Turismo e città d’arte: quando il mercato viene lasciato alla speculazione

Aldo Cursano (Confcommercio): occorre un modello alternativo

Turismo e città d’arte, come la presenza turistica nelle nostre delicate città oltre a una risorsa può diventare un problema. Aldo Cursano, presidente della Confcommercio toscana, vicepresidente vicario nazionale e presidente regionale di Fipe, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, ha una propria interpretazione della questione, che non si limita alle vicende fiorentine o toscane, ma partendo da Firenze ne fa il simbolo parlante di una situazione nazionale e internazionale che rischia di vedere il nostro Paese perdente.

Turismo e svuotamento del centro, due dati che sono ormai criticità per le città d’arte. Quando è cominciata questa vicenda?

Direi che gli inizi di questa situazione si ebbero con la possibilità, riconosciuta ai proprietari, di mettere a reddito i propri immobili, anche fondi commerciali, in particolare nei centri storici delle città d’arte, per godere di un piccolo surplus che potesse aiutare le famiglie in crisi per le note vicende che attanagliano il nostro paese. Purtroppo, con la pandemia e soprattutto con lo stravolgimento che questo fenomeno ha determinato nelle persone e negli stili di vita all’interno delle nostre città, il risultato è stata l’accelerazione di un aspetto che andava invece governato con grande decisione: il prevalere della speculazione, della rendita rispetto al lavoro”.

Un fenomeno globale, che ha investito le nostre città per le loro particolari caratteristiche non solo estetiche, ma di stile di vita. Quali sono state le conseguenze?

“Attorno a questo principio e dato di fatto, si è coagulato un sistema aggressivo che ha profondamente cambiato il mercato, gli stili di vita, le persone, le famiglie e il modo, ovvero il metodo con cui si guarda alle cose. Questo perché la pandemia non è passata senza cambiamenti anche dentro di noi, introducendo un approccio diverso al lavoro, alle situazioni, che ha provocato una reazione che secondo me non è ancora stata letta nei suoi risvolti sociali. Di fatto, c’è una ribellione da parte dei ragazzi che li conduce a non accettare più il modello di lavoro che gli adulti hanno riservato per loro. Non accettano modi, modalità, regole di un mondo che non viene avvertito come una possibilità, ma piuttosto come una prigione, un condizionamento nel modo di gestire il loro tempo libero, gli spazi o comunque quei tempi di socialità che ci si era abituati a sacrificare come cosa naturale. Un approccio profondo su cui ha influito senza dubbio la pandemia, con l’isolamento forzato che ha contribuito a ridare valore allo stare insieme, e che ha cambiato profondamente le priorità dei giovani”.

Dunque non è vero l’approccio “i giovani non hanno voglia di lavorare”, è troppo semplicistico?

“Vorrei semplicemente dire che se non si propone un modello alternativo che tenga conto di questa nuova necessità, la conseguenza è lasciare il mercato in mano alla speculazione, ai fondi, ala finanza. Come la storia insegna, queste forze usano il lavoro per fare profitto, sfruttano il lavoro per il profitto proprio, ottimizzano i processi per giungere al profitto. E’ il modello americano, per cui l’unico obiettivo è il risultato in termini del valore che si consegue, a essere al centro. Se questo processo poi deve distruggere modelli, sistemi, modificare reti sociali, condurre a un impatto sociale stravolgente sulle città, poco importa. Il dio denaro è al centro di ogni scelta”.

Si tratta dunque, secondo lei, del prevalere di una vera e propria visione sistematica della realtà economica in un certo senso estranea a quella nazionale?

Rispetto a questa visione, il modello italiano ha dalla propria l’unicità, che lo porta ad essere quello più desiderato, con una modalità di accoglienza e approccio che mette al centro la persona. Un modo di vivere, essere e accogliere, che è unico. Questa centralità della persona è ciò che ha creato quel che tutto il mondo ci invidia, la massima espressione della bellezza. Oggi, il prevalere della pragmaticità del risultato economico, comporta per noi diventare prigionieri di sistemi che tendono solo a sfruttare, non a creare. E’ questo, secondo me, il magma da cui nasce la tendenza al mero sfruttamento delle cose e delle persone, l’aver sacrificato tutto al profitto. Perciò il prevalere della logica del guadagnare senza lavorare, dello speculare attraverso la Borsa, la finanza, i fondi di investimento, influenzano la società italiana, tanto che il cittadino che possieda una casa in centro, invece di affittarla a un residente o a degli studenti, svolgendo anche una funzione utile rispetto a una dinamica sociale sempre più problematica, preferisce l’affitto breve al turista”.

Uno sfruttamento del tessuto urbanistico immobiliare della città che non crea, cosa distrugge?

“Uno sfruttamento che in primo luogo stravolge il tessuto cittadino, e che comporta la perdita, da parte nostra, di quella dimensione della socialità del vivere rispetto a una dinamica in cui il turista rimane senza dubbio un valore, ma un valore che si dovrebbe integrare, com’è sempre stato, con il vissuto, con la residenza, con la città. Il valore aggiunto della nostra accoglienza, italiana e in particolare fiorentina, era questo, al di là della bellezza delle nostre città”.

