Rapido 904: quarant’anni fa la prima grande strage mafiosa

Parla il cronista che arrivò tra i primi sul luogo dell’attentato

Era una fredda mattina del 24 dicembre del 1984 quando la locomotiva del Rapido 904  lentamente con il suo carico di orrore e morte usciva dalla grande Galleria dell’Appennino per raggiungere la stazione di San Benedetto Val di Sambro. Il giorno prima alle ore 19.08 un potentissimo ordigno posto su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di seconda classe, al centro del convoglio, era esploso uccidendo 16 persone e ferito più di 250. Come in seguito appurarono gli inquirenti l’esplosivo era stato collocato sul treno,partito da Napoli Centrale e diretto a Milano, a Firenze durante la fermata alla Stazione Santa Maria Novella e fatto esplodere nella galleria appenninica a Vernio,Comune in provincia di Prato,lungo la Direttissima in direzione Nord, attraverso un congegno radiocomandato. Chi riuscì a raggiungere il luogo dell’attentato narró del buio,del freddo e dei soccorsi che arrivarono con molto ritardo perché la deflagrazione aveva danneggiato la linea elettrica isolando l’intero tratto. Mentre il fumo provocato dalla detonazione impediva l’entrata nella galleria sud, dove si erano concentrati inizialmente i soccorsi.

Fu questa la scena che si presentò agli occhi di un giovane cronista del Tirreno Piero Ceccatelli che si ritrovò a San Benedetto Val di Sambro grazie ad un passaggio su una Fiat Uno verde metallizzata del giornalista Fabrizio Rizzi del Messaggero. Entrambi si erano ritrovati al pronto soccorso del Misericordia e Dolce di Prato,Ceccatelli come inviato del Tirreno di cui era corrispondente da Prato dal 1978, in attesa che fossero ricoverati i feriti. Ma non appena capirono che lí non sarebbe arrivato nessuno decisero di recarsi sul posto della strage. 

A Ceccatelli che all’epoca fece da guida al collega Rizzi,chiediamo, cosa vide quando arrivò alla stazione di San Benedetto Val di Sambro. 

“Una grande folla di forze dell’ordine, soccorritori, personale e  volontari della protezione civile istituita da pochi anni, erano poco più delle 22, o feriti più gravi già portati via, altri arrivavano. Grande caos, il paese tutto sveglio per accogliere con generosità e solidarietà passeggeri e soccorsi. Il bar esaurì presto le scorte, le famiglie aprivano le case”.

Un’atmosfera surreale…

“Dopo l’una di notte tutto fu più rarefatto. Si attendeva che Il treno svuotato dei passeggeri incolumi e dei feriti uscisse dalla galleria. Sarebbe uscito da lì dal lato nord. Aspettammo nel gelo. Rizzi che abitava a Parma mi comunicò che il giornale lo dirottò su Bologna e non mi avrebbe riaccompagnato. Insieme attendevamo l’uscita del treno che non arrivava mai”. 

Poi che accadde? 

“Ancora buio,(era appena avvenuto il solstizio d’inverno, quella era una delle notti più lunghe dall’anno),si intravedevano flebili luci dalla galleria avvicinarsi lentissime e ingrandirsi poco a poco. Era il locomotore che trainava il convoglio. Un tempo infinito prima che lo vedessimo accostarsi all’uscita. A cielo aperto, fu dirottato sul binario più lontano e isolato. L’attesa era per il vagone squarciato. Ricordo che i fotografi si inginocchiarono sui cavalletti puntati a terra per immortalare la scena. Mi inginocchiai anch’io, occhi bagnati, pur non avendo nulla con cui fotografare o riprendere un video, per rispetto, devozione, per recitare una preghiera. Per quella che gli antichi chiamarono pietas e non occorre tradurre”. 

Come tornó a Prato? 

“La notte incrociai  in stazione Nedo Coppini mitico fotografo della Nazione di Prato che mi aveva letteralmente visto nascere, essendo amico di mio padre. Ma per lui avrei potuto essere un estraneo e mi avrebbe aiutato ugualmente. A portarmi  a casa fu quello che era già un fotografo famoso intraprendente e famoso, Massimo Sestini. Nedo gli disse che ero con lui; lui mi fece un cenno e salii sul sedile posteriore. Era giorno fatto, guidò velocissimo lungo l’Appennino sull’Autosole bianca per i ghiaccio e il sale”. 

L’attentato al rapido 904,secondo gli investigatori,si inserisce nella matrice terroristico mafiosa degli anni ’80 volta a destabilizzare lo Stato, che con le inchieste di Palermo dei giudici Falcone e Borsellino a seguito delle dichiarazioni del pentito di mafia Tommaso Buscetta stava segnando colpi importanti contro Cosa Nostra. Nel  processo del 2011 la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli emise un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del boss mafioso Salvatore Riina ritenuto il mandante della strage del rapido 904. Quattro anni dopo Riina fu assolto per insufficienza di prove dalla Corte di Assise di Firenze. Il presidente Ettore Nicotra che lesse la sentenza, oggi fa sapere,-Direi solo che la strage del rapido 904 rappresenta una terribile vicenda che ancora oggi, a distanza di 40 anni, presenta aspetti irrisolti ed oscuri, non essendosi di fatto e con certezza accertati gli effettivi corresponsabili con il Calo’ che all’epoca aveva rapporti criminali eterogenei in tante direzioni.Rapporti purtroppo solo adombrati ma non chiariti nel processo celebrato a carico di Riina”.

Nei processi per la strage del Rapido 904 sono state condannate soltanto due persone: il boss mafioso Pippo Calò e il suo braccio destro a Roma Guido Cercola, che nel 2005 si è impiccò nel carcere di Sulmona.

A Prato in apertura del Consiglio Comunale di lunedì 23 dicembre il presidente Lorenzo Tinagli ha fatto osservare un minuto di silenzio in memoria delle vittime dell’attentato di Natale e,-Quaranta anni fa la Strage del Rapido 904 macchiò di sangue il Natale del 1984. 16 persone uccise, 267 feriti nella Grande Galleria dell’Appennino, a Vernio, nel territorio della nostra Provincia. Fu accertata la matrice mafiosa. Ricordare questa Strage dimenticata è un dovere. Pretendere giustizia accanto alle famiglie delle vittime, mai risarcite nonostante le sentenze di responsabilità penale, un obbligo per le istituzioni. 

Prato non dimentica e questa amministrazione continuerà a riflettere su quella stagione fatta di violenza, di tentativi di indebolimento dello Stato: la conoscenza di questi fatti che oggi ci sembrano lontani, per il tempo trascorso e per le modalità utilizzate, rappresenta un monito importante a presidio della legalità e della democrazia”.

In foto il vagone dilaniato dalla bomba

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