita al potere esecutivo.  

Parlano di “furore ideologico” della maggioranza, di provvedimento punitivo, di “una nuova fase della guerra contro la Magistratura, la sua indipendenza e la separazione costituzionale dei poteri”, che niente avrebbero a che vedere con il funzionamento della Giustizia. Ma sono divisi: mentre la maggioranza è una falange che marcia granitica, le opposizioni vanno in ordine sparso e incerto: “Votiamo sì con amarezza”, dicono quelli di Azione e di Più Europa, che si aspettavano un confronto in Aula. E chiedono il rispetto della parità di genere ignorata nella composizione dei due Csm. Si astengono i renziani più o meno per gli stessi motivi. Il no convinto arriva solo da Pd, M5S e Avs.

Ma è inutile e allora si alzano i toni. Sempre nel nome di Berlusconi, il giorno prima del voto finale scoppia la bagarre. Appicca il fuoco un temerario Marco Grimaldi dei Verdi-Sinistra: “Questa proposta non esisterebbe se non fossero esistiti i problemi giudiziari di Berlusconi”, poi evoca la mafia, Dell’Utri e il repertorio classico antiberlusconiano. Non sono più quei tempi e l’incendio divampa fra i banchi di Forza Italia: “Sciacquatevi la bocca quando parlate di Berlusconi, sciacquatevi la bocca”, gridano in piedi gli azzurri, dando man forte al loro collega vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera Marcello Pittalis, che va fuori giri: “Non possiamo consentire ad omuncoli e scappati di casa di infangare la memoria di Silvio Berlusconi, non si può continuamente, da parte di questi signori sinistri, ma con portafogli a destra, di continuare a diffamare un baluardo della giustizia”.

Gli animi esacerbati o esaltati monopolizzano il dibattito. Eppure la separazione delle carriere è una riforma impegnativa che meriterebbe un confronto serio, con altri toni. Se arrivasse in fondo sarebbe, secondo il presidente dell’Associazione nazionale Magistrati Giuseppe Santalucia, “uno strappo a quel tessuto costituzionale che ci ha retto per tutti questi anni”. Basti pensare che si interviene su 5 articoli della Costituzione (87,102,106,107 e 100) e due si sostituiscono integralmente, il 104 e 105. L’attuale Consiglio superiore della magistratura si sdoppia in requirente e giudicante, presieduti entrambi dal presidente della Repubblica. Per due terzi sono composti da magistrati rispettivamente requirenti e giudicanti, per un terzo avvocati e professori universitari di nomina parlamentare. La novità è il metodo del sorteggio, concepito come argine alle degenerazioni correntizie: “I magistrati sono indipendenti dalla politica e noi li renderemo indipendenti anche da loro stessi”, rivendica il ministro Nordio. Ma la novità più rilevante della riforma è l’Alta Corte disciplinare, organo indipendente e unico che va a sostituire la sezione disciplinare dell’attuale Csm. Avremmo nell’Alta Corte 15 giudici,  tre nominati dal Presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento in seduta comune, sei  estratti a sorte tra i magistrati giudicanti e gli ultimi tre estratti a sorte tra i magistrati requirenti. 

Il pm che se ne va per la sua strada fa temere che questa strada alla fine lo conduca alle porte del governo sbilanciando l’equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo. E’ inevitabile, è l’obiettivo finale, succede in tutti i paesi dove i pm sono separati dai giudicanti, sostengono gli oppositori della riforma, aggiungendo l’altro grande pericolo che il nuovo pubblico ministero possa diventare una sorta di ‘pericoloso’ supergendarme.

Finchè resiste l’obbligatorietà dell’azione penale il pericolo di sottomissione del pm all’esecutivo è scongiurato, rassicurano i fautori della separazione, anche i più moderati, come il deputato calendiano Antonio D’Alessio. E’ stato lui ad annunciare il sì mesto di Azione in dichiarazione di voto, lamentando però l’umiliazione del Parlamento anche di fronte a un passaggio costituzionale così rilevante come la riforma della giustizia: “Esistono ormai due livelli, quello dove si prendono le decisioni e quello dove si parla, si parla…. Il potere legislativo è fuori da quest’aula”, ammonisce.