Ed ora, che succede?

“Se non preserviamo questo modello e assistiamo da testimoni impotenti, l’intero nostro sistema produttivo e distributivo soccomberà mentre le nostre attività o marchi storici chiuderanno o andranno a finire nelle mani di fondi di investimento che trasformeranno questa straordinarie storie in banalizzazioni turistiche senza valore, senza legami al territorio, senza un modello di professionalità. Se non si restituisce valore alla persona, alle competenze, ai saperi, se non si mettono i giovani al centro com’è sempre stato nei momenti di rinascita umana consentendogli di esprimere i loro sogni e la loro creatività rompendo i vecchi schemi, possiamo dire che abbiamo perso il futuro”.

Ma si può palare di responsabilità?

“Uno dei problemi è che ci confrontiamo con una politica che guarda nella migliore delle ipotesi al quotidiano ed al brevissimo termine e non ha visione. Politica vuol dire avere una visione della città, del paese, della società, vuol dire avere la responsabilità di accompagnare il paese verso il cambiamento ed il futuro, vuol dire salvaguardare la storia, la cultura e l’identità nazionale e territoriale utilizzando l’innovazione e non facendosi sostituire da essa. Non si tratta di un fatto solo economico, ma è un fatto identitario, che è un valore straordinario e unico. Oggi i giovani sono tappati in una gabbia, in cui vengono visti non come una risorsa, ma un problema della nostra società. Tutti coloro che tirano le fila dell’economia finanziaria mondiale, vedono il nostro Paese come un mercato, e il tentativo disperato della bottega che ancora ci mette originalità, creatività, passione è paradossalmente un cattivo esempio perché rompe la standardizzazione dei processi, ovvero i modelli globali, le grandi catene, che all’interno contengono l’ottimizzazione del prodotto, lo sfruttamento ottimale del personale, dei trasporti, dell’economie di scala … il problema è vedere l’uomo come strumento, non come punto d’arrivo. Quando si fanno processi globali, si ha bisogno di soldatini, di processi standardizzati, di Airbnb, di Amazon, di un modello di società standard. Una sorta di anticultura rispetto alla nostra. Ecco perché le nostra città rischiano di perdere l’anima ”.

Il Pnrr non potrebbe essere rimedio verso alcune mancanze o storture del sistema?

“Sarebbe potuta essere una straordinaria occasione di ripartenza, rimettendo al centro le persone, i loro bisogni e le nuove aspettative, ricostruendo funzioni , luoghi e servizi in grado di riportare un vissuto ed uno stile di vita su misura dei suoi cittadini, dove la qualità della vita deve ritornare ad essere centrale nelle scelte urbanistiche. Partendo dalla rigenerazione urbana, la domanda da porsi è: come vogliamo i nostri centri, i nostri spazi, come e dove vogliamo crescere i nostri figli? Il primo passo è dare una visione su cui costruire. Ma se si continua a stare in mano a Student Hotel, a meccanismi di utilizzo immobiliare a cui non interessa niente delle nostre città, che giungono solo per utilizzare opportunità e agevolazioni, creiamo nuovamente meccanismi di rendita che si basano sullo sfruttamento”.

Si potrà tornare indietro?

“Credo che qualche speranza ci sia, i soldi ci sono, ma sarà decisiva la volontà di interrogarsi su come vogliamo vivere e qual è il modello di civiltà attorno al quale ricreare un rapporto fra pubblico e privato per ridare un senso e una visione alle nostre città. Ciò che auguro alle nostre città è una riflessione in cui la rigenerazione urbana dovrebbe essere indirizzata a una visione che tenga conto non solo delle nostre specificità nazionali, ma di quelle esigenze emerse dalla pandemia che vanno nella direzione della centralità della persona, dei suoi spazi, del suo tempo. Bisogna capire bene che stiamo vivendo momenti strategici, da cui dipenderà quale tipo di futuro vivremo”.A proposito di futuro, da tempo ribadisci l’importanza delle giovani generazioni, anche assumendo posizioni a volte controcorrente. Cosa vorresti per loro e cosa manca nella nostra società? “Troppo facile dire semplicemente che i giovani non hanno voglia di lavorare. Il primo punto importante è ascoltarli. E’ chiaro che sono dirompenti verso il vecchio mondo che gli consegniamo, che non ha dato poi prove così eccezionali. La caratteristica dei giovani è sognare un mondo migliore. Se non creiamo le condizioni per cui i giovani si possano esprimere, si sentano coinvolti nella sua costruzione, e non vengano messi nella condizione di esprimere i loro sogni e di dare il proprio contributo per la società, ce li facciamo portare via dal mondo della standardizzazione del profitto. I ragazzi hanno bisogno di sentirsi considerati e molto spesso per questo cadono in atti estremi. Ciò deriva dall’attuale incapacità del mondo del lavoro di accompagnarli, proteggerli. Lorenzo dei Medici li portava a casa sua, si curava dei loro bisogni materiali per farli volare e la città ne guadagnava l’immortalità. Questo è il senso delle responsabilità che dobbiamo mantenere verso i nostri ragazzi”.

In foto Aldo Cursano

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