Ma in questi giorni il vero protagonista, santo o demone, è stato il ministro Nordio. Normalmente poco incline alla polemica politica spicciola, ha ascoltato composto in Aula gli scomposti deputati. Lui parla poco e forbito, qualche stilettata ironica, cita molto i classici e se stesso. Va piano ma va lontano. La riforma della Giustizia che sembrava in coda alle altre due, premierato e Autonomia, le ha superate e viaggia verso una incontrastata approvazione in Parlamento, poi ci dovrebbe essere il referendum che Nordio stesso auspica per avere anche il nulla osta dei cittadini.

Il premierato è desaparecido, materia troppo incandescente e rischiosa, Giorgia Meloni non ci vuole mettere la faccia più di tanto, all’Autonomia hanno pensato i giudici della Consulta, contestandola in radice e ora sta nelle secche. Quindi Nordio è in pole position. Ma non ditegli che vuole i pm sotto all’esecutivo, qui si risente, non ammette “processi alle intenzioni” e ricorda i suoi oltre 40 anni da pm di cui va fiero, ma soprattutto rivendica il copyright sulla separazione delle carriere, altro che Berlusconi. Nordio la sostiene dal momento in cui nel 1988 fu introdotto, con il codice Vassalli, il processo accusatorio. Senza retropensieri, a testimonianza delle sue buone intenzioni, cita il nuovo art. 104: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente”. Così il ministro taglia corto, scomodando il Vangelo e Shakespeare: “‘Quod dixi dixi, quod scripsi scripsi’. La riforma costituzionale che noi proponiamo è di una semplicità elementare, c’è scritto tutto: l’indipendenza della magistratura giudicante e requirente è inserita nella proposta di riforma, tutto il resto, come direbbe Shakespeare, è silenzio”. Ma domani che può succedere? gli chiedono. E lui continua alla sua maniera, citando ancora: “A parte che il domani risiede nel grembo di Giove, io posso dire che ‘not in my name’ ci sarà una sottoposizione del pubblico ministero all’esecutivo, non sarebbe mai, mai, mai approvata”.

AI magistrati non basta alcuna rassicurazione, sono compatti nel respingere senza esitazioni la riforma. Che siano di destra, di sinistra, l’Anm e il Consiglio Superiore della magistratura, tutti contro. Ragionano su cosa mettere in campo per protesta, anche lo sciopero, eventuale ultima spiaggia. Alle porte c’è l’occasione del 25 gennaio prossimo, con l’inaugurazione dell’Anno giudiziario nelle Corti d’Appello. I giudici potrebbero presentarsi in toga brandendo frasi della Costituzione, o addirittura uscendo dalle aule quando prendono la parola i rappresentanti politici.

In queste condizioni si fatica a mantenere una serenità di giudizio, ma se e quanto serve ai cittadini la riforma Nordio per migliorare il sistema giustizia è riscontrabile. I due mali endemici sono la lunghezza dei processi e la mancanza di organici. La separazione delle carriere non c’entra e i numeri forniti in Parlamento dai 5 Stelle sono eloquenti: il 54% dei processi nel 2023 si è concluso con un’assoluzione, quindi i giudici sembrerebbero ampiamente indipendenti nel giudizio rispetto ai pm. C’è anche un altro dato significativo: sempre nel 2023 i passaggi da magistratura requirente a magistratura giudicante sono stati solo l’1%. Non sembrano dati allarmanti, del resto anche l’ex ministra Cartabia aveva messo mano alla materia nel 2022 consentendo solo una volta nella vita il passaggio da una funzione all’altra, con l’obbligo del cambiamento di sede.

Non basta, niente basta quando la giustizia entra nell’agone della battaglia politica e in Italia è così da oltre trent’anni. La riforma Nordio è controversa, è vecchia prima di nascere, con troppe lotte alle spalle, è diventata bandiera, agitata dai vivi e dai morti. Ora è il suo momento ma chissà se vedrà mai la luce.

